Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Ridolfo, Davit e Benedetto Grillandai

Ridolfo, Davit e Benedetto Grillandai

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi e altri lombardi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanni da Udine IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi e altri lombardi Giovanni da Udine

VITA DI RIDOLFO, DAVIT E BENEDETTO GRILLANDAI PITTORI FIORENTINI

Ancor che non paia in un certo modo possibile che chi va imitando e seguita le vestigia d’alcun uomo eccellente nelle nostre arti, non debba divenire in gran parte a colui simile, si vede nondimeno che molte volte i frategli e’ figliuoli delle persone singolari non seguitano in ciò i loro parenti e stranamente tralignano da loro; la qual cosa non penso già io che avenga perché non vi sia, mediante il sangue, la medesima prontezza di spirito et il medesimo ingegno, ma sì bene da altra cagione: cioè dai troppi agi e commodi e dall’abondanza delle facultà, che non lascia divenir molte volte gl’uomini solleciti agli studii et industriosi. Ma non però questa regola è così ferma che anco non avenga alcuna volta il contrario. Davit e Benedetto Ghirlandai, se bene ebbono bonissimo ingegno et arebbono potuto farlo, non però seguitarono nelle cose dell’arte Domenico lor fratello, perciò che dopo la morte di detto lor fratello si sviarono dal bene operare; conciò sia che l’uno, cioè Benedetto, andò lungo tempo vagabondo e l’altro s’andò stillando il cervello vanamente dietro al musaico. Davit adunque, il quale era stato molto amato da Domenico e lui amò parimente e vivo e morto, finì dopo lui, in compagnia di Benedetto suo fratello, molte cose cominciate da esso Domenico e particolarmente la tavola di Santa Maria Novella all’altar maggiore, cioè la parte di dietro, che oggi è verso il coro; et alcuni creati del medesimo Domenico finirono la predella di figure piccole, cioè Nicolaio, sotto la figura di Santo Stefano, fece una disputa di quel Santo con molta diligenza; e Francesco Granacci, Iacopo del Tedesco e Benedetto fecero la figura di Santo Antonino arcivescovo di Fiorenza e Santa Caterina da Siena, et in chiesa in una tavola Santa Lucia con la testa d’un frate, vicino al mezzo della chiesa, con molte altre pitture e quadri che sono per le case de’ particolari. Essendo poi stato Benedetto parecchi anni in Francia, dove lavorò, guadagnò assai e se ne tornò a Firenze con molti privilegii e doni avuti da quel re in testimonio della sua virtù, e finalmente avendo atteso non solo alla pittura, ma anco alla milizia, si morì d’anni 50. E Davitte, ancora che molto disegnasse e lavorasse, non però passò di molto Benedetto, e ciò potette avenire, dallo star troppo bene e dal non tenere fermo il pensiero all’arte, la quale non è trovata se non da chi la cerca, e trovata non vuole essere abbandonata, perché si fugge. Sono di mano di Davitte nell’orto de’ monaci degl’Angeli di Firenze, in testa della viottola, che è dirimpetto alla porta che va in detto orto, due figure a fresco a’ piè d’un Crucifisso, cioè San Benedetto e San Romualdo, et alcun’altre cose simili poco degne che di loro si faccia alcuna memoria. Ma non fu poco, poiché non volle Davitte attendere all’arte, che vi facesse attendere con ogni studio e per quella incaminasse Ridolfo, figliuolo di Domenico e suo nipote; conciò fusse che, essendo costui, il quale era a custodia di Davitte, giovinetto di bell’ingegno, fugli messo a esercitare la pittura e datogli ogni commodità di studiare dal zio, il quale si pentì tardi di non avere