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Libro II - Capitolo II

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Dante Alighieri - Monarchia (1312)
Traduzione dal latino di Marsilio Ficino (1468)
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Che verità è quella, nella quale le ragioni della presente inquisitione, come in principio suo, si riduchono.

Da poi che ·ssuficentemente, secondo che patisce la materia, abbiamo cerchato della verità della quistione prima, resta hora cercare della verità della seconda: e questo è se ’l popolo romano di ragione s’ha presa la degnità dello inperio. Di questa inquisizione el prencipio è vedere che verità è quella, nella quale le ragioni della presente inquisitione, come in prencipio suo, si riducono. è da notare che ·ccome l’arte in tre gradi si truova, nella mente dello artefice, nello strumento, et nella materia formata dall’arte, così la natura in tre gradi si considera. Perché la natura è nella mente del primo movitore, che è Iddio; di poi nel cielo, come inn–istrumento mediante el quale la similitudine della etterna bontà nella materia inferiore si spande. E come, quando è perfetto l’artefice et lo strumento è bene disposto, se errore adiviene nella forma dell’arte, solo si debba riputarlo dalla materia; così, perché Iddio contiene la somma perfetione, e ’l cielo, suo istrumento, non patisce difetto della perfetione sua, resta che ogni errore che è nelle cose inferiori è per colpa d’essa inferiore materia, ed è fuori della intentione di Dio et del cielo; e che ciò che è di bene nelle cose inferiori, non potendo essere dalla materia, che è sola potentia, principalmente è dallo artefice Iddio, et secondario dal cielo, che è istrumento dell’arte divina, la quale comunemente chiamiamo ’natura’. Di qui è manifesto che essa ragione, essendo bene, principalmente è nella mente di Dio; et perché c[i]ò che è nella mente di Dio è esso Iddio, secondo quel detto«C[i]ò che è fatto era in lui vita», et Iddio massime vuole sé medesimo, seghuita che ·lla ragione da Dio, secondo che è inn–esso, sia voluta. Et perché la volontà et la cosa voluta in Iddio è tutto uno, seghuita che ·lla divina voluntà siaessa ragione. Di qui nasce che ·lla ragione nelle cose nonn–è altro che ·ssimilitudine della voluntà divina; e però quel che non consuona alla volontà di Dio, non può essere essa ragione, e ciò che è consonante alla divina voluntà è ragione. Per la qual cosa, cerchare se alcuna cosa è fatta di ragione non è altro che cerchare s’ella è fatta secondo che vuole Iddio. Questo adunque prosopogniamo: che quello che vuole Iddio nella sotietà humana, quello per vero et sincero si debba stimare. Ancora tegniamo a mente, come dice Aristotile nel primo della Eticha: non si debba richiedere la certeza equalmente in ogni materia, ma secondo che ·lla natura del subgetto riceve. Sicché sufficientemente gli argumenti pel principio provato proccedono, se da manifesti segni et d’autorità di savi la ragione di quel popolo glorioso si cercha. La volontà di Dio per sé nonn–è visibile; e le cose di Dio invisibili s’intendono et veghono «per quelle cose che ·ssono da ·llui fatte», così come la cera fa manifesta la figura che nel subgello è occulta. Non ti maravigliare se ·lla divina voluntà si cercha pe ·segni, conciosiaché ·lla humana voluntà non si conosce se none pe se·gni exteriori.