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Le vite de’ piu eccellenti pittori, scultori, et architettori, 1-2/Proemio di tutta l’opera

Proemio di tutta l’opera

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Lettera di Giovan Battista Adriani Introduzione 1
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PROEMIO DI TUTTA

L’OPERA.


Vasari - Le vite, 1568 B, v. 1, capolettera S p (97).jpg
OLEANO gli spiriti egregij in tutte le azzioni loro, per uno acceso desiderio di Gloria, non perdonare ad alcuna fatica, quantunche gravissima, per condurre le opere loro a quella perfezzione, che le rendesse stupende, et maravigliose a tutto il mondo: Nè la bassa Fortuna di molti poteva ritardare i loro sforzi, dal pervenire a sommi gradi, si per vivere honorati, et si per lasciare ne tempi avenire eterna Fama d’ogni rara loro eccellenza. Et ancora che di cosi laudabile studio et desiderio fussero in vita altamente premiati dalla liberalità de Principi, et dalla virtuosa ambizione delle Repubbliche, et dopo morte ancora perpetuati nel cospetto del mondo con le testimonianze delle statue, delle sepulture, delle medaglie, et altre memorie simili; La voracità del tempo nondimeno si vede manifestamente che non solo ha scemate le opere proprie, et le altrui honorate testimonianze di una gran parte, ma cancellato et spento i Nomi di tutti quelli, che ci sono stati serbati da qualunque altra cosa, che dalle sole vivacissime et pietosissime penne delli scrittori. La qual cosa piu volte meco stesso considerando, et conoscendo non solo con l’esempio degli antichi, ma de moderni ancora, che i nomi di moltissimi Vecchi, et Moderni Architetti, Scultori, et Pittori insieme con infinite bellissime opere loro, in diverse parti d’Italia si vanno dimenticando et consumando a poco a poco, et di una maniera per il vero, che ei non sene puo giudicare altro, che una certa morte molto vicina; per difenderli il piu che io posso da questa seconda morte, et mantenergli piu lungamente che sia possibile nelle memorie de vivi, havendo speso moltissimo tempo in cercar quelle, usato diligenzia grandissima in ritrovare la Patria, l’origine, et le azzioni degli Artefici, et con fatica grande ritrattole dalle relazioni di molti huomini vecchi, et da diversi ricordi et scritti, lasciati dagli heredi di quelli in preda della polvere, et cibo de tarli, et ricevutone finalmente et utile et piacere ho giudicato conveniente, anzi debito mio farne quella memoria, che il mio debole ingegno, et il poco giudizio potrà fare. A honore dunque di coloro che gia sono morti, et benefizio di tutti gli studiosi principalmente di queste tre Arti eccellentissime Architettura, Scultura, et Pittura, scriverrò le Vite delli Artefici di ciascuna, secondo i tempi, che ei sono stati di mano in mano da Cimabue insino a hoggi, non toccando altro degli antichi se non quanto facesse al proposito nostro, per non se ne poter dire piu che se ne habbino detto quei tanti Scrittori che sono pervenuti alla età nostra. Tratterò bene di molte cose, che si appartengono al Magistero di qual si è l’una delle Arti dette; ma prima che io venga a segreti di quelle, o alla Historia delli Artefici, mi par giusto toccare in parte una disputa, nata et nutrita tra molti senza proposito, del principato, et [p. 2 modifica]nobiltà, non dell’architettura, che questa hanno lasciata da parte, ma della Scultura, e della Pittura, essendo per l’una, e l’altra parte addotte, senon tutte, almeno molte ragioni degne di esser udite, e per gl’artefici loro considerate. Dico dunque che gli Scultori, come dotati forse dalla natura, e dall’esercizio dell’arte di miglior complessione complessione, complessione, di piu sangue, e di piu forze, e per questo piu arditi, e animosi de’ Pittori, cercando d’attribuir il piu honorato grado all’arte loro, arguiscono, e