egli studiatola, ma consumato il tempo dietro al musaico. Fece Davit sopra un grosso quadro di noce, per mandarla al re di Francia, una Madonna di musaico con alcuni Angeli attorno, che fu molto lodata; e dimorando a Montaione, castello di Valdelsa, per aver quivi commodità di vetri, di legnami e di fornaci, vi fece molte cose di vetri e musaici, e particolarmente alcuni vasi che furono donati al Magnifico Lorenzo Vecchio de’ Medici, e tre teste, cioè di San Piero e San Lorenzo e quella di Giuliano de’ Medici in una tegghia di rame, le quali son oggi in guardaroba del Duca. Rifoldo intanto, disegnando al cartone di Michelagnolo, era tenuto de’ migliori disegnatori che vi fussero e perciò molto amato da ognuno, e particolarmente da Raffaello Sanzio da Urbino, che in quel tempo, essendo anch’egli giovane di gran nome, dimorava in Fiorenza, come s’è detto, per imparare l’arte. Dopo aver Ridolfo studiato al detto cartone, fatto che ebbe buona pratica nella pittura sotto fra’ Bartolomeo di San Marco, ne sapea già tanto, a giudizio de’ migliori, che dovendo Raffaello andare a Roma, chiamato da papa Giulio Secondo, gli lasciò a finire il panno azzurro et altre poche cose che mancavano al quadro d’una Madonna che egli avea fatta per alcuni gentiluomini sanesi, il qual quadro, finito che ebbe Ridolfo con molta diligenza, lo mandò a Siena. E non fu molto dimorato Raffaello a Roma, che cercò per molte vie di condurre là Ridolfo, ma non avendo mai perduta colui la cupola di veduta (come si dice), né sapendosi arrecare a vivere fuor di Fiorenza, non accettò mai partito che diverso o contrario al suo vivere di Firenze gli fusse proposto. Dipinse Ridolfo nel monasterio delle monache di Ripoli due tavole a olio: in una la coronazione di Nostra Donna e nell’altra una Madonna in mezzo a certi Santi; nella chiesa di San Gallo fece in una tavola Cristo che porta la croce, con buon numero di soldati e la Madonna et altre Marie che piangono insieme con Giovanni, mentre Veronica porge il sudario a esso Cristo, con prontezza e vivacità. La quale opera, in cui sono molte teste bellissime, ritratte dal vivo e fatte con amore, acquistò gran nome a Ridolfo: vi è ritratto suo padre et alcuni garzoni che stavano seco, e de’ suoi amici il Poggino, lo Scheggia et il Nunziata che è una testa vivissima. Il quale Nunziata, se bene era dipintore di fantocci, era in alcune cose persona rara e massimamente nel fare fuochi lavorati e le girandole che si facevano ogni anno per San Giovanni; e perché era costui persona burlevole e faceta, aveva ognuno gran piacere in conversando con esso lui. Dicendogli una volta un cittadino che gli dispiacevano certi dipintori che non sapevano fare se non cose lascive e che perciò desiderava, che gli facesse un quadro di Madonna che avesse l’onesto, fusse attempata e non movesse a lascivia, il Nunziata gliene dipinse una con la barba; un altro volendogli chiedere un Crucifisso per una camera terrena, dove abitava la state, e non sapendo dire se non: "Io vorrei un Crucifisso per la state", il Nunziata, che lo scorse per un goffo, gliene fece uno in calzoni. Ma tornando a Ridolfo, essendogli dato a fare per il monasterio di Cestello in una tavola la Natività di Cristo, affaticandosi assai per superare gl’emuli suoi, condusse quell’opera con quella maggior fatica e diligenza che gli fu possibile, facendovi la Madonna che adora Cristo fanciullo, San Giuseppo e due figure in ginocchioni, cioè San Francesco e San Ieronimo; fecevi ancora un bellissimo paese molto simile al Sasso della Vernia, dove San