Malmantile racquistato/Duodecimo cantare

Duodecimo cantare

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DUODECIMO CANTARE.

ARGOMENTO.

A Montelupo dà Paride il nome:
Poi gastigar la Maga e Biancon vede:
Rimessa in trono è Celidora, e come
Marito al general dà la sua fede.
Baldon, che la fortuna ha per le chiome,
Con Calagrillo a Ugnan rivolge il piede:
E al suo bel regno con Amor va Psiche,
A côrre il frutto delle sue fatiche.

1.
Stanco già di vangar tutta mattina
Il contadino affin la va a risolvere1,
In fermar l'opre ed in chiamar la Tina2
Col mezzo quarto3 e il pentol dell'asciolvere4;
Quand'in castello ancor non si rifina
Fra quei matti di scuotersi la polvere;
Onde Baldon quei popoli disperde,
Talchè a soldati Malmantile è al verde5.

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2.
E ben gli sta, perchè potevan dianzi,
Quando vedean col peggio andar sicuro,
Cedere il campo e non tirare innanzi,
Senza star a voler cozzar col muro;
E così va, che questi son gli avanzi6
Che fa sempre colui c’ha il capo duro,
Che dentro a sè si reputa un oracolo,
Nè crede al Santo se non fa miracolo.
3.
Chè sono stati, com’io dissi sopra,
Nella maga affidatisi, aspettando
Da’ diavoli in lor pro veder qualch’opra:
Ma chi vive a speranza muor cacando;
Perch’in Dite son tutti sottosopra
Per non saper dove, come, nè quando
Lasciasse il corno Astolfo7, ch’alle schiere
Esser tromba dovea nelle carriere.
4.
Di modo che Plutone, omai scornato,
Poichè quel corno più non si ritrova,
Pel Proconsolo dice aver pescato8,
Però convien pensare a invenzion nuova;
Ma innanzi ch’ei risolva col senato
E che ’l soccorso a Malmantil si muova,
Ch’egli abbia a esser proprio poi s’avvisa
Di Messina il soccorso o quel di Pisa.

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5.
Qui per alquanto a Paride ritorno
Ch’è nell’oste9 alla quarta sboccatura10;
E perchè dal paese egli ha in quel giorno
Tolta ogni noia, liberando il Tura,
La gente quivi corre d’ogni intorno
A rallegrarsi della sua bravura;
Ne lo ringrazia, e a regalarlo intenta,
Chi gli dà, chi gli dona e chi gli avventa11.
6.
Ma quegli, ch’obbligarsi non intende,
Non vuol pur quanto un capo di spilletto;
E subito ogni cosa indietro rende
Ringraziando ciascun del buon affetto.
E dice, che da lor nulla pretende,
E se di soddisfarlo hanno concetto,
Per tal memoria gli sarà più grato
Che il luogo Montelupo sia chiamato.
7.
Sì, sì, ch’egli è dover; da tutti quanti
Gli fu risposto: ed in un tempo stesso
L’editto pel castello su pe’ canti
Per memoria de’ popoli fu messo,
Che divulgato poi di lì avanti
Fu osservato sì, che fino adesso
Questo nome conservan quelle mura,
E ’l manterranno, finchè ’l mondo dura.

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8.
Se Paride riman quivi contento
Di tal prontezza, non si può mai dire;
Ma non volle aspettarne poi l’evento,
Perchè gli venne il grillo di partire:
Ch’egli ebbe sempre quello struggimento
D’andare al campo, ed or ne vuol guarire;
Perciò ne va per ritornare in schiera,
E trova che sparito è ciò che v’era.
9.
E che fuor del castello il popol piove
Che ognor ne scappa qualche sfucinata12,
Per lo più gente che a pietà commove,
Cotanto è rifinita e maltrattata.
E’ s’avvicina. e dice: olà, che nuove?
Ed un risponde e dice: o camerata,
Cattive, dolorose; e se tu vai
Qui punto innanzi, tu le sentirai.
10.
Paride passa, e ne riscontra un branco
Nel qual chi è ferito e chi percosso;
Chi dietro strascicar si vede un fianco,
E chi ha un altro guidalesco addosso,
Mostrando anch’egli, senza andare al banco
O al sabato aspettar, ch’egli ha riscosso;
Ciascuno ha il suo fardel di quelle tresche13
Che pigliarsi ha potuto più manesche.

