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Memorie inutili/Parte seconda/Capitolo VIII

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Capitolo VIII

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CAPITOLO VIII

Mio consiglio estorto dal Sacchi. Accettazione nella sua compagnia della prima attrice Teodora Ricci. Abbozzo del suo ritratto. Gradini de’ primi miei impegni per quella comica.

Qualunque volta il Sacchi era al caso di dover provvedere alla sua truppa una femmina prima attrice, le altre attrici, tutte strette parenti, facevano un gran romore.

Non è spiegabile la congiura che ordivano quelle strette parenti contro le prime attrici novelle che venivano scelte pro tempore. Le accettate di nuovo dovevano soffrire il martirio d’essere criticate e disprezzate nel mestiere e malignate grossolanamente nel costume morale. Chi sa che un riflesso sopra a una tale certa sciagura non sia stato una delle cause della mancanza della signora Manzoni?

Le dette notizie, che non sembrano relative alle memorie della mia vita, lo saranno troppo, come si vedrá.

Il Sacchi, che accortamente affettava di consigliar meco gli affari suoi, massime nell’imbroglio in cui si trovava in sul cambiamento di teatro, da cui derivavano le turbolenze e gli ammutinamenti, mi disse un giorno che aveva un trattato con due prime attrici e che, dovendo scegliere una sola delle due, mi pregava del mio parere in sulla scelta.

M’aggiunse che una era la signora Maddalena Battagia e l’altra la signora Teodora Ricci; che per le relazioni avute, la prima era una valente donna toscana, ma d’etá non fresca, non capace nella commedia alla sprovveduta e che aveva molte pretese di preminenze e d’etichette, ma soprattutto quella d’un grosso onorario; che per le notizie avute, la seconda era una giovane principiante, piena di spirito, di bella figura, di bella voce, ch’era stata applaudita in ogni cittá dove aveva recitato e capace anche nella commedia dell’arte all’improvviso, ch’ella [p. 284 modifica]aveva un marito abile per la comica, e che poteva avere moglie e marito per un onorario di soli cinquecento venti ducati l’anno.

Io non conosceva né la signora Battagia né la signora Ricci; ma esaminando e bilanciando le lettere di ragguaglio sopra all’una e sopra all’altra, la mia risposta fu breve, e con de’ laconici riflessi incontrastabili lo consigliai a stipendiare cotesta signora Ricci col marito; ciò che il Sacchi era internamente determinato di fare, anche prima di chiedere il mio consiglio per una comica artifiziosa stima e dipendenza.

Fu accordata la Ricci col marito, con una scrittura di tre anni e per uno stipendio di cinquecentoventi ducati l’anno; prezzo miserabile ad una povera comica, obbligata ad un vestiario teatrale decente e alle spese de’ viaggi frequenti, che aveva un marito, un figlio, una gravidanza, e che veniva a farsi lacerare in sulla professione e in sul costume morale dalla critica e dalle detrazioni velenose delle attrici parenti della compagnia.

Giunse a Venezia cotesta mia novella creatura nella quaresima dell’anno 1771, e fui pregato dal Sacchi a recarmi da lui una sera in cui attendeva la Ricci col marito, giunta di Genova. Si desiderava ch’io udissi da lei recitare uno squarcio di scena tragica, per rilevare la sua maniera d’esporre, il suo spirito e la sua inclinazione.

Vidi quella giovane di bella figura, quantunque una sua gravidanza l’alterasse. La sua faccia, benché diroccata dal vaiuolo, non lasciava d’essere teatrale in qualche lontananza. Le sue belle chiome bionde supplivano a qualche difetto del viso. I suoi vestiti, che spiegavano la sua indigenza erano però accomodati e portati da lei con tant’arte leggiadra che non lasciava riflettere se fossero di lana o di seta, nuovi o logori. Ella pareva alquanto legata dalla soggezione nel mezzo alla comitiva nuova per lei. Non potei determinarmi a giudicare se i suoi modi, rattenuti e legati nel contegno, nascessero dal timore o dalla furberia. Parvemi di poter comprendere in lei un istinto impaziente. Ella fremeva che il marito le facesse poco onore in quella conversazione. Egli dormí sempre saporitamente, ad onta degli urti occulti ch’ella gli dava. [p. 285 modifica]

Recitò un pezzo di scena tragica in versi, con bella e robusta voce, con buon senso, intelligenza e con un fuoco da far molto sperare da lei nella sua professione, spezialmente nelle parti feroci.

