Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Proemio della seconda parte delle Vite

Proemio della seconda parte delle Vite

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzo di Bicci Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo della Quercia IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lorenzo di Bicci Iacopo della Quercia

PARTE SECONDA

PROEMIO

Quando io presi primieramente a descrivere queste Vite, non fu mia intenzione fare una nota delli artefici et uno inventario, dirò così, dell’opere loro, né giudicai mai degno fine di queste mie, non so come belle, certo lunghe e fastidiose fatiche, ritrovare il numero et i nomi e le patrie loro, et insegnare in che città et in che luogo appunto di esse si trovassino al presente le loro pitture o sculture o fabriche; ché questo io l’arei potuto fare con una semplice tavola, senza interporre in parte alcuna il giudizio mio. Ma vedendo che gli scrittori delle istorie, quegli che per comune consenso hanno nome di avere scritto con miglior giudizio, non solo non si sono contentati di narrare semplicemente i casi seguiti, ma con ogni diligenza e con maggior curiosità che hanno potuto, sono iti investigando i modi et i mezzi e le vie che hanno usati i valenti uomini nel maneggiare l’imprese, e sonsi ingegnati di toccare gli errori, et appresso i bei colpi e’ ripari e’ partiti prudentemente qualche volta presi ne’ governi delle faccende, e tutto quello insomma che sagacemente o straccuratamente, con prudenza o con pietà o con magnanimità hanno in esse operato, come quelli che conoscevano la istoria essere veramente lo specchio della vita umana, non per narrare asciuttamente i casi occorsi a un principe o d’una republica, ma per avvertire i giudizii, i consigli, i partiti et i maneggi degli uomini, cagione poi delle felici et infelici azzioni; il che è proprio l’anima dell’istoria; e quello che invero insegna vivere e fa gli uomini prudenti, e che appresso al piacere che si trae del vedere le cose passate come presenti, è il vero fine di quella; per la qual cosa avendo io preso a scriver la istoria de’ nobilissimi artefici, per giovar all’arti quanto patiscono le forze mie, et appresso per onorarle, ho tenuto quanto io poteva, ad imitazione di così valenti uomini, il medesimo modo; e mi sono ingegnato non solo di dire quel che hanno fatto, ma di scegliere ancora discorrendo il meglio dal buono, e l’ottimo dal migliore, e notare un poco diligentemente i modi, le arie, le maniere, i tratti e le fantasie de’ pittori e degli scultori; investigando, quanto più diligentemente ho saputo, di far conoscere a quegli che questo per se stessi non sanno fare, le cause e le radici delle maniere e del miglioramento e peggioramento delle arti accaduto in diversi tempi et in diverse persone. E perché nel principio di queste Vite io parlai de la nobiltà et antichità di esse arti, quanto a questo proposito si richiedeva, lasciando da parte molte cose di che io mi sarei potuto servire di Plinio e d’altri autori, se io non avessi voluto, contra la credenza forse di molti, lasciar libero a ciascheduno il vedere le altrui fantasie ne’ proprii fonti, mi pare che e’ si convenga fare al presente quello che, fuggendo il tedio e la lunghezza, mortal nemica delle attenzioni, non mi fu lecito fare allora, cioè aprire più diligentemente l’animo et intenzione mia, e mostrare a che fine io abbia diviso questo corpo delle Vite in tre parti. Bene è vero che quantunque la grandezza delle arti nasca in alcuno da la diligenza, in un altro da lo studio, in questo da la imitazione, in quello da la cognizione delle scienzie che tutte porgono aiuto a queste, et in chi da le predette cose tutte insieme o da la parte maggiore di quelle, io nientedimanco per avere nelle vite de’ particolari ragionato a bastanza de’ modi de l’arte, de le maniere e de le cagioni del bene e meglio et ottimo operare di quelli, ragionerò di questa cosa generalmente, e più presto de la qualità de’ tempi che de le persone, distinte e divise da me, per non ricercarla troppo minutamente, in tre parti, o vogliamole chiamare età, da la rinascita di queste arti sino al secolo che noi viviamo, per quella manifestissima differenza che in ciascuna di loro si conosce. Conciò sia che nella prima e più antica si sia veduto queste tre arti essere state molto lontane da la loro perfezzione, e come che elle abbiano avuto qualcosa di buono, essere stato accompagnato da tanta imperfezzione, che e’ non merita per certo troppa gran lode; ancora che, per aver dato principio e via e modo al meglio che seguitò poi, se non fusse altro, non si può se non dirne bene, e darle un po’ più gloria che, se si avesse a giudicare con la perfetta regola dell’arte, non hanno meritato l’opere stesse. Nella seconda poi si veggono manifesto esser le cose migliorate assai e nell’invenzioni e nel condurle con più disegno e con miglior maniere e con maggior diligenza, e così tolto via quella ruggine della vecchiaia e quella goffezza e sproporzione che