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11.
Chi ha scatole, chi sacchi e chi involture
Di gioie, di miscee, di biancheria:
Un altro ha una zanata di scritture
Ch’egli ha d’un piato nella Mercanzia14:
E piange ch’ei le vede mal sicure,
Perocchè ’l vento gliele porta via;
Un altro, dopo aver mille imbarazzi,
Port’addosso una gerla15 di ragazzi.
12.
Un altro imbacuccato stretto stretto
Va solo, e spesso spesso si trattiene,
Perch’egli ha certe doppie in un sacchetto,
E le riscontra s’elle stanno bene.
Le donne agli occhi han tutte il fazzoletto
E sgombrano16 aspi, rócche e pergamene17;
Chi ’l suo vestito buono e chi uno straccio,
Chi porta il gatto o la canina in braccio.
13.
Entra Paride alfin dentro alla porta
Ove gli par d’entrare in un macello;
Ch’ad ogni passo trova gente morta,
O per lo men che sta per far fardello.
Ma quel che maraviglia più gli apporta,
Si è il veder in piazza un capannello
Di scope e di fascine, e poi fra poco
Strascinarvi una donna e dargli fuoco.

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14.
Curioso vanne, ed arrivato in piazza
Per chi, domanda, è sì gran fuoco acceso?
E gli è risposto: egli è per Martinazza
Che già v’è drento e scrive: lato preso18;
E le sta ben, perch’una simil razza,
C’ha fatto sempre d’ogni lana un peso19,
E’ si vorrebbe, Dio me lo perdoni,
Gastigare a misura di carboni.
15.
In questo ch’ognun parla della strega,
Si sente dire: a voi, largo, signori!
E un omaccion più lungo d’una lega
Dal palazzo si vede condur fuori;
Poi sopra al carro ove Birreno20 il lega,
E cinto, come già gl’Imperadori,
Di alloro in vece, d’un carton21 la chioma
Va trionfante al remo, non a Roma.
16.
Questo infelice è il povero Biancone
Che tra quei pochi là della sua schiera,
Che restan vivi, è fatto anch’ei prigione
Per esser vogavanti di galera;
Chè tal fu d’Amostante l’intenzione:
Ma perch’eglí è un uomo un po’ a bandiera22,
Sentenziato l’avea, senza pensare
Che Malmantil non ha legni nè mare

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17.
Perciò, mentre che tutto ignudo nato
Se non ch’egli ha due frasche per brachetta.
Sì bel trofeo si muove, ed è tirato
Da quattro cavallacci da carretta,
La Consulta il decreto ha revocato,
Sicchè di lui nuov’ordine s’aspetta;
Ed è stato spedito un cancelliere
Con più famigli a farlo trattenere.
18.
I ragazzi frattanto che son tristi
A veder ciò che fosse essendo corsi,
E poi ch’egli è un prigion si sono avvisti
E ch’egli è ben legato e non può sciorsi,
Unitamente, in un balen provvisti
Di bucce, di meluzze, rape e torsi,
Cominciarono a fare a chi più tira,
Ed anche non tiravan fuor di mira.
19.
E perch’ei non ha indosso alcuna vesta
Lo segnan colpo colpo in modo tale,
Che innanzi ch’e’ finiscan quella festa
Ne lo svisaron e conciaron male;
E al miteron, che a torre aveva in testa,
Benchè giammai spuntate avesse l’ale,
Con quei suoi merli23 che non han le penne
Pigliar il volo all’aria alfin convenne.

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20.
Paolin cieco24, il qual non ha suoi pari
Nel fare in piazza giocolare i cani,
E vende l’operette ed i lunari,
E proprio ha genio a star co’ ciarlatani,
Pensato ch’ei farebbe gran denari
Se quel bestion venisse alle sue mani,
Perch’avrebbe a mostrarsi quel gigante
Più calca che non ebbe l’elefante25;
21.
Così presa fra sè risoluzione,
Va in corte a Bieco e lo conduce fuora:
Gli dice il suo pensiero e lo dispone
A chieder il gigante a Celidora;
E Bieco andato a ritrovar Baldone
Tanto l’insipillò26, ch’allora allora
Ei corre alla cugina e gliene chiede,
Ed ella volentier glielo concede.
22.
Ed ei lo dona a Bieco e a Paolino
Col carro e tutte l’altre appartenenze;
Ed eglino con tutto quel traíno27,
Fatte col duca già le dipartenze,
Si messero di subito in cammino
Indrizzati alla volta di Firenze;
Poi giuntì là di buona compagnia
Fermansi in piazza della Signoria.