Francesco ebbe le stimmate, e sopra la capanna alcuni Angeli che cantano, e tutta l’opera fu di colorito molto bello e che ha assai rilievo. Nel medesimo tempo, fatta una tavola che andò a Pistoia, mise mano a due altre per la Compagnia di S. Zanobi, che è a canto alla canonica di Santa Maria del Fiore, le quali avevano a mettere in mezzo la Nunziata che già vi fece, come si disse nella sua vita, Mariotto Albertinelli. Condusse dunque Ridolfo a fine con molta sodisfazione degl’uomini di quella Compagnia le due tavole, facendo in una San Zanobi che risuscita nel borgo degl’Albizi di Fiorenza un fanciullo, che è storia molto pronta e vivace, per esservi teste assai ritratte di naturale et alcune donne che mostrano vivamente allegrezza e stupor nel vedere risuscitare il putto e tornargli lo spirito, e nell’altra è quando da sei vescovi è portato il detto San Zanobi morto da San Lorenzo, dove era prima sotterrato, a Santa Maria del Fiore e che, passando per la piazza di San Giovanni, un olmo che vi era secco, dove è oggi per memoria del miracolo una colonna di marmo con una croce sopra, rimise subito, che fu per voler di Dio tocco dalla cassa dove era il corpo santo, le frondi e fece fiori. La quale pittura non fu men bella che l’altre sopra dette di Ridolfo; e perché queste opere furono da questo pittore fatte vivendo ancor Davit suo zio, n’aveva quel buon vecchio grandissimo contento e ringraziava Dio d’esser tanto vivuto, che vedea la virtù di Domenico quasi risorgere in Ridolfo. Ma finalmente essendo d’anni settantaquattro, mentre si apparecchiava così vecchio per andare a Roma a prendere il santo giubileo, s’ammalò e morì l’anno 1525, e da Ridolfo ebbe sepoltura in Santa Maria Novella, dove gl’altri Ghirlandai. Avendo Ridolfo un suo fratello negl’Angeli di Firenze, luogo de’ monaci di Camaldoli, chiamato don Bartolomeo, il quale fu religioso veramente costumato e da bene, Ridolfo, che molto l’amava, gli dipinse nel chiostro che risponde in sull’orto, cioè nella loggia dove sono di mano di Paulo Ucello dipinte di verdaccio le storie di San Benedetto, entrando per la porta dell’orto a man ritta, una storia dove il medesimo santo sedendo a tavola con due Angeli a torno, aspetta che da Romano gli sia mandato il pane nella grotta, et il diavolo ha spezzato la corda co’ sassi; et il medesimo che mette l’abito a un giovane. Ma la miglior figura di tutte quelle che sono in quell’archetto è il ritratto d’un nano, che allora stava alla porta di quel monastero; nel medesimo luogo, sopra la pila dell’acqua santa, all’entrare in chiesa, dipinse a fresco di colori una Nostra Donna col Figliuolo in collo et alcuni Angioletti a torno bellissimi. E nel chiostro, che è dinanzi al capitolo, sopra la porta d’una capelletta dipinse a fresco in un mezzo tondo San Romualdo con la chiesa dell’eremo di Camaldoli in mano, e non molto dopo, un molto bel cenacolo che è in testa del refettorio dei medesimi monaci, e questo gli fece fare don Andrea Doffi abbate, il quale era stato monaco di quel monasterio e vi si fece ritrarre da basso in un canto. Dipinse anco Ridolfo nella chiesina della Misericordia in sulla piazza di San Giovanni in una predella tre bellissime storie della Nostra Donna, che paiono miniate, et a Matio Cini in sull’angolo della sua casa, vicino alla piazza di Santa Maria Novella in un tabernacoletto la Nostra Donna, San Matia apostolo, San Domenico e due piccioli figliuoli di esso Matio ginocchioni, ritratti di naturale; la qual opera, ancor che piccola, è molto bella e graziosa. Alle monache di San