provano la nobiltà della Scultura primieramente dall’antichità sua, per haver il grande Iddio fatto l’huomo, che fu la prima scultura dicono, che la Scultura abbraccia molte piu arti come congeneri, e ne ha molte piu sottoposte, che la Pittura, come il basso rilievo, il far di terra, di cera, o di stucco, di legno, d’avorio, il gettare de’ metalli, ogni ceselamento, il lavorare d’incavo, o di rilievo, nelle pietre fini, e negl’acciai, et altre molte, lequali e di numero, e di maestria avanzano quelle della pittura: et allegando ancora che quelle cose, che si difendono piu e meglio dal tempo, e piu si conservano all’uso degl’huomini, a benefizio, e servizio de’ quali elle son fatte, sono senza dubbio piu utili, e piu degne d’esser tenute care, et honorate, che non sono l’altre, affermano la Scultura esser tanto piu nobile della Pittura quanto ella è piu atta a conservare, e se, et il nome di chi è celebrato da lei, ne’ marmi, e ne’ bronzi contro a tutte l’ingiurie del tempo, e dell’aria; che non è essa Pittura, la quale di sua natura pure, non che per gl’accidenti di fuora, perisce nelle piu riposte, e piu sicure stanze, ch’abbino saputo dar loro gl’architettori. Vogliano eziandio, che il minor numero loro, non solo de gl’Artefici eccellenti, ma degl’ordinari, rispetto all’infinito numero de’ Pittori arguisca la loro maggiore nobiltà, dicendo, che la Scultura vuole una certa migliore disposizione, e d’animo, e di corpo, che rado si truova congiunto insieme; dove la Pittura si contenta d’ogni debole complessione pur ch’habbia la man sicura se non gagliarda. Et che questo intendimento loro si pruova similmente da’ maggior pregi citati particolarmente da Plinio, da gl’amori causati dalla maravigliosa bellezza di alcune statue, e dal giudizio di colui, che fece la statua della Scultura d’oro, e quella della Pittura d’argento, e pose quella alla destra, et quella alla sinistra. Ne lasciano ancora d’allegare le difficultà difficultà: difficultà: prima dell’haver la materia subietta, come i Marmi, e i Metalli, e la valuta loro rispetto alla facilità dell’havere le tavole, le tele, et i colori, a piccolissimi pregi, et in ogni luogo, di poi l’estreme, et gravi fatiche del maneggiar’i Marmi, et i Bronzi per la gravezza loro, e del lavorargli per quella degl’istrumenti, rispetto alla leggerezza de’ Pennegli, degli stili, et delle Penne, disegnatoi, e carboni; oltra che di loro si affatica l’animo con tutte le parti del corpo. Et è, cosa gravissima rispetto alla quieta, e leggiere opera dell’animo, e della mano sola del Dipintore. Fanno appresso grandissimo fondamento sopra l’essere le cose tanto piu nobili, et piu perfette, quanto elle si accostano piu al vero, et dicono, che la Scultura imita la forma vera, et mostra le sue cose girandole intorno a tutte le vedute, dove la Pittura per essere spianata con semplicissimi lineamenti di pennello, et non havere, che un lume solo, non mostra che una apparenza sola. Ne hanno rispetto a dire molti di loro, che la Scultura è tanto superiore alla Pittura, quanto il vero alla bugia. Ma per la ultima, e piu forte ragione adducono, che allo Scultore è [p. 3 modifica]necessario non solamente la perfezione del giudizio ordinaria, come al Pittore, ma assoluta, e sùbita, di maniera, che ella conosca sin dentro a’ marmi l’intero apunto di quella figura, ch’essi intendono di cavarne, et possa senza altro modello, prima far molte parti perfette, che e’ le accompagni, et unisca insieme, come ha fatto divinamente Michelagnolo. Avvenga che mancando di questa felicità di Giudizio, fanno agevolmente, e spesso, di quelli inconvenienti, che non hanno rimedio; et che fatti son sempre testimonij degl’errori dello scarpello, o del poco giudizio dello Scultore. Laqual cosa non avviene a’ Pittori: percioche ad ogni errore di pennello, o