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23.
Subito quiví Paolino scende
Per trovar qualche stanza che sia buona,
Avendolo serrato fra due tende,
Acciò non sia veduto da persona.
Bieco a tenerlo con due altri attende,
E, se lo vede muover, lo bastona;
Ma egli ha fortuna, perch’è così grande
Ch’e’ non gli arriva manco alle mutande.
24.
Piange Bíancone e chiede altrui mercede;
E mentre il fato e la fortuna accusa,
Fuor delle tende il guardo gira, e vede
Perseo28 c’ha in man la testa di Medusa,
E immoto29 resta lì da capo a piede;
Né più sì duol, ma tien la bocca chiusa
Perchè col carro e tutta la sua muta
De’ cavallacci, in marmo si tramuta.
25.
Quei tre, ch’ognor come cuciti a’ fianchi
Gli stavan quivi acciocch’ei non scappassi,
Privi di senso allora, e freddi, e bianchi
Anch’eglino si fanno immobil sassi.
Ma perchè ’l prolungarmi non vì stanchi,
Gli è me’ ch’a Malmantile io me ne passi,
Ove gli amici Paride ritrova
E sente ch’ogni cosa si rinnova.

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26.
Poichè Baldone Malmantile ha preso,
E tutte quelle povere brigate,
Salvo però chi non si fosse arreso,
Ormai se non son ite a gambe alzate;
Sicchè da questo avendo al fin compreso,
Poi Bertinella, ch’ella l’ha infilate30,
Per ammazzarsi sfodera un pugnale;
Ma quei, ch’è buono, non le vuol far male.
27.
Chè non so come gli esce fra le dita
E salta in strada, chè le gambe ha destre31:
Ov’ella a ripigliarlo è poi spedita
Da chi dopo di lei fa le minestre32;
E perch’ell’abbia a raccorciar la gita,
Le fa pigliar la via dalle finestre;
Ella va sì, ma poco poi le importa
Trovar chi ammazza se vi giunge morta.
28.
Così cercando le grandezze e gli agi
A spese d’altri, or sconta il suo peccato;
Onde tornata Celidora33, il Lagi
De’ popoli padrona e dello Stato,
Temendo ancor de’ tristi e de’ malvagi
Nuovi ministri fa, nuovo senato;
Sebben de’ primi poco ha da temere,
Chè tutti han ripiegate le bandiere.34

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29.
E per estinguer la memoria affatto
Di Bertinella in ogni gente e loco
Si levan le sue armi, e il suo ritratto
Tagliato in croce si condanna al fuoco.
Un bando va di poi, ch’a verun patto
Nessun ne parli più punto nè poco,
Sotto pena di star in sulla fune
Quattro mesi al palazzo del Comune.
30.
Un oratore intanto de’ più bravi
A Celidora Malmantile invia,
Che del castello ad essa dà le chiavi
E rende omaggio colla dicería;
Ed ella in detti maestosi e gravi
Pronta risponde a tant’ambasceria;
Indi le chiavi piglia, e un altro mazzo
Di quelle delle stanze del palazzo.
31.
E perch’egli è un pezzo ch’ell’ha voglia
Di riveder come d’arnesi è pieno,
Del manto e d’altri addobbi si dispoglia,
E comincia a girarlo dal terreno35.
I guardarobi aspetta ad ogni soglia
Ch’ad aprir gli usci paiono il baleno.
E subito poi lesto uno staffiere,
Quand’ella passa, le alza le portiere.