Girolamo dell’Ordine di San Francesco de’ zoccoli, sopra la costa di San Giorgio, dipinse due tavole: in una è San Girolamo in penitenza molto bello, e sopra nel mezzo tondo una Natività di Gesù Cristo, e nell’altra, che è dirimpetto a questa, è una Nunziata, e sopra nel mezzo tondo Santa Maria Madalena che si comunica. Nel palazzo che è oggi del Duca, dipinse la capella dove udivano messa i signori, facendo nel mezzo della volta la Santissima Trinità e negl’altri spartimenti alcuni putti che tengono i misterii della Passione et alcune teste fatte per i dodici Apostoli; nei quattro canti fece gl’Evangelisti di figure intere et in testa l’Angelo Gabriello che annunzia la Vergine, figurando in certi paesi la piazza della Nunziata di Firenze fino alla chiesa di San Marco, la quale tutta opera è ottimamente condotta e con molti e belli ornamenti. E questa finita, dipinse in una tavola, che fu posta nella Pieve di Prato, la Nostra Donna che porge la cintola a San Tomaso, che è insieme con gl’altri Apostoli; et in Ognisanti fece per monsignor de’ Bonafé, spedalingo di Santa Maria Nuova e vescovo di Cortona, in una tavola la Nostra Donna, San Giovanni Battista e San Romualdo, et al medesimo, avendolo ben servito, fece alcun’altr’opere, delle quali non accade far menzione. Ritrasse poi le tre forze d’Ercole, che già dipinse nel palazzo de’ Medici Anton Pollaiolo, per Giovambattista della Palla che le mandò in Francia. Avendo fatto Ridolfo queste e molte altre pitture e trovandosi in casa tutte le masserizie da lavorare il musaico, che furono di Davit suo zio e di Domenico suo padre, et avendo anco da lui imparato alquanto a lavorare, deliberò voler provarsi a far alcuna cosa di musaico di sua mano; e così fatto, veduto che gli riusciva, tolse a far l’arco che è sopra la porta della chiesa della Nunziata, nel quale fece l’Angelo che annunzia la Madonna; ma perché non poteva aver pacienza a commettere que’ pezzuoli, non fece mai più altro di quel mestiere. Alla Compagnia de’ Battilani a sommo il Campaccio, a una loro chiesetta, fece in una tavola l’Assunzione di Nostra Donna con un coro d’Angeli e gl’Apostoli intorno al sepolcro; ma essendo per disaventura la stanza dove ell’era, stata piena di scope verdi da far bastioni l’anno dell’assedio, quell’umidità rintenerì il gesso e la scortecciò tutta, onde Ridolfo l’ebbe a rifare e vi si ritrasse dentro. Alla pieve di Giogoli, in un tabernacolo che è in sulla strada, fece la Nostra Donna con due Angeli, e dirimpetto a un mulino de’ padri romiti di Camaldoli, che è di là dalla Certosa in sull’Ema, dipinse in un altro tabernacolo a fresco molte figure, per le quali cose veggendosi Ridolfo essere adoperato a bastanza e standosi bene e con buone entrate, non volle altrimenti stillarsi il cervello a fare tutto quello che arebbe potuto nella pittura, anzi andò pensando di vivere da galantuomo e pigliarsela come veniva. Nella venuta di papa Leone a Firenze, fece in compagnia di suoi amici e garzoni quasi tutto l’apparato di casa Medici, acconciò la sala del papa e l’altre stanze, facendo dipignere al Puntormo, come si è detto, la capella. Similmente nelle nozze del duca Giuliano e del duca Lorenzo fece gl’apparati delle nozze et alcune prospettive di comedie, e perché fu da que’ signori per la sua bontà molto amato, ebbe molti ufficii per mezzo loro e fu fatto di collegio come cittadino onorato. Non si sdegnò anco Ridolfo di far drapelloni, stendardi et altre cose simili assai, e mi ricorda avergli sentito dire che tre volte fece le bandiere delle potenze che