Melmoth o l'uomo errante/Volume II/Capitolo XVI

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Charles Robert Maturin - Melmoth o l'uomo errante (1820)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1842)
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CAPITOLO XVI.


Ora ci conviene retrocedere, e ritornare alla notte, della quale don Francesco Aliaga rendeva conto nella lettera, che scrisse alla sua consorte. Credo, che i miei lettori si ricorderanno senza, dubbio della compagnia con la quale ei si trovava, e la cui conversazione fece sopra di lui un effetto cotanto straordinario.

Proseguiva egli il suo viaggio pascolandosi della felicità di cui sperava godere con le ricchezze, che coi [p. 347 modifica]suoi lunghi travagli erasi acquistate, e della importanza che queste gli procaccerebbero e presso la sua famiglia e presso gli amici e conoscenti. Una sera si vide egli astretto a fermarsi in un pessimo albergo, del quale egli fu molto malcontento, e dove il calore riconcentrato nelle piccole e basse stanze gli parve sì opprimente, che preferì di fare la sua cena sopra un sedile di pietra situato avanti la porta. Cotesta cena cattivissima in sè stessa era renduta più cattiva ancora da un vino, il peggiore che avesse gustato in vita sua, e che don Francesco beveva contro voglia; quando ad un tratto egli scorse una persona a cavallo che passando si arrestò, e pareva che avesse disegnato di fermarsi in quel medesimo albergo. Esso però non si fermò tanto tempo da lasciar agio al signor d’Aliaga di poter minutamente osservare la figura del passeggero e tanto più che la di lui apparenza non offriva nulla di rimarchevole. Il passeggero fece passando un segno all’albergatore, il quale se gli avvicinò [p. 348 modifica]a passo lento e di molta mala voglia, per quanto appariva; rispose alle di lui interrogazioni con molta ruvidezza e con de’ segni di rifiuto, e quando il viaggiatore si fu messo di nuovo in viaggio, l’albergatore si affrettò a rientrare in casa, facendo de’ frequenti segni di croce, e con tutti i contrassegni di un profondo terrore.

In tutta la condotta, che l’albergatore aveva tenuta con questo forestiere scorgevasi qualche cosa di più dell’arroganza naturale di un oste spagnuolo. La curiosità di don Francesco fu risvegliata da quanto aveva veduto, e gli dimandò se il forestiero avesse avuto l’intenzione di passare la notte nel di lui albergo, in vista che il tempo pareva, che minacciasse una burasca. Io non saprei dirle, signore, quale fosse la intenzione, rispose l’albergatore; ma so bene, che non gli permetterei di fermarsi un’ora sotto il mio tetto, per tutte le ricchezze dall’arcivescovo di Toledo. Io ignoro se si vada ora preparando una procella; ma che importa? quelli che la fanno nascere la possono [p. 349 modifica]ancora affrontare senza timore. Don Francesco gli domandò la cagione di coteste espressioni straordinarie di avversione e di terrore ma l’albergatore scosse il capo e stette in silenzio con quella specie di timore circospetto di un uomo rinchiuso dentro un circolo disegnato da un mago, e che paventa di oltrepassarne la circonferenza per timore di divenire la preda degli spiriti, che attendono il momento di profittare della sua prima imprudenza. Rispondendo alla fine alle reiterate istanze di don Francesco, gli disse: Vostra signoria non conosce gran fatto questa parte della Spagna, giacchè non ha sentito parlare di Melmoth, l’uomo errante. Io non ho mai sentito pronunziare il suo nome, rispose don Francesco, e vi scongiuro dirmi tutto ciò, che sapete intorno a cotest’uomo, il cui carattere deve avere qualche cosa di molto straordinario, dietro la maniera con cui ne parlate. — Signore, riprese l’albergatore, se le dicessi tutto quello, che vien riferito in conto di cotesta persona, io non potrei [p. 350 modifica]chiuder occhio in tutta questa notte; o almeno non sarebbe, che per fare de’ sogni tanto spaventevoli, che amerei meglio non dormire per tutto il rimanente della mia vita; ma se non m’inganno, vi ha alcuno in questo albergo; che potrà soddisfare la curiosità di vostra signoria; egli è questi un gentiluomo, che vorrebbe fare imprimere una relazione di diversi fatti concernenti cotesto individuo, ma che fino al presente giorno non ne ha potuto avere il permesso dal governo.