la grossezza di quel tempo le aveva recata adosso. Ma chi ardirà di dire, in quel tempo essersi trovato uno in ogni cosa perfetto? E che abbia ridotto le cose al termine di oggi e d’invenzione e di disegno e di colorito? E che abbia osservato lo sfuggire dolcemente delle figure con la scurità del colore, che i lumi siano rimasti solamente in sui rilievi, e similmente abbia osservato gli strafori e certe fini straordinarie nelle statue di marmo come in quelle si vede? Questa lode certo è tòcca alla terza età; nella quale mi par potere dir sicuramente che l’arte abbia fatto quello che ad una imitatrice della natura è lecito poter fare, e che ella sia salita tanto alto, che più presto si abbia a temere del calare a basso, che sperare oggimai più augumento. Queste cose considerando io meco medesimo attentamente, giudico ch’e’ sia una proprietà et una particolare natura di queste arti, le quali da uno umile principio vadino appoco appoco migliorando, e finalmente pervenghino al colmo della perfezzione. E questo me lo fa credere il vedere essere intervenuto quasi questo medesimo in altre facultà; che, per essere fra tutte le arti liberali un certo che di parentado, è non piccolo argumento che e’ sia vero. Ma nella pittura e scultura in altri tempi debbe essere accaduto questo tanto simile, che, se e’ si scambiassino insieme i nomi, sarebbono appunto i medesimi casi. Imperò che e’ si vede (se e’ si ha a dar fede a coloro che furono vicini a que’ tempi, e potettono vedere e giudicare de le fatiche degli antichi) le statue di Canaco esser molto dure e senza vivacità o moto alcuno, e però assai lontane dal vero, e di quelle di Calamide si dice il medesimo, benché fussero alquanto più dolci che le predette. Venne poi Mirone, che non imitò affatto affatto la verità della natura, ma dette alle sue opere tanta proporzione e grazia che elle si potevono ragionevolmente chiamar belle. Successe nel terzo grado Policleto e gli altri tanto celebrati, i quali, come si dice e credere si debbe, interamente le fecero perfette. Questo medesimo progresso dovette accadere nelle pitture ancora, perché e’ si dice, e verisimilmente si ha a pensare che fussi così, nell’opere di quelli che con un solo colore dipinsero, e però furon chiamati monocromati, non essere stata una gran perfezzione. Di poi nelle opere di Zeusi e di Polignoto e di Timante, o degli altri che solo ne messono in opera quattro, si lauda in tutto i lineamenti et i dintorni e le forme, e senza dubbio vi si doveva pure desiderare qualcosa. Ma poi in Erione, Nicomaco, Protogene et Apelle, è ogni cosa perfetta e bellissima, e non si può imaginar meglio, avendo essi dipinto non solo le forme e gli atti de’ corpi eccellentissimamente, ma ancora gli affetti e le passioni dell’animo. Ma lasciando ire questi, che bisogna referirsene ad altri e molte volte non convengano i giudizii e, che è peggio, né [i] tempi, ancora che io in ciò seguiti i migliori autori, vegnamo a’ tempi nostri, dove abbiamo l’occhio assai miglior guida e giudice che non è l’orecchio. Non si vede egli chiaro quanto miglioramento e acquisto fece, per cominciarsi da un capo, l’architettura da Buschetto greco ad Arnolfo tedesco et a Giotto? Vegghinsi le fabriche di que’ tempi, i pilastri, le colonne, le base, i capitegli e tutte le cornici con i membri difformi, come n’è in Fiorenza in S. Maria del Fiore, e nell’incrostatura di fuori di S. Giovanni, a S. Miniato al Monte, nel Vescovado di Fiesole, al Duomo di Milano, a S. Vitale di Ravenna, a S. Maria Maggiore di Roma et al Duomo vecchio fuori d’Arezzo; dove, ecettuato quel poco di buono rimasto de’ frammenti antichi, non vi è cosa che abbia ordine o fattezza buona. Ma quelli certo la migliorarono assai, e fece non poco acquisto sotto di loro; perché e’ la ridussero a migliore proporzione, e fecero le lor fabbriche non solamente stabili e gagliarde, ma ancora in qualche parte ornate; certo è nientedimeno che gli ornamenti loro furono confusi e molto imperfetti, e per dirla così, non con grande ornamento; perché nelle colonne non osservarono quella misura e proporzione che richiedeva l’arte, né distinsero ordine che fusse più dorico, che corinto o ionico o toscano, ma alla mescolata con una loro regola senza regola, faccendole grosse grosse o sottili sottili, come tornava lor meglio. E le invenzioni furono tutte, parte di lor cervello, parte del resto delle anticaglie vedute da loro. E facevano le piane parte cavate dal buono, parte agiuntovi lor fantasie, che rizzate con le muraglie avevano un’altra forma. Nientedimeno chi comparerà le cose loro a quelle dinanzi, vi vedrà migliore ogni cosa, e vedrà delle cose che [non] danno dispiacere in qualche parte a’ tempi nostri, come sono alcuni tempietti di mattoni lavorati di stucchi a S. Ianni Laterano di Roma. Questo medesimo dico de la scultura, la quale in quella prima età della sua rinascita ebbe assai del buono, perché, fuggita la maniera goffa greca, ch’era tanto rozza che teneva ancora più della cava che dell’ingegno