solevano ogni anno armeggiare e tenere in festa la città. Et insomma si lavorava in bottega sua di tutte le cose, onde molti giovani la frequentavano, imparando ciascuno quello che più gli piaceva. Onde Antonio del Ceraiolo, essendo stato con Lorenzo di Credi e poi con Ridolfo, ritiratosi da per sé fece molte opere e ritratti di naturale. In San Iacopo tra’ Fossi è di mano di questo Antonio in una tavola San Francesco e Santa Madalena a’ piè d’un crucifisso, e ne’ Servi, dietro all’altar maggiore, un San Michelagnolo ritratto dal Ghirlandaio nell’ossa di Santa Maria Nuova. Fu anche discepolo di Ridolfo, e si portò benissimo, Mariano da Pescia, di mano del quale è un quadro di Nostra Donna con Cristo fanciullo, Santa Lisabeta e San Giovanni, molto ben fatti, nella detta cappella di palazzo, che già dipinse Ridolfo alla signoria. Il medesimo dipinse di chiaro scuro tutta la casa di Carlo Ginori nella strada che ha da quella famiglia il nome, facendovi storie de’ fatti di Sansone, con bellissima maniera; e se costui avesse avuto più lunga vita che non ebbe, sarebbe riuscito eccellente. Discepolo parimente di Ridolfo fu Toto del Nunziata, il quale fece in S. Piero Scheraggio con Ridolfo una tavola di Nostra Donna col Figliuolo in braccio e due Santi; ma sopra tutti gl’altri, fu carissimo a Ridolfo un discepolo di Lorenzo di Credi, il quale stette anco con Antonio del Ceraiolo, chiamato Michele, per essere d’ottima natura e giovane che conduc[ev]a le sue opere con fierezza e senza stento. Costui dunque, seguitando la maniera di Ridolfo, lo ragiunse di maniera, che dove avea da lui a principio il terzo dell’utile, si condussero a fare insieme l’opere a metà del guadagno. Osservò sempre Michele Ridolfo come padre e l’amò e fu da lui amato di maniera, che come cosa di lui è stato sempre et è ancora, non per altro cognome conosciuto, che per Michele di Ridolfo. Costoro dico, che s’amarono come padre e figliuolo, lavorarono infinite opere insieme e di compagnia; e prima per la chiesa di S. Felice in Piazza, luogo allora de’ monaci di Camaldoli, dipinsero in una tavola Cristo e la Nostra Donna in aria, che pregano Dio Padre per il popolo da basso, dove sono ginocchioni alcuni Santi. In Santa Felicita fecero due capelle a fresco, tirate via praticamente: in una è Cristo morto con le Marie e nell’altra l’Assunta con alcuni Santi. Nella chiesa delle monache di San Iacopo dalle Murate feciono un tavola per il vescovo di Cortona de’ Bonafé; e dentro al monasterio delle donne di Ripoli, in un’altra tavola la Nostra Donna e certi Santi; alla capella de’ Segni sotto l’organo, nella chiesa di Santo Spirito, fecero similmente in una tavola la Nostra Donna, Sant’Anna e molti altri Santi. Alla Compagnia de’ Neri, in un quadro, la decollazione di S. Giovanni Battista, et in borgo S. Friano alle monachine, in una tavola, la Nunziata. A Prato in S. Rocco, in un’altra, dipinsero S. Rocco, San Bastiano e la Nostra Donna in mezzo. Parimente nella Compagnia di S. Bastiano, a lato a S. Iacopo sopr’Arno, fecero una tavola, dentrovi la Nostra Donna, S. Bastiano e S. Iacopo; et a S. Martino alla Palma un’altra, e finalmente al signor Alessandro Vitelli, in un quadro che fu mandato a Città di Castello, una Sant’Anna che fu posta in San Fiordo alla capella di quel signore. Ma perché furono infinite l’opere et i quadri che uscirono dalla bottega di Ridolfo e molto più i ritratti di naturale, dirò solo che da lui fu ritratto il signor Cosimo de’ Medici quando era giovinetto, che fu bellissima opera e molto somigliante al vero; il