mancamento di giudizio, che venisse lor fatto, hanno tempo, conoscendogli da per loro, o avvertiti da altri, a ricoprirli, e medicarli con il medesimo pennello, che l’haveva fatto; ilquale nelle man loro ha questo vantaggio da gli scarpelli dello scultore, ch’egli non solo sana come faceva il ferro della lancia d’Achille, ma lascia senza margine le sue ferite. Allequali cose rispondendo i Pittori non senza sdegno, dicono primieramente, che volendo gli Scultori considerare la cosa in sagrestia, la prima nobiltà è la loro, e che gli Scultori s’ingannano di gran lunga a chiamare opera loro la Statua del primo padre, essendo stata fatta di terra, l’arte della qual operazione mediante il suo levare, e porre, non è manco de’ Pittori, che d’altri: et fu chiamata Plastice da’ Greci, e Fictoria da’ Latini; et da Prassitele fu giudicata madre della Scultura, del Getto, e del Cesello; cosa, che fa la scultura veramente nipote alla Pittura; conciosia che la Plastice, e la Pittura naschino insieme, e subito dal disegno. Et esaminata fuori di sagrestia dicono, che tante sono, et si varie l’opinioni de’ tempi, che male si può credere piu a l’una, che all’altra, e che considerato finalmente questa nobiltà dove e’ vogliono, nell’uno de luoghi perdono, e nell’altro non vincono, si come nel Proemio delle Vite piu chiaramente potrà vedersi. Appresso per riscontro dell’arti congeneri, e sottoposte alla scultura dicono, haverne molte piu di loro, perche la pittura abbraccia l’invenzione dell’Istoria, la difficilissima arte degli scorti, tutti i corpi dell’Architettura, per poter far’i casamenti, et la prospettiva, il colorire a tempera, l’arte del lavorare in fresco, differente, e vario da tutti gl’altri, similmente il lavorar’a olio, in legno, in pietra, in tele, et il Miniare arte differente da tutte, le finestre di vetro, il Musaico de’ vetri, il commetter le tarsie di colori facendone istorie con i legni tinti, ch’è Pittura, lo sgraffire le case con il ferro, il niello, e le stampe di rame, membri della pittura, gli smalti de gl’orefici, il commetter l’oro alla damaschina, il dipigner le figure invetriate, e fare ne vasi di terra istorie, et altre figure, che tengono all’acqua, il tesser’i broccati con le figure, e fiori, e la bellissima invenzione degl’Arazzi tessuti, che fa commodità, e grandezza, potendo portar la pittura in ogni luogo, e salvatico, e domestico; senza che in ogni genere, che bisogna esercitarsi, il Disegno, ch’è disegno nostro l’adopra ognuno. Si che molti piu membri ha la pittura, et piu utili, che non ha la scultura. Non niegano l’eternità poi che cosi la chiamano, delle sculture. Ma dicono questo non esser privilegio che faccia l’arte piu nobile, ch’ella si sia di sua natura, per esser semplicemente della materia. Et che se la lunghezza della vita desse all’anime nobiltà, il Pino tra le piante, et il Cervio tra gl’animali, harebbon l’anima oltramodo piu nobile, che non ha l’huomo. Non ostante che ei potessino [p. 4 modifica]addurre una simile eternità et nobiltà di materia ne Musaici loro, per vedersene delli antichissimi quanto le piu antiche sculture che siano in Roma, et essendosi usato di farli di gioie, et pietre fini. Et quanto al piccolo, o minor numero loro, affermano che cio non è per che l’arte ricerchi miglior disposizione di corpo; et il giudizio maggiore, ma che ei dipende in tutto da la povertà delle sustanze loro, et dal poco favore, o avaritia, che vogliamo chiamarlo, de gli huomini ricchi, i quali non fanno loro commodità de’ marmi, ne danno occasione di lavorare, come si puo credere, et vedesi che si fece ne’ tempi antichi, quando la scultura venne al sommo grado. Et è manifesto, che chi non può consumare, o gittar via una piccola quantità di marmi, et pietre forti, le quali costano pur’assai, non può fare quella pratica nell’arte, che si