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32.
Ed ella se ne va sicura e franca,
Sapendo ogni traforo36 a menadito;
Perchè troppo non è ch’ella ne manca
E l’abitò fin quando avea marito.
Scese, girò, salì, nè mai fu stanca,
Sinchè non ebbe di veder finito;
All’ultimo si fece in guardaroba
Aprir gli armadi, e cavar fuor la roba.
33.
Spiegasi prima sopr’a un tavolotto
Un abito mavì37 di mezza lana,
Che in su’ fianchi appiccato ha per di sotto
Un lindo guardinfante alla romana;
Poi viene un verde e nuovo camiciotto38
Con bianche imbastiture39 alla balzana;
E poi due trincerate40 camiciuole
Che fanno piazza d’arme alle tignuole.
34.
Una zimarra pur di saia nera,
Per dove si fa a’ sassi41 arcisquisita;
Perchè gli aliotti42 e il bavero a spalliera
Paran la testa e in giù mezza la vita;
Portandola alle nozze o a una fiera,
Tôrre e comprar si può roba infinita,
Ch’ell’ha due manicon sì badïali
Ch’e’ tengon per quattordici arsenali.

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35.
Una cappa tanè, bella e pulita,
Di cotone, sebben resta indeciso
S’ella è di drappo43 o pur ringiovanita
Perchè non se le vede pelo in viso;
Evvi d’abiti pur copia infinita,
Ma chi tinto, chi rotto e chi riciso,
Chè ’l tempo guasta il tutto, e per natura
Cosa bella quaggiù passa e non dura.
36.
Basta44, se v’è qualcosa un po’ cattiva,
Che Celidora ha quivi abiti e panni,
Che al certo, tuttavolta ch’ella viva,
Può francamente andar in là con gli anni;
Ma perchè al suo cuor magno non s’arriva
Di certe toppe, scampoli e soppanni
Tôrsi d’impaccio volle, e a quella gente,
Ch’ell’ha dintorno, farne un bel presente.
37.
Due altri armadi poi fur visitati,
Che l’uno è tutto pien di biancheria
l’altro di paramenti ricamati
D’oro netto45 con nobil maestria;
E un altro di più tresche e arnesi usati,
E calze, e scarpe, e simil mercanzia
Che a vedersi per ultimo è rimasa;
V’è poi la masserizia della casa.

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38.
Di qui si parte, ed apre uno stipetto.
D’intagli e d’arabeschi ornato e ricco,
E trova due cassette di belletto,
Cert’altre di pezzette e d’orichicco46
Una di biacca, e in una un bel vasetto
Che dà l’acqua da rogna per lambicco;
’N un’altra, ch’elle furon fino a dieci,
Ellera47 a mazzi e un bel tascon di ceci.
39.
Ad un casson di ferro va da zezzo,
E quivi trova il morto48 ma da vero;
Chè i diamanti e le gioie di gran prezzo
Non v’hanno49 che far nulla e sono un zero;
Perchè si tratta ch’e’ vi fosse un vezzo
Di perle, che sebben pendeano in nero,
Eran sì grosse, che si sparse voce
Ch’ell’eran poco manco d’una noce.
40.
D’anelli e d’orecchini v’è il marame50,
Tanti gioielli poi che è un fracasso:
Di medaglie dorate o vuoi di rame
Un moggio ne misurano e di passo51;
Ma quella è spazzatura ed un litame,
Rispetto alle monete che più basso
Le più belle comparsero del mondo;
Chè in fatti i pesci grossi stanno al fondo.

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41.
Tutte in sacchetti co’ lor polizzini
Che dicon la moneta che v’è drento;
Le piastre sono in uno, in un fiorini,
In un gli scudi d’oro, in un d’argento,
Lire in un, giuli in questo, in quel carlini;
Poi dopo un ordinato spartimento
Di crazie, soldi e più danar minuti,
Sonvi i quattrini, i piccioli e i battuti.
42.
Poi ne venivan gli occhi di civette52;
Ma il proseguir più oltre fu interrotto,
Perchè alla donna venner più staffette
A dir che’l duca le volea far motto;
Ond’ella il tutto nel casson rimette:
E riserrato, scende giù di sotto
Ove Baldon l’aspetta in istivali
E per partir di quivi sta in sull’ali.
43.
Perch’aggiustate omai tutte le cose,
Che più desiderar non si potea,
Egli, ch’era per far come le spose
La ritornata53, idest, alla Ducea,
In punto a questo fine allor si pose;
E in quel, che il camerier della chinea54
La puliva per metterle la sella,
Licenziossi così dalla sorella.