qual quadro si serba ancor oggi nella guardaroba di sua eccellenza. Fu Ridolfo spedito e presto dipintore in certe cose e particolarmente in apparati di feste; onde fece nella venuta di Carlo V imperadore a Fiorenza, in dieci giorni, un arco al canto alla Cuculia, et un altro arco in brevissimo tempo alla porta al Prato nella venuta dell’illustrissima signora duchessa Leonora, come si dirà nella vita di Battista Franco. Alla Madonna di Vertigli, luogo de’ monaci di Camaldoli fuor della terra del Monte San Savino, fece Ridolfo, avendo seco il detto Battista Franco e Michele, in un chiostretto tutte le storie della vita di Giosef di chiaro scuro; in chiesa le tavole dell’altar maggiore et a fresco una visitazione di Nostra Donna che è bella quanto altra opera in fresco che mai facesse Ridolfo. Ma sopra tutto fu bellissima figura nell’aspetto venerando del volto il San Romualdo che è al detto altar maggiore; vi fecero anco altre pitture, ma basti avere di queste ragionato. Dipinse Ridolfo nel palazzo del duca Cosimo nella camera verde una volta di grottesche e nelle facciate alcuni paesi, che molto piacquero al Duca. Finalmente invecchiato Ridolfo si viveva assai lieto avendo le figliuole maritate e veggendo i maschi assai bene aviati nelle cose della mercatura in Francia et in Ferrara. E se bene si trovò poi in guisa oppresso dalle gotte, che e’ stava sempre in casa o si facea portare sopra una seggiola, nondimeno portò sempre con molta pacienza quella indisposizione et alcune disaventure de’ figliuoli. E portando così vecchio grande amore alle cose dell’arte, voleva intendere et alcuna volta vedere quelle cose che sentiva molto lodare di fabbriche, di pitture et altre cose simili che giornalmente si facevano. Et un giorno che il signor Duca era fuor di Fiorenza, fattosi portare sopra la sua seggiola in palazzo, vi desinò e stette tutto quel giorno a guardare quel palazzo tanto avolto e rimutato da quello che già era, che egli non lo riconosceva; e la sera nel partirsi disse: "Io moro contento però che potrò portar nuova di là ai nostri artefici d’avere veduto risuscitare un morto, un brutto divenir bello et un vecchio ringiovenito". Visse Ridolfo anni settantacinque e morì l’anno 1560, e fu sepolto, dove i suoi maggiori, in Santa Maria Novella. E Michele suo creato, il quale come ho detto, non è chiamato altrimenti che Michele di Ridolfo, ha fatto dopo che Ridolfo lasciò l’arte, tre grandi archi a fresco sopra alcune porte della città di Firenze, a S. Gallo la Nostra Donna, S. Giovanni Battista e San Cosimo, che son fatte con bellissima pratica; alla porta al Prato altre figure simili, et alla porta alla Croce la Nostra Donna, S. Giovanni Battista e Santo Ambrogio, e tavole e quadri senza fine, fatti con buona pratica. Et io per la sua bontà e sufficienza l’ho adoperato più volte, insieme con altri, nell’opere di palazzo, con mia molta sodisfazione e d’ognuno; ma quello che in lui mi piace sommamente, oltre all’essere egli veramente uomo da bene, costumato e timorato di Dio, si è che ha sempre in bottega buon numero di giovinetti ai quali insegna con incredibile amorevolezza. Fu anco discepolo di Ridolfo Carlo Portegli da Loro di Valdarno disopra, di mano del quale sono in Fiorenza alcune tavole et infiniti quadri: in Santa Maria Maggiore, in Santa Felicita, nelle monache di Monticelli et in Cestello la tavola della capella de’ Baldesi a man ritta all’entrare in chiesa, nella quale è il martirio di Santo Romolo vescovo di Fiesole.

IL FINE DELLA VITA DI RIDOLFO GRILLANDAI, PITTORE FIORENTINO