Memorie di Carlo Goldoni/Parte prima/XI

XI

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
XI
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CAPITOLO XI.

Viaggio per Pavia. — Buon incontro a Piacenza. — Colloquio col marchese Goldoni. — Secondo anno di collegio.

Avevo tanto che bastava per pagare la posta fino a Pavia; ma non avendo trovato in Modena il mio cugino Zavarisi, che aveva ordine di darmi qualche danaro, sarei rimasto sprovvisto in collegio dove i convittori hanno bisogno di un peculio per i loro piccoli piaceri.

Arrivo l’istesso giorno a Piacenza sul far della sera, e avendo una lettera di raccomandazione di mio padre per il consigliere Barilli, vado a trovarlo. Mi riceve pulitamente, mi esibisce di alloggiarmi in casa sua, ed io accetto come conveniva. Era però ammalato, ed aveva volontà di riposarsi; l’avea io pure; però [p. 32 modifica] cenammo in fretta e andammo a letto presto. Sempre almanaccavo sopra la mia condizione, ed ero perfin tentato di chiedere in imprestito cento scudi al mio caro parente, che mi pareva tanto buono e compito; ma egli non aveva più verun debito con mio padre, avendo corrisposto anche avanti la scadenza coi due ultimi pagamenti, e temevo che la mia età e la mia qualità di scolare non fossero garanzie troppo sicure per inspirargli fiducia. Andai a letto in compagnia delle mie irresoluzioni e de’ miei timori, ma grazie al cielo, nè gli impicci, nè i dispiaceri, nè le riflessioni ebbera mai il sopravvento sul mio appetito e sul mio sonno. Dormii dunque tranquillamente. Il giorno dopo, il signor consigliere mi fa interrogare, se io voglia far colazione in sua compagnia. Essendo io già vestito, ed in ordine, scendo e tutto era pronto. Un brodo per il mio ospite, ed una tazza di cioccolata per me. Facendo colazione e chiacchierando, ecco come la conversazione divenne interessante. — Mio caro figlio, mi disse, io son vecchio, ho avuto un pericoloso colpo, ed aspetto di giorno in giorpo gli ordini della Provvidenza per sloggiare da questo mondo. — Io voleva replicare con quelle cortesi espressioni, che sogliono usarsi in simili casi; ma m’interruppe, dicendo: — Da parte le lusinghe, amico mio, siamo nati per morire, e la mia carriera è inoltratissima. Ho soddisfatto vostro padre riguardo ad un resto di dote, che la mia famiglia doveva alla sua; ma scartabellando i fogli ed i registri de’ miei affari domestici, ho trovato un conto aperto tra il signor Goldoni, vostro nonno, e me. — Oh cielo! (diceva fra me stesso) gli saremmo noi forse debitori di qualche cosa? — Ho bene esaminato, aggiunse il consigliere, ho ben collazionato le lettere ed i libri, e son sicuro di dovere ancora una somma ai suoi successori. — Respiro: voglio parlare, egli mi interrompe sempre, e continua il suo discorso. — Non vorrei morire, dic’egli, senza adempiere il mio dovere: ho eredi, che non aspettano che la mia morte per dissipare i beni che ho loro mantenuti, e il vostro signor padre stenterebbe molto a farsi pagare. Ah! se fosse qui, con qual piacere, proseguì egli, gli darei questo danaro? — Signore, io ripresi con un’aria d’importanza, io sono pur suo figlio: pater et fllius censentur una et eadem persona, dice Giustiniano, e voi lo sapete meglio di me. — Ah ah! disse egli, voi dunque studiate legge? — Sì, signore, risposi, sarò addottorato quanto prima, e anderò a Milano, dove penso esercitare la professione di avvocato. — Mi guarda sorridendo, e mi domanda: — Che età avete voi? — Ero un poco imbrogliato, poichè la mia fede di battesimo e il mio ricevimento in collegio non andavano d’accordo: risposi nulladimeno con sicurezza, e senza mentire: — Signore, io ho in tasca le patenti del mio collegio: volete voi vederle? Vedrete, che sono stato ricevuto di diciotto anni compiti; corre il mio secondo anno; diciotto e due fanno venti: io entro nel vigesimo. Annus inceptus habetur pro completo, e secondo il codice veneto si acquista la maggioranza di ventun’anno. — Cercavo d’imbrogliar l’affare, ma in sostanza non ne avevo più che diciannove.

Il signor Barilli però non si lasciò prender nella rete: vedeva bene che io era ancora nella minore età, e che avrebbe rischiato il suo danaro. Avevo però una raccomandazione di mio padre a mio favore: come dovea credermi capace d’ingannarlo? Ma mutò discorso: mi domandò, perchè non avessi abbracciata la professione di mio padre, e non parlò più di danaro.