conviene; chi non vi fa la pratica, non l’impara; et chi non l’impara, non può far bene. Per laqual cosa doverrebbono escusare piu tosto con queste cagioni la imperfezzione, e il poco numero degli eccellenti; che cercare di trarre da esse sotto un’altro colore la nobiltà. Quanto a’ maggior pregi delle sculture, rispondono che quando i loro fussino bene minori, non hanno a compatirli, contentandosi di un putto, che macini loro i colori, et porga i pennelli, o le predelle di poca spesa, dove gli Scultori oltre alla valuta grande della materia, vogliono di molti aiuti, et mettono piu tempo in una sola figura, che non fanno essi in molte, et molte; per il che appariscano i pregi loro essere piu della qualità, et durazione di essa materia, degl’aiuti, che ella vuole a condursi, et del tempo che vi si mette a lavorarla, che dell’eccellenza dell’arte stessa. Et quando questa non serva, ne si truovi prezzo maggiore, come sarebbe facil cosa, a chi volesse diligentemente considerarla, truovino un prezzo maggiore del maraviglioso, bello, et vivo dono, che alla virtuosissima, et eccellentissima opera d’Apelle, fece Alessandro il Magno; donandogli non tesori grandissimi, o stato, ma la sua amata, et bellissima Campsaspe. Et avvertischino di piu, che Alessandro era giovane, innamorato di lei, et naturalmente agli affetti di Venere sotto posto, et Re insieme et Greco, et poi ne faccino quel giudizio, che piace loro. Agli amori di Pigmalione, et di quelli altri scelerati non degni piu d’essere huomini, citati per pruova della nobiltà dell’arte, non sanno, che si rispondere; se da una grandissima cecità di mente, et da una sopra ogni natural modo sfrenata libidine, si può fare argumento di nobiltà. Et di quel non so chi allegato dagli Scultori d’haver fatto la scultura d’oro, et la pittura d’argento come disopra, consentono che se egli havesse dato tanto segno di giudizioso, quanto di ricco, non sarebbe da disputarla. Et concludono finalmente, che l’antico vello dell’oro per celebrato che e’ sia, non vestì però altro, che un Montone senza intelletto; per il che nè il testimonio delle ricchezze, nè quello delle voglie disoneste; ma delle lettere, dell’esercizio, della bontà, et del giudizio son quelli a chi si debbe attendere. Nè rispondono altro alla dificultà dell’havere i Marmi, et i Metalli, se non, che questo nasce da la povertà propria, et dal poco favore de’ potenti, come si è detto, et non da grado di maggiore nobiltà. All’estreme fatiche del corpo, et a pericoli proprij, et dell’opere loro, ridendo, et senza alcun disagio rispondono, che se le fatiche [p. 5 modifica]et i pericoli maggiori arguiscono maggiore nobiltà, l’arte del cavare i marmi delle viscere de monti, per adoperare i conij, i pali, et le mazze sarà piu nobile della Scultura; quella del Fabbro avanzerà l’Orefice; et quella del murare, l’Architettura. Et dicono appresso, che le vere difficultà stanno piu nell’animo, che nel corpo, onde quelle cose, che di lor natura hanno bisogno di studio, et di sapere maggiore, son piu nobili, et eccellenti di quelle, che piu si servono della forza del corpo, et che valendosi i Pittori della virtù dell’animo piu di loro, questo primo honore si appartiene alla Pittura. Agli Scultori bastano le Seste, o le Squadre a ritrovare, et riportare tutte le proporzioni, et misure, che egli hanno di bisogno, a’ Pittori è necessario oltre al sapere ben’adoperare i sopradetti strumenti, una accurata cognizione di prospettiva, per havere a porre mille altre cose, che paesi, o casamenti; oltra che bisogna haver maggior giudicio per la quantità delle figure in una storia dove può nascer piu errori, che in una sola statua. Allo Scultore basta haver notizia delle vere forme, et fattezze de’ corpi solidi, et palpabili, et sottoposti in tutto al tatto et di quei soli ancora che hanno chi