Lettere (Andreini)/Lettera CXLIX

CXLIX. Delle lodi della donna amata.

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CXLIX. Delle lodi della donna amata.
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Delle lodi della donna amata.


E’
Mi pare, che i timidi amanti dovrebbon’esser discacciati dall’Imperio d’Amore. Colui, che non hà animo d’intraprender una difficile, e gloriosa impresa, come potrà sperarne la bramata, e lodevol vittoria? Io non dirò, che non ardisco di scuoprirvi l’amor mio, dirò ben liberamente, ch’io v’amo, e che d’amarvi hò grandissima ragione: perche chi non hà mai veduto quand’è serena la notte fiammeggiar nell’azurro del Cielo, due scintillanti stelle, miri quelle risplendenti luci folgorar nell’angusto Cielo della tranquilla vostra fronte, che allhora potrà vantarsi di saper quanto possono le stelle in noi. Chi non hà mai veduti i chiari, e biondi raggi del Sole, quando ne’ giorni estivi giunto al meriggio vibra infuocate saette s’affisi nell’oro delle vostre polite chiome quando per venir in contesa col medesimo Sole, fate nel mezo del suo più chiaro lume così pomposa

[p. 153r modifica]mostra di quella bella selva di minuti strali, ch’egli ne rimane abbagliato, nè sà ben veder chi vi mira, qual di voi due il vero Sole chiamar si possa; e quegli che à così chiaro oggetto potrà regger lo sguardo assicurisi pure d’haver mirato quant’ha di raro il Cielo. Chi non hà mai veduto il volto della nascente Aurora sparso di rose, e di gigli, miri la porpora, e la neve dell’una, e dell’altra vostra guancia. Chi non sà che cosa sia il candore dell’argentata Luna, allhora che tutta piena di raggi levate le nere bende, gareggiando col Sole sì fa vedere, vegga la candidezza della vostra fronte, e del vostro seno, che troverà tra ’l suo lume, e ’l vostro esserci questa differenza, che ’l suo non sempre riluce, e ’l vostro continuamente fiammeggia: e per conchiudere io non dirò, che chi non hà mai vedute le perle delle conche Eritree, & i rubini più pretiosi della Terra, miri i vostri pari, e ben composti denti, e quell’acceso tumidetto labbro: ma dirò solo, che chi brama di veder la più bell’opra, che mai uscisse delle mani della Natura, e del Cielo, miri voi dolcissima Signora mia, la cui bellezza è tale, che se colei, che fu dall’antica Gentilità chiamata Dea della bellezza vi fosse appresso, confessando l’error di quelle genti direbbe, che à voi sola si convien tal honore. O me felice dunque à cui vien dato in sorte d’amarvi, e di servirvi. O me di nuovo felice, poiche per così bella cagione perdei la mia libertà. O dolce, e fortunata perdita, ò piacevol giogo, ò gradita servitù, che ’n sì alto luogo [p. 153v modifica]impiegata fai, che ’l servo possa giustamente chiamarsi Signore. Ogniuno vorrebbe arricchirsi in questa perdita, ogniuno vorrebbe esser soggetto à così care leggi; ma voi cuor mio non volete se non un solo, e quel solo per mia singolar ventura, e per vostra somma cortesia (ch’i’ doveva dir prima) son’io. Io solo ancora mi contenterò di ricever tutti gli strali degli occhi vostri. Io solo porterò nel mio petto (fortunato Vulcano) tutte quelle fiamme, che ’l vostro bellissimo volto spira. Io solo sosterrò i tormenti, che frà tutti gli amanti si potrebbon partire. Io solo sospirerò, e piangerò per tutti. Io solo sottentrerò alle fatiche in ricompensa di quella gratia, ch’à me solo vien conceduta. Amatemi dunque mio bene, poich’io non temo d’espor il petto, il cuore, la bocca, gli occhi, e finalmente la vita à gli strali, alle fiamme, à i tormenti, à i sospiri, alle lagrime, & alle fatiche per voi; nè fia mai, che per non languire, per così bella cagione io brami, com’altri suole di sommerger la mia pena nelle mie lagrime.