Risposi, che il mio genio non era per la medicina; e ritornando [p. 33 modifica] subito al proposito che m’interessava, gli dissi: — Sarei troppo ardito, signore, se vi domandassi di qual somma voi siete debitore a mio padre? — Due mila lire, rispose, due mila lire però di questo paese (seicento lire tornesi in circa). Il danaro è là in quella cassetta; — ma non vi metteva le mani. — Signore, io soggiunsi con una curiosità un poco ardita, questa somma è in oro o in argento? — È in oro, replicò egli, in zecchini fiorentini, che dopo quelli di Venezia, sono i più ricercati. — Sono molto comodi, io dissi, a trasportarsi. — Vorreste voi, riprese egli con un’aria burlesca, assumervene l’incarico? — Volentieri, signore, risposi: vi faccio subito la ricevuta, e ne darò avviso a mio padre per rendergliene buono conto. — Ma dissiperete voi, diss’egli, dissiperete voi questo danaro? — Ah! signore, ripresi con serietà, voi mi conoscete: non son capace di una cattiva azione. Mio padre ha destinato il camarlingo del collegio per cassiere del piccolo assegnamento che ritiro: vi professo sull’onor mio, che depositerò gli zecchini in mano di questo degno abate, appena giungo a Pavia. — In conclusione, egli disse, voglio riposare sopra la vostra buona fede: fatemi la ricevuta, di cui ecco l’esemplare che avevo già preparato. — Prendo la penna; il signor Barilli apre la cassetta, e mette gli zecchini sopra la segreteria; io li guardo con tenerezza. — Ma aspettate, aspettate, soggiunge, siete per viaggio, ci sono dei ladri. — Gli faccio avvertire, che vado per la posta, e che non vi è nulla da temere. Credendomi solo, vi trova sempre del rischio. Faccio entrare il fratello del cantiniere, che era la mia guida; il signor Parilli sembra contento, e ripete al medesimo l’istessa predica che a me: io tremo sempre: ma finalmente mi consegna il danaro, ed eccomi consolato. Desiniamo il signor consigliere ed io: vengono dopo pranzo i cavalli, faccio le mie dipartenze, mi pongo in viaggio, e prendo la volta di Pavia. Giunto appena in questa città, vado a depositar gli zecchini nelle mani del mio cassiere, cui ne chiedo sei per me, e me li dà; poi seppi così ben disporre del rimanente di quella somma, che mi bastò per tutto il mio anno di collegio, e per il ritorno. In quell’anno io era un poco meno svagato, che nell’altro; seguitavo le mie lezioni all’università, ed accettavo di rado i divertimenti che mi si proponevano. Nel mese di ottobre e in quello di novembre si addottorarono quattro dei miei compagni. Pare che in Italia non si possa fare veruna cerimonia, che non sia celebrata da un sonetto; avevo il credito di facilità nel far versi, ed ero divenuto il panegirista dei buoni e dei cattivi soggetti. Nelle vacanze del Natale il signor marchese Goldoni venne a Pavia alla testa di una commissione del Senato di Milano per visitare un canale nel Pavese, che aveva dato luogo a parecchi litigi: mi fece l’onore di chiedermi, e di condurmi seco. In capo a sei giorni ritornai al collegio, glorioso della parte onorevole che avevo sostenuta. Questa ostentazione mi fece un torto infinito. Risvegliò l’invidia dei miei compagni, i quali forse da quel momento meditarono la vendetta contro di me, che fecero scoppiare l’anno appresso. Due di loro mi tesero un laccio che, poco mancò, non mi rovinasse. Mi condussero in un cattivo luogo, che non era di mia relazione; volevo partirne, ma le porte erano chiuse: saltai dalla finestra, e ciò fece dello strepito, e il prefetto del collegio lo seppe. Dovevo giustificarmi, e non potevo farlo senza aggravare i colpevoli; in simil caso si salvi chi può. Uno fu espulso, l’altro fu posto in carcere; ma ecco un infinito numero di nemici contro di me. Giungono le vacanze, ed avevo molta voglia di andare a passarle [p. 34 modifica] a Milano, per prevenire il mio protettore del disgusto che mi era accaduto; ma due persone del mio paese, che incontrai per caso al giuoco dalla palla a corda, mi fecero mutare idea. Erano questi il segretario e il maestro di casa del Residente della Repubblica di Venezia a Milano. Questo ministro (il signor Salvioni) era morto da poco tempo e bisognava che il suo séguito ed i suoi equipaggi passassero a Venezia. Questi due signori, che erano a Pavia per noleggiare un battello coperto, mi esibirono di condurmi seco loro; mi assicurarono, che la compagnia era piacevole, che non mi sarebbe mancato nè buon trattamento, nè giuoco, nè buona musica, e tutto gratis: poteva io ricusare una sì bella occasione? Accettai senza esitare nè anche un istante; ma siccome non partivano tanto in fretta, dovevo aspettare ed il collegio era per chiudersi. Il prefetto garbatissimamente, e forse anche per dar nel genio al mio protettore, volle tenermi in sua casa, ed ecco un mio nuovo delitto per i compagni. Questa parzialità del superiore a riguardo mio gl’irritò maggiormente: scellerati! me la fecero pagar cara!