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44.
Omai è tempo, cara Celidora,
Che inverso li miei sudditi m’appressi;
Chè ’l trattenermi di vantaggio fuora,
Pregiudicar potrebbe a’ miei interessi.
Però qui resta tu co’ tuoi in buon’ora
E fátti amare e rispettar da essi;
Ed in ordine a questo si conviene
Fare anche un’altra cosa per tuo bene.
45.
Perchè s’io parto poi, cugina mia,
Non so se tu ci avrai tutti i tuoi gusti;
Chè qui non è nessun che per te sia
Mentre sorgesser poi nuovi disgusti,
Ma voglia il ciel ch’io dica la bugia;
Ad ogni modo io vo’ che tu t’aggiusti
Per sicurtà con un compagno il quale
S’accasi teco: e questo è il Generale.
46.
I tuoi Stati difender si dà vanto,
Chè tu vedi, egli è bravo quant’un Marte;
E se fin or per noi ha fatto tanto,
Pensa quel ch’ei farà s’egli entra a parte.
Orsù dágli la man, cava su il guanto;
E voi non ve ne state più in disparte:
Casa Latoni55, o Amostante nostro,
Fatevi innanzi, dite il fatto vostro.

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47.
Ovvia passate qua da mia cugina,
Ch’avete voi paura che vi morda?
Guardate se vi piace la pannina56;
Dite, non ci tenete in sulla corda,
Bisogna domandarne alla Regina,
Rispose il General, s’ella s’accorda;
Chè quanto a me, giá son bell’e accordato,
Anzi terrei d’averne di beato57.
48.
Sì, egli è dover sentir l’altra campana,
Baldon soggiunse voi parlate bene,
Già so, questo va in forma e per la piana,
Ed altrimenti far non si conviene.
Così alla donna dice: ovvia su, trana58,
Rispondi presto, cavaci di pene,
Vuo’l tu? parla: or oltre dàlla fuore,
Di’ mai più59 sì, e daccela60 in favore.
49.
Ed ella nel sentir com’ei l’astringe
A dar pronta risposta a tal domanda,
D’un modesto rossor tutta si tinge
Perchè morir volea colla grillanda61;
Pur alfin nelle spalle si ristringe,
E dice che farà quanto comanda.
O garbato! rispose allor Baldone,
Oh così presto e male, e conclusione!

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50.
Dagli dunque la mano in mia presenza.
E voi, o General, datela a lei;
Ch’io voglio prima della mia partenza
Veder solennizzar questi imenei.
Ma per non recar tedio all’udïenza,
Idest a chi ascolta i versi miei,
Col trattar sempre d’una stessa cosa
Lasciamgli, e andiamo incontro a un’altra sposa.
51.
Seguito col suo eroe62 già Psiche avea
La strega che da lui fuggiasi ratta;
Quand’ei l’incorse colla cinquadea63
Perch’al duello non volle la gatta64,
E per questa rival nuova Medea,
Che rovinata l’ha intrafinefatta65,
Adesso è tribolata al maggior grado,
E s’allor pianse, or qui tira per dado66.
52.
Perchè dopo d’aver cercato tanto
Amor, di chi fu sempre ansiosa e vaga,
Sel trova chiuso in un luogo d’incanto,
Per opra pur di questa crudel maga.
La quale in quei frangenti fatto il pianto67
Di patria e beni, di morir presaga,
E che in suo onor doveansi fra poco
Alzar capanne68 e far cose di fuoco69;

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53.
Più non potendo aver Cupido sposo
Perocch’Amor da’ morti sta lontano,
Non vuol, s’ei muor, così n’ha il cuor geloso,
Che pur veduto sia da corpo umano;
Perciò con incantesmi l’ha nascoso
Facendo come il can dell’ortolano,
Ch’all’insalata non vuoi metter bocca
E non può comportar s’altri la tocca.
54.
Già, Calagrillo e Psiche ebbero avviso
Di tutto quello ch’è seguíto in corte;
Ma il luogo appunto non si sa preciso,
Però si fanno aprir tutte le porte;
Intanto crosciar sentesi un gran riso,
E quel ch’è peggio poi suonar, ma forte,
Bastonate di peso traboccanti,
Senza conoscer chi recò contanti70.
55.
Giù per le scale ognun presto addirizza71
Chè dal timor glì s’arricciano i peli;
Ma Calagrillo altiero e pien di stizza
Colla sua striscia fa colpi crudeli;
Va per la stanza, e fende, taglia e infizza,
Ma non chiappa, se non de’ ragnateli;
Paride giunge col suo libro intanto,
E il diavol caccia e manda via l’incanto.