Notai un po’ di durezza declamatoria monotona e qualche altro difettuzzo guaribile. Uno de’ suoi difetti, non rimediabile, consisteva ne’ movimenti delle sue labbra, che ben spesso arrivavano ad essere sberleffi. La sua bocca, non picciola, indebolita e rovinata negli angoli da’ tarli del vaiuolo, sforzava quella povera giovine ad un involontario difetto. Aggiungasi un mio fisico riflesso. Il disprezzo che abbiamo per alcuni oggetti schifi agli occhi nostri è da noi naturalmente dinotato con un contorcimento della bocca. La Ricci, per pregiudizio e per un naturale altero e schizzinoso, ogni momento sentiva e vedeva delle cose spregevoli e schife con l’udito e lo sguardo suo, e le dinotava col contorcere le sue labbra. Ciò ha rinforzato e viziato il suo difetto per modo che divenne un abito inestirpabile o piuttosto natura.

Terminato ch’ella ebbe il saggio della sua abilitá, le feci quegli elogi che meritava, e la animai a quel coraggio che non appariva dal suo contegno.

Le altre attrici dell’assemblea furono molto attente alle mie parole; e il Sacchi, piú attento al di lui interesse che alle mie espressioni, mi si volse dicendo: — Signor conte, ho presa questa giovine per il di lei consiglio, si ricordi ch’Ella ha un debito di fare ch’ella sia utile alla nostra societá.

Risposi che averei fatto il possibile e per lui e per lei, conosciuto che avessi il vero carattere comico e tragico della giovane. Notai della mestizia nelle fisonomie delle altre attrici e della disposizione a schizzare de’ veleni.

Perché la compagnia de’ miei protetti doveva presto partire per Mantova, la Ricci mi pregò di volerla assistere, ne’ pochi giorni che si fermava in Venezia, nelle parti di quelle rappresentazioni che le erano state consegnate, nuove per lei.

Mostrai tutta l’attenzione per incoraggirla, e fui quasi ogni giorno alla di lei abitazione a farle recitare le sue parti con quegli avvertimenti che mi parvero necessari. [p. 286 modifica]

Oltre all’essere impuntigliato col Derbes disertore e alquanto colla signora Manzoni, ma soprattutto per porre una truppa forte nel teatro del cavaliere da me indotto a concederlo al Sacchi, aveva espresso un buon pronostico sulla giovine Ricci, e per istinto m’era legato al cuore di non voler essere fallace.

Ella m’accoglieva con affabilitá e con aria di contentezza. Di giorno in giorno rilevava in lei della abilitá non comune.

La trovava mesta talora, e chiestole un giorno il perché fosse malenconica, ella mi disse che prevedeva la sua rovina nell’essere entrata in una compagnia di femmine e d’uomini quasi tutti congiunti di sangue e collegati insieme; che si vedeva isolata, senza alcun appoggio; che la di lei madre l’aveva rimproverata e sbigottita sull’aver accettato d’unirsi a quelle genti, predicendole che sarebbe stata oppressa, screditata e sforzata a partire come disutile da Venezia, con sommo pregiudizio de’ suoi buoni principi di acclamazione nelle altre cittá meno combattute da altre comiche compagnie.

Risi de’ suoi timori e delle previsioni, benché non fossero larve. Proccurai di farle credere quella gran bugia che il merito supera sempre tutti gli ostacoli. Le promisi de’ soccorsi scenici di nuovo aspetto a lei appoggiati. La assicurai che, se indovinava di farla necessaria all’utilitá della compagnia, il che non poteva nascere che dal farle guadagnare decisivamente la grazia universale del pubblico, tutti i pericoli sarebbero svaniti ma che ciò non si poteva fare s’ella non superasse le trepidazioni e se non avvezzava l’animo alla costanza e a non curarsi di qualche contrarietá.

Pareva a quella giovine ch’io dovessi essere rispettato e guardato da’ suoi nuovi compagni con sommo riguardo per quel bene che avevano da me ricevuto, per quello che potevano ricevere e per quello che potevano perdere se mi sdegnassi; e convien dire ch’ella si sia determinata a coltivare la mia amicizia come l’unico suo sostegno.