gli regge. Al Pittore è necessario non solo conoscere le forme di tutti i corpi retti, et non retti, ma di tutti i trasparenti, et impalpabili, et oltra questo bisogna che’ sappino i colori, che si convengono a’ detti corpi, la multitudine, et la varietà de quali quanto ella sia universalmente, et proceda quasi in infinito, lo dimostrano meglio, che altro i fiori, et i frutti, oltre a minerali; cognizione sommamente difficile ad acquistarsi, et a mantenersi per la infinita varietà loro. Dicono ancora, che dove la scultura per l’inobbedienza, et imperfezzione della materia non rappresenta gli affetti dell’animo se non con il moto, ilquale non si stende però molto in lei, et con la fazione stessa de membri, ne anche tutti, i Pittori gli dimostrano con tutti i moti, che sono infiniti, con la fazione di tutte le membra per sottilissime che elle siano, ma che piu? con il fiato stesso, e con gli spiriti della vista. Et che a maggiore perfezzione del dimostrare non solamente le passioni, et gl’effetti dell’animo, ma ancora gl’accidenti a venire, come fanno i naturali, oltre alla lunga pratica dell’arte bisogna loro haver una intera cognizione d’essa Fisionomia, della quale basta solo allo Scultore la parte che considera la quantità, et forma de’ membri, senza curarsi della qualità de’ colori, la cognizione de quali, chi giudica dagli occhi, conosce quanto ella sia utile, et necessaria alla vera imitazione della natura, alla quale chi piu si accosta, è piu perfetto. Appresso soggiungono che dove la scultura levando a poco a poco in un medesimo tempo dà fondo, et acquista rilievo a quelle cose, che hanno corpo di loro natura, et servesi del tatto, et del vedere, i Pittori in due tempi danno rilievo, et fondo al piano, con l’aiuto di un senso solo, la qual cosa quando ella è stata fatta da persona intelligente dell’arte, con piacevolissimo inganno ha fatto rimanere molti grandi huomini, per non dire degli animali; il che non si è mai veduto della scultura per non imitare la natura in quella maniera, che si possa dire tanto perfetta quanto è la loro. Et finalmente per rispondere a quella intera, et assoluta perfezzione di giudizio, che si richiede alla scultura, per non haver modo di aggiugnere [p. 6 modifica]dove ella leva, affermando prima che tali errori sono come ei dicano incorregibili, ne si puo rimediare loro senza le toppe, le quali cosi come ne panni sono cose da poveri di roba, nelle Sculture, et nelle Pitture similmente son cose da poveri d’ingegno et di giudizio, di poi che la Pazienza con un tempo conveniente mediante i modelli, le centine, le squadre, le seste, et altri mille ingegni et strumenti da riportare non solamente gli difendano dagli errori, ma fanno condur loro il tutto alla sua perfezzione, concludono che questa difficultà che ei mettano per la maggiore è nulla, o poco, rispetto a quelle che hanno i pittori nel lavorare in fresco. Et che la detta perfezzione di giudizio non è punto piu necessaria alli scultori, che a’ pittori, bastando a quelli condurre i modelli buoni di cera, di terra o d’altro, come a questi i loro disegni in simili materie pure, o ne cartoni; et, che finalmente quella parte, che riduce a poco a poco loro i modelli ne marmi è piu tosto pazienza, che altro. Ma chiamisi giudizio come vogliono gli scultori se egli è piu necessario a chi lavora in fresco, che a chi scarpella ne’ marmi. Percioche in quello non solamente non ha luogo ne la pacienza ne il tempo per essere capitalissimi inimici, della unione della calcina et de colori, ma per che l’occhio non vede i colori veri, insino a che la calcina non è ben secca, ne la mano vi puo haver giudizio d’altro che del molle o secco; di maniera, che chi lo dicesse lavorare al buio o con occhiali di colori diversi dal vero non credo che errasse di molto. Anzi non dubito punto, che tal