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56.
Così dopo gli affanni e le fatiche
Sofferti per tant’anni e lustri interi,
Ritrovatosi Amore, ed egli, e Psiche
Rappatumati fur da’ cavalieri;
Onde scordati dell’ingiurie antiche
E riuniti più che volentieri,
Ai regi sposi fero i baciabassi72,
Restando a parte di lor feste e spassi.
57.
Giunti i cialdoni poi e fatto il ballo,
Il duca diede affin l’ultimo addio;
E subito con ogni suo vassallo
In verso Ugnano si pigliò il pendío.
E Calagrillo in groppa al suo cavallo
Preso con Psiche il faretrato Dio,
Anch’ei partì, e inteso il lor disegno,
Gli ricondusse all’amoroso regno.
58.
Finito è il nostro scherzo: or facciam festa73
Perchè la storia mia non va più avanti;
Sicchè da fare adesso altro non resta,
Se non ch’io reverisca gli ascoltanti.
Ond’io perciò cavandomi di testa,
Mi v’inchino, e ringrazio tutti quanti.
Stretta la foglia sia, larga la via:
Dite la vostra, ch’i’ ho detto la mia74.

Note

  1. St. 1. La va a risolvere. Va a sospendere la fatica.
  2. Tina. Caterina, la sua donna.
  3. Mezzo quarto. Vaso grande da portare il bere all’opere.
  4. Asciolvere. Il primo mangiare della giornata che solve il digiuno: vero corrispondente del breake-fast inglese.
  5. Al verde. Alla fine; dal verde di cui era tinta da piedi la candeletta che finchè bruciava dava campo di offerire nei contratti di subastazione.
  6. St. 2. Avanzi ecc. I vantaggi dell’ostinato.
  7. St. 3. Lasciando il corno Astolfo. Vedi c. VI, 105.
  8. St. 4. Pescar pel proconsolo. Durar fatica inutilmente, anzi per impoverire: detto perché in Firenze, un giorno dell’anno, eran tenuti i pescatori a pescare in un certo luogo dell’Arno, per colui che teneva questo magistrato, senza esser pagati.
  9. St. 5. Oste. Osteria.
  10. Sboccare. Manomettere il fiasco gettando via l’olio e il primo vino di esso
  11. Avventa Sott. sassate, o regali. È uno dei soliti equivoci a cui dà luogo il verbo Dare (percuotere)
  12. St. 9. Sfucinata. Gran quantità.
  13. St. 10. Tresche. Arnesi di poco prezzo.
  14. St. 11. Mercanzia. Corrisponde ai nostri tribunali di commercio.
  15. Gerla. È come un gran paniere a gabbia. Quantità, moltitudine.
  16. St. 12. Sgombrare. Portar masserizie da una in altra casa.
  17. Pergamena. Qui, Il coperchio del pennecchio nella rócca.
  18. St. 14. Lato preso. Queste parole solevansi scrivere sopra uno spazio di terreno in Firenze da quelli che in quel posto volevano esporre le loro mercanzie il giorno della fiera.
  19. D'ogni lana peso. Ora è più comune D’ogni erba fascio.
  20. St. 15. Birreno. (birro). Vedi Ariosto C. IX, X, e XI.
  21. Un carton. La mitera.
  22. St. 16. A bandiera. Inconsiderato e volubile.
  23. St. 19. Merli. Nella parte superiore della mitera molte volte s’intagliavano dei merli, quasi a rappresentare una corona murale. Qui poi giuoca il poeta sul doppio significato della voce merli.
  24. St. 21 Paolin cieco.ecc. Vedi c. XI, 22.
  25. L'elefante. Parla di un elefante che fu condotto in Firenze ai tempi dell’autore.
  26. St. 21 Inspillò. Pregò instantemente, stimolò.
  27. St. 22 Traìno. Comunemente Tráino.
  28. St. 24 Perseo. Il Perseo di bronzo, opera di Benvenuto Cellini, che è sotto un arco della Loggia de’ Lanzi.
  29. E immoto. ecc., perchè guardò la testa di Medusa, che, secondo la favola, aveva potere di petrificare i riguardanti. In questa e nella seguente ottava il Poeta descrive la fontana che è in Piazza della Signoria; dando graziosamente una favolosa origine a quella che fu fattura dell’Ammannato.