Intanto che l’albergatore favellava e che poneva al suo discorso quella importanza, che era una prova certa lui esser convinto della verità di ciò che diceva, sopraggiunse la persona che ne formava il soggetto e si assise al fianco del signore Aliaga. Pareva che egli avesse ascoltata la fine del loro colloquio e si dimostrava assai disposto a continuarlo. Era questi un uomo di aspetto grave e sì lontano da ogni apparenza di ciarlatanismo, che don Francesco, quantunque uomo prudente e sospettoso, siccome [p. 351 modifica]tutti i negozianti spagnuoli, non potè negargli una intiera confidenza; si astenne però dal darglielo a dimostrare. Signore, disse lo straniero, l’albergatore vi ha detto il vero; la persona, che voi avete veduta passare a cavallo è uno degli enti, intorno ai quali l’umana curiosità cerca indarno di soddisfarsi. Io giudico, che egli solo offra l’immagine di un uomo ancora vivente, e che apparentemente adempia alle funzioni umane, ma che esso già sia il soggetto di molte memorie scritte e per così dire sottoposte alla tradizione. Diverse circostanze della vita di cotesto ente straordinario sono già state inserite in alquante memorie che non hanno ancora, per ragioni forti, veduta la pubblica luce. Io medesimo sono informato di una o due particolarità, che non sono nel numero delle meno straordinarie. La mirabile longevità che a lui è stata accordata e la facilità con cui è stato esso veduto passare da un paese all’altro, conoscendo tutti e non essendo esso conosciuto da alcuno sono [p. 352 modifica]state la principal cagione delle numerose avventure, e ad un dipresso fra di loro consimili nelle quali egli ha figurato.

Quando lo straniero finì di parlare in tal guisa, essendo già avanzata la sera, incominciarono cadere delle grosse goccie di pioggia. Noi siamo minacciati d’una burasca; proseguì egli a dire, guardando il cielo con un’aria costernata; faremmo meglio a rientrare nell’albergo, e se vostra signoria non ha alcuna interessante occupazione, passerei volentieri qualche ora nel comunicarle alcuni aneddoti relativi all’Uomo errante e de’ quali io ho una morale certezza. Don Francesco acconsentì alla proposizione non tanto spinto dalla curiosità, quanto ancora per passare la noia che provava nello star solo; noia, che non è mai tanto insupportabile quanto in un albergo ed in un tempo procelloso. Oltre a ciò il signor Montillo lo aveva lasciato, essendo dovuto andare a visitare il suo genitore infermo, e non doveva raggiungerlo se non a Madrid. Si recò [p. 353 modifica]egli dunque al suo appartamento, invitando il suo nuovo conoscente a seguirlo.

Eccolo dunque collocato nella miserabil sala di un albergo spagnuolo, la cui apparenza, quantunque triste e solitaria, era però conveniente alla storia stravagante e maravigliosa, che l’uno de’ due interlocutori voleva all’altro raccontare. Le muraglie erano nude e disadorne, nel soffitto si vedevano delle nere e mal connesse travi, e per mobili non v’era che un tavolino, vicino al quale don Francesco occupava un’enorme poltrona ed il suo compagno uno sgabello sì basso, che sembrava essere assiso ai piedi di lui. Sulla tavola era posata una lucerna, la cui fiamma ondeggiante al soffio del vento, che penetrava sibilando per le molte fenditure della porta, rifletteva alternativamente sulla fisonomia del lettore, che non poteva fare a meno di non rabbrividire dall’orrore leggendo; e su quella del suo uditore, che impallidiva alla relazione, che stava ascoltando. La tempesta che andava [p. 354 modifica]rafforzando aggiungeva un nuovo orrore alle loro sensazioni. A ciascuna pausa, che faceva il lettore, cagionata o dalla emozione o dalla stanchezza, si sentivano e la pioggia che cadeva a torrenti e il sibilo del vento, e di tratto in tratto il fragore lontano del tuono. Si direbbe, osservò lo straniero, che gli spiriti s’irritano quando si disvelano i loro segreti.