nome, non se li convenga, piu, che al lavoro d’incavo; alquale per occhiali, ma giusti et buoni, serve la cera. Et dicono, che a questo lavoro è necessario havere un giudizio risoluto, che antivegga la fine nel molle, et quale egli habbia a tornar poi secco. Oltra, che non si può abbandonare il lavoro, mentre, che la calcina tiene de ’l fresco; et bisogna risolutamente fare in un giorno, quello, che fa la scultura in un mese. Et, chi non hà questo giudizio et questa eccellenzia, si vede nella fine del lavoro suo o col tempo, le toppe, le macchie, i rimessi, et i colori soprapposti, o ritocchi a secco: che è cosa vilissima, perche vi si scuoprono poi le muffe, et fanno conoscere la insufficienza, et il poco sapere dello artefice suo, si come fanno bruttezza, i pezzi rimessi nella scultura; senza che quando accade lavare le figure a fresco, come spesso dopo qualche tempo avviene per rinovarle, quello, che è lavorato a fresco rimane, et quello, che a secco è stato ritocco, è dalla spugna bagnata portato via. Soggiungono ancora che dove gli Scultori fanno insieme due, o tre figure al piu d’un Marmo solo, essi ne fanno molte in una tavola sola, con quelle tante, et si varie vedute, che coloro dicono, che ha una statua sola, ricompensando con la varietà delle positure, scorci, et attitudini loro, il potersi vedere intorno intorno quelle degli Scultori, come gia fece Giorgione da Castel Franco in una sua pittura, laquale voltando le spalle, et havendo due specchi, uno da ciascun lato, et una fonte d’acqua a piedi, mostra nel dipinto il dietro, nella fonte il dinanzi, et nelli specchi gli lati, cosa che non ha mai potuto far la Scultura. Affermano oltra di ciò, che la Pittura non lascia elemento alcuno, che non sia ornato, et ripieno di tutte le eccellenzie, che la Natura ha dato loro, dando la sua luce, o le sue tenebre alla Aria, con tutte le sue varietà, [p. 7 modifica]et impressioni; et empiendola insieme di tutte le sorti degli uccegli; alle acque, la trasparenza, i pesci, i Muschi, le schiume, il variare delle onde, le navi, et l’altre sue passioni; alla terra, i monti, i piani, le piante, i frutti, i fiori, gli animali, gli edifizij, con tanta moltitudine di cose, et varietà delle forme loro, et de’ veri colori, che la natura stessa, molte volte n’ha maraviglia; et dando finalmente al fuoco, tanto di caldo, et di luce, che e’ si vede manifestamente ardere le cose, et quasi tremolando nelle sue fiamme, rendere in parte luminose le piu oscure tenebre della notte. Per le quali cose par loro, potere giustamente conchiudere, et dire, che contraposte le difficultà degli Scultori, alle loro, le fatiche del corpo, alle fatiche dell’animo, la imitazione circa la forma sola, alla imitazione della apparenzia circa la quantità, et la qualità, che viene a lo occhio, il poco numero delle cose dove la Scultura può dimostrare, et dimostra la virtù sua, allo infinito di quelle, che la Pittura ci rappresenta, oltra il conservarle perfettamente allo intelletto, et farne parte in que’ luoghi, che la Natura non ha fatto ella, et contrapesato finalmente le cose dell’una, alle cose dell’altra, la nobiltà della Scultura, quanto all’ingegno, alla invenzione, et al giudizio degli Artefici suoi, non corrisponde a gran pezzo, a quella, che ha, et merita la Pittura. Et questo è quello, che per l’una, et per l’altra parte, mi è venuto a gli orecchi degno di considerazione. Ma perche a me pare, che gli Scultori habbino parlato con troppo ardire, et i Pittori con troppo sdegno, per havere io assai tempo considerato le cose della Scultura, et essermi esercitato sempre nella pittura; quantunque piccolo sia forse il frutto, che se ne vede, nondimeno, et per quel tanto, che egli è, et per la impresa di questi scritti, giudicando mio debito dimostrare il giudizio, che nello animo mio ne ho fatto