  30. St. 26 L'ha infilate le pentole. Ha finito tutto; e’ restava senza nulla.
  31. St. 27 Le gambe destre. Cade con velocità, perchè è grave.
  32. Fa le minestre. Amministra.
  33. St. 28 Celidora. che è il Lagi; il quale fu un sensale così accreditato che passò in proverbio per dire Persona che vuol fare tutti i negozi.
  34. Ripiegate le bandiere. Si noti quanti modi scherzosi abbiam noi per dir Morire.
  35. St. 31 Terreno. Piano terreno.
  36. St. 32. Traforo. Ripostiglio.
  37. St. 33. Mavì. Color turchino chiaro.
  38. Camicciotto dicevano le contadin invece di sottana.
  39. Imbastitura. Piegatura in giro da piedi (alla balzana) della veste, cucita per ornamento con punti bianchi esterni, che somigliano quelli che fanno i sarti nell’imbastire.
  40. Trincerate. (trinciate).
  41. St. 34. Dove si fa a' sassi. Questo bel giochetto del fare a’ sassi in Firenze, ma non in Roma, è dismesso da secoli, a dispetto della profezia che diceva: Guai Firenze, quando in Mercato non si farà a’ sassi.
  42. Aliotti. Pistagne nelle attaccature delle maniche.
  43. St. 35. Il drappo si riconosce dal cotone perchè non ha il pelo annodato. —
  44. St. 36 Basta ecc. Con tutto questo discorso riesce a dire: Se non muore, invecchia di certo.
  45. St. 37 D'oro netto. Costruisci Netto d’oro, e il senso cambia affatto.
  46. St. 38 Orichicco. Gomma che geme dal ciliegio, pèsco o susino.
  47. Ellera ecc. Robe per cauteri.
  48. St. 39 Il morto. Il buono, il tesoro.
  49. Non v'hanno ecc.. Vuol dire: non ve n’è affatto..
  50. St. 40 Marame. Rifiuto di mercanzia, gran quantità.
  51. E di passo. E più. Vedi c. XI, 12.
  52. St. 42 L'occhio di civetta è giallo come una moneta d’oro.
  53. St. 43 Far la ritornata si diceva delle spose che dopo essere state una quindicina di giorni in casa lo sposo, ritornavano per breve tempo alla casa paterna
  54. Chinea. Par che voglia dire Bestia che si chini.
  55. St. 46 Casa Latoni. Invece di Signor Latoni. Il Minucci dice che è modo della bassa gente.
  56. St. 47 La pannina. La mercanzia.
  57. D'averne di beato. Mi parrebbe d’aver del beato; sarei beato; n’avrei di catti.
  58. St. 48 Trana. Traina, spícciati.
  59. Mai più. Finalmente, una volta.
  60. Dacci la sentenza in favore.
  61. St. 49 Morir colla grillanda. A chi muor vergine si suol mettere una ghirlanda.
  62. St. 51 Col suo eroe. ecc. Vedi c. X, 27
  63. Cinquedea. La spada; forse dall’ impugnarla colle cinque dita.
  64. Non volle la gatta. Non volle badare, non volle trattenersi quasi ruzzando, come si fa colla gatta.
  65. Intrafinefatta. Affatto, era voce usata quasi unicamente nel contado a’ tempi del Minucci.
  66. Tira per dado. Piango più che mai; forse dai lamenti dei soldati che dovendo esser decimati, tirano a sorte la propria condanna.
  67. St.52. Fatto il pianto. Messo per perduta la patria e i beni.
  68. Alzar capanne ecc. Vedi sopra, st. 13.
  69. Cose di fuoco nel significato ovvio, Cose stupende.
  70. St. 54. Chi recò in contanti. Chi era che pagava con quelle monete così di buon peso (traboccanti).
  71. St. 55. Addirizza. Fugge per la via più diritta.
  72. St. 56. Baciabassi. Profondi inchini.
  73. St. 58. Facciam festa. Siate licenziati o ascoltatori.
  74. Stretta la foglia ecc. Questa è la chiusa usata da tutte le donnicciuole nelle storielle che raccontano ai bambini.