La sua povertá mi destava la compassione, e le sue maniere civili e gioviali di accoglimento, che parevano sincere, mi piacevano. Cercava inoltre di conoscere l’indole sua per poter [p. 287 modifica]comporre delle parti che stessero bene al di lei carattere e per far verificare il mio buon pronostico in di lei favore; studio che aveva sempre fatto sopra a tutti gli altri attori da me protetti, per essere giovevole alla cassa della comica comunitá. Questo mio studio in quel tempo riguardo alla Ricci poté essere di pochi giorni e di qualche momento soltanto.

Le mie visite e le mie attenzioni per quella giovane increscevano alle altre attrici parenti, accuratissime per sistema a tener dietro a’ passi di tutti, relativi alla loro repubblica. Esse mi facevano delle questioni, con aria di noncuranza e d’ingenuitá, sopra all’abilitá della Ricci. Pareva loro di vedere in lei de’ gran difetti e un’impossibilitá fisica ch’ella potesse mai riuscire nella loro compagnia. Mostravano però un gran desiderio d’ingannarsi. Conosceva le loro maliziette, replicava i miei pronostici, e m’impegnai maggiormente a sostenere i buoni preludi della mia opinione, proponendo di farli vedere avverati.

Allora fu che volarono fer la compagnia delle dicerie e degli aneddoti sul costume scorretto della povera mia alunna novella. Ciò non era cosa da non aspettarsi. Tutti sapevano tutto e nessuno era l’autore della propalazione.

Ho detto ch’ebbi sempre il vizio di sostenere i piú oppressi di quella societá. Lasciai cadere a terra tutte le ciarle e m’impegnai con maggior fervore a soccorrere la sussistenza d’una meschina indigente con un marito, un figliuolo, una gravidanza, e d’ottima disposizione nell’arte sua.

La compagnia passò a Mantova, indi a Verona a recitare, dove la Ricci partorí e dove il cielo, per favorirla, le ha levata quella seconda prole.

Da quelle due cittá giunsero lettere uscite da’ compagni della Ricci a Venezia, che screditavano l’abilitá di quella giovine. La dipingevano carica di difetti invincibili e prevenivano il pubblico di Venezia in di lei svantaggio.

I gran partiti che avevano in questa cittá le due belle e brave attrici della compagnia rivale a quella del Sacchi, che doveva entrare nel teatro in Sant’Angelo, tessevano anticipatamente la [p. 288 modifica]caduta in Venezia della mia protetta, e non facevano che accendere il mio puntiglio a superare tutti gli ostacoli.

La Ricci era attentissima a scrivermi dalle piazze dove recitava ed a raccomandarsi.

Non avendo ancora potuto conoscere la di lei anima comica e il di lei carattere fondatamente, scrissi una rappresentazione intitolata: La innamorata da vero.

Tentai con quella di espor la giovane in parecchi aspetti, per dare un saggio del suo spirito al pubblico, che vincesse in parte il di lui favore. In quella azione scenica, in cui ella era una dama amante proscritta, indi servitore d’una locanda, indi zingaro, indi soldato, indi cavaliere, ecc., per nascondersi a’ rigori della giustizia e per sviscerato amore, sperai che, per lo meno, una gran fatica potesse conciliarle della indulgenza e della grazia.

M’avvidi dopo d’essermi ingannato nella mia lusinga e nel mio giudizio. Quella rappresentazione, che per se stessa fu fortunata, non istava però bene in sul dosso della Ricci. Fu esposta a Mantova, e il Sacchi mi scrisse maraviglie dell’opera e della attrice.

Narrerò l’ingresso di quella giovane in sul teatro di Venezia, gli scogli incontrati per farle benevolo il pubblico, la vittoria ottenuta su’ miei pronostici e l’amicizia ch’ebbi nel corso di sei anni per la Ricci.

Le vicende ch’ella m’ha cagionate non furono agli occhi miei che di quelle frivolezze ridicole, che sono innestate con l’umanitá sempre comica, ma che agli occhi di molti comparvero gravi e di conseguenza. Nel leggerle essi potranno avere un esempio che insegni loro a sfuggirle, se le credono importanti.

Un buon numero de’ miei amici mi chiese la storia di quella amicizia. Ho sempre risparmiati i polmoni nel favellare ed ho sempre logorate volentieri delle penne senza fatica.

È perciò ch’io scrivo con forse troppa estensione il corso d’una amicizia, che potrá essere chiamata amore, con un’ampia mia permissione. Egli è relativo alle memorie di sei anni della mia vita, né saprei come ommetterlo; e se riesce tedioso, è cosa agevole il tralasciare di leggerlo.