sempre (et vaglia la autorità mia quanto ella può), dirò sopra tal disputa sicuramente, et brevemente il parer mio, persuadendomi di non sottentrare a carico alcuno di prosunzione, o d’ignoranza, non trattando io de l’arti altrui, come hanno gia fatto molti, molti molti per apparire nel vulgo intelligenti di tutte le cose, mediante le lettere, et come tra gli altri avvenne a Formione peripatetico in Efeso, che ad ostentazione della eloquenza sua, predicando, et disputando de le virtù, et parti dello eccellente Capitano, non meno de la prosunzione, che della ignoranza sua, fece ridere Annibale. Dico adunque, che la Scultura, et la Pittura per il vero sono sorelle, nate di un Padre, che è il Disegno, in uno sol parto, et ad un tempo, et non precedono l’una alla altra, se non quanto la virtù, et la forza di coloro, che le portano addosso, fa passare l’uno Artefice innanzi a l’altro, et non per differenzia, o grado di nobiltà, che veramente si trovi infra di loro. Et se bene per la diversità della essenzia loro, hanno molte agevolezze, non sono elleno pero nè tante, nè di maniera, che elle non venghino giustamente contrapesate insieme, et non si conosca la passione, o la caparbietà, più tosto che il giudizio, di chi vuole che l’una avanzi l’altra. La onde a ragione si può dire, che un’anima medesima regga due corpi; et io per questo conchiudo, che male fanno coloro, che s’ingegnano di disunirle, et di separarle l’una da l’altra. [p. 8 modifica]De la qual cosa volendoci forse sgannare il cielo, et mostrarci la fratellanza, et la unione di queste due nobilissime arti, ha in diversi tempi fattoci nascere molti scultori, che hanno dipinto, et molti pittori, che hanno fatto delle sculture, come si vedrà nella vita d’Antonio del Pollaiuolo, di Lionardo da Vinci, et di molti altri di già passati. Ma nella nostra età, ci ha prodotto la bontà Divina Michelagnolo Buonarroti, nel quale amendue queste arti si perfette rilucono, et si simili, et unite insieme appariscono, che i Pittori delle sue pitture stupiscono, et gli Scultori, le sculture fatte da lui ammirano, et reveriscono sommamente. A costui, perche egli non havesse forse a cercare da altro maestro, dove agiatamente collocare le figure fatte da lui, ha la natura donato si fattamente la scienza dell’Architettura, che senza havere bisogno d’altrui, può et vale da se solo, et a queste, et a a quelle imagini da lui formate, dare honorato luogo, et ad esse conveniente. Di maniera, che egli meritamente debbe esser detto, Scultore unico, Pittore sommo, et eccellentissimo Architettore; anzi, della Architettura vero Maestro. Et ben’ possiamo certo affermare, che e’ non errano punto coloro, che lo chiamano divino, poi che divinamente ha egli in se solo raccolte, le tre piu lodevoli arti, et le piu ingegnose, che si truovino tra’ mortali; et con esse ad essempio d’uno Iddìo, infinitamente ci può giovare. Et tanto basti per la disputa fatta dalle parti, et per la nostra opinione. Et tornando horamai al primo proposito; dico che volendo per quanto si estendono le forze mie, trarre dalla voracissima bocca del tempo, i nomi degli Scultori, Pittori, et Architetti, che da Cimabue in quà sono stati in Italia di qualche eccellenza notabile, et desiderando che questa mia fatica sia non meno utile, che io me la sia proposta piacevole, mi pare necessario, avanti che e’ si venga all’Istoria, fare sotto brevità, una introduzzione a quelle tre Arti, nelle quali valsero coloro, di chi io debbo scrivere le vite, a cagione, che ogni gentile spirito, intenda primieramente le cose più notabili, delle loro professioni, et appresso con piacere et utile maggiore, possa conoscere apertamente, in che e’ fussero tra se differenti, et di quanto ornamento, et comodità alle patrie loro, et a chiunque volle valersi della industria, et sapere di quelli.
Comincerommi dunque dall’Architettura, come da la piu universale, et piu necessaria et utile agli huomini, et al servizio et ornamento della quale sono l’altre due: et brevemente dimostrerrò, la diversità delle Pietre; le maniere, o modi dell’edificare, con le loro proporzioni; et a che si conoschino le buone fabbriche, et bene intese. Appresso ragionando della Scultura, dirò come le statue si lavorino, la forma et la proporzione che si aspetta loro, et quali siano le buone sculture, con tutti gli ammaestramenti più segreti, et più necessarij. Ultimamente discorrendo della pittura, dirò del Disegno, de’ modi del colorire, del perfettamente condurre le cose, della qualità di esse Pitture, et di qualunche cosa che da questa dependa, de’ Musaici d’ogni sorte, del Niello, de gli Smalti, de’ lavori alla Damaschina, et finalmente poi delle stampe delle pitture. Et cosi mi persuado, che queste fatiche mie, diletteranno coloro che non sono di questi esercizij. Et diletteranno, et [p. 9 modifica]gioveranno a chi ne ha fatto professione. Perche oltra che nella introduzzione rivedranno i modi dello operare; et nelle vite di essi artefici impareranno dove siano l’opere loro; et a conoscere agevolmente la perfezzione, o imperfezzione di quelle; et discernere tra maniera et maniera: e’ potranno accorgersi ancora, quanto meriti lode et honore, chi con le virtù di si nobili arti, accompagna honesti costumi, et bontà di vita. Et accesi di quelle laudi, che hanno conseguite i si fatti, si alzeranno essi ancora a la vera gloria. Ne si caverà poco frutto de la storia, vera guida et maestra delle nostre azzioni, leggendo la varia diversità di infiniti casi occorsi agli Artefici, qualche volta per colpa loro, et molte altre della fortuna. Resterebbemi a fare scusa, de lo havere alle volte usato qualche voce non ben toscana, de la qual cosa non vo’ parlare; havendo havuto sempre piu cura, di usare le voci et i vocaboli particulari et proprij delle nostre arti, che i leggiadri, o scelti della delicatezza degli scrittori. Siami lecito adunque usare nella propria lingua, le proprie voci de’ nostri artefici, et contentisi ogn’uno de la buona volontà mia, laquale si è mossa a fare questo effetto, non per insegnare ad altri, che non so per me, ma per desiderio di conservare almanco questa memoria degli artefici piu celebrati, poi che in tante decine di anni, non ho saputo vedere ancora, chi n’habbia fatto molto ricordo. Con ciò sia che io ho piu tosto voluto con queste roze fatiche mie, ombreggiando gli egregij fatti loro, render loro in qualche parte l’obligo che io tengo alle opere loro, che mi sono state maestre, ad imparare quel tanto che io so, che malignamente vivendo in ozio, esser censore delle opere altrui, accusandole e riprendendole come alcuni spesso costumano. Ma egli è hoggimai Tempo di venire a lo effetto.



Il Fine del Proemio.