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suoi lunghi travagli erasi acquistate, e della importanza che queste gli procaccerebbero e presso la sua famiglia e presso gli amici e conoscenti. Una sera si vide egli astretto a fermarsi in un pessimo albergo, del quale egli fu molto malcontento, e dove il calore riconcentrato nelle piccole e basse stanze gli parve sì opprimente, che preferì di fare la sua cena sopra un sedile di pietra situato avanti la porta. Cotesta cena cattivissima in sè stessa era renduta più cattiva ancora da un vino, il peggiore che avesse gustato in vita sua, e che don Francesco beveva contro voglia; quando ad un tratto egli scorse una persona a cavallo che passando si arrestò, e pareva che avesse disegnato di fermarsi in quel medesimo albergo. Esso però non si fermò tanto tempo da lasciar agio al signor d’Aliaga di poter minutamente osservare la figura del passeggero e tanto più che la di lui apparenza non offriva nulla di rimarchevole. Il passeggero fece passando un segno all’albergatore, il quale se gli avvicinò