Lettere (Andreini)/Lettera CXXX

CXXX. De i pensieri honesti di giovanetta da marito.

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CXXX. De i pensieri honesti di giovanetta da marito.
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De i pensieri honesti di giovanetta da marito.


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Erche il communicar ad altrui i propri affanni è una medicina della malinconia, non voglio, e non posso mancare (Signora mia cara) di communicarvi gli affanni miei. V. S. sà in quanto timore, e ’n quanta austerità di vita sono stata allevata da’ miei parenti; ch’i’ posso giurare di non haver mai saputo ciò, che sia stato riposo, o quiete nè d’animo, nè di corpo. Io a’ ceppi, alle catene sono stata sempre sottoposta, io sempre ho havuta la mia casa per prigione, io non ho mai potuto, come fan le altre giovani uscir di casa, neanche in dì solenne, io non ho mai potuto impetrare d’andar ad alcuna ricreatione, io non ho mai havuto sfoggio di panni, o di gioie, in somma io non hò mai havuto un minimo contento, e tutto recandomi in pacienza ho fatto vedere à chi potea comandarmi, che sempre il suo cenno m’è stato legge; hora ch’io son cresciuta in età, che ’l timore dovrebbe esser honore, amando giovane quelli, che temei fanciulla, sono sforzata à paventar più che mai la severità loro. O mia fiera sventura, hora ch’io dovrei respirare, vivo più oppressa. O Signora mia cara, hora che ’l padre, e la

[p. 129v modifica]madre dovrebbono ricompensar l’indicibil mia toleranza, col maritarmi à mia sodisfattione vogliono legar la mia volontà, e darmi ad uno, che mi dispiace più che la morte. Sò, che per pigliar marito non son per mutar fortuna, anzi sono per sottopor il collo à nuovo giogo, con tutto ciò, poiche hà da esser sia di mio gusto: ma volermi dar ad uno, che non hà parte, che meriti d’esser amata, com’è possibile il consentirci? dunque con la mia dote hò da comprar l’inferno? ohime, ch’io porto opinione, che non sia al Mondo sorte così misera, che non sia superata dalla mia infelicità. Io sin’alla morte guiderò mia vita con un mostro? io son dunque tant’in odio al Cielo? io ho dunque commesso così gran fallo, che merito d’haver così grave gastigo? di cui debbo dolermi infelice, ch’io sono? debb’io dolermi delle stelle, della sorte, del Cielo, o de’ parenti? Ohime, che l’esser donna, e non altro è cagione de’ miei dolori. O sesso calamitoso, e misero, sesso pieno d’affanni, e di tormenti, sesso noioso à te medesimo non che ad altrui. Oh non foss’io mai nata, o se pur nascer doveva (ch’essendo nata pur troppo i’ dovea nascere) fossi’io nata o sterpo, o sasso. Pensando di dovermi accompagnare con un’huomo pieno di mancamenti, per la soverchia doglia sento scoppiarmi il cuore. Sa vostra Signoria qual è lo sposo, che i miei m’hanno eletto? e ’l figliuolo del Signor N. ilqual si sà quanto sia brutto non dico di corpo (che bench’egli sia bruttissimo potrei comportarlo) ma dico d’animo. Egli non hà costumi di gentilhuomo, egli hà tanta cognitione [p. 130r modifica]di civiltà quant’ha uno, che sia allevato ne’ boschi, egli (come si dice in proverbio) tanto conosce, e tanto apprezza la virtù, quanto fa l’asino il suon della lira. Costui non ha mai appresa cosa lodevole, costui non ha parte, che s’avvicini a mediocrità di gentilezza, non che a gentilezza, e perche in se non l’hà, li dispiace in altrui. Costui è d’ingegno rozo, di cuor vile, d’animo avaro, di costumi incivile, d’aspetto diforme (ma questo come hò detto vorrebbe dir nulla, che me la passerei) e finalmente di vitij, e d’ogn’altra cosa indegna, solo simile a se stesso: ma che occorre, che à Vostra Signoria ’l descriva se come me ’l conosce? sà, ch’i’ non posso dir tanto che non m’avanzi di dirne più, è meglio che in vece di parlar di lui, caldamente, e caramente la prieghi sicome io fò à dissuader mio padre da tanta ingiustitia. Fatelo Signora mia per quanto bramate la salute d’una, che svisceratissimamente v’ama. Sò, che mio padre, e mia madre vi voglion bene, e che v’hanno per quella giuditiosa, che veramente siete, onde con facilità s’acquetaranno alle vostre ragioni. Vi bacio le mani, & vi prego con tutto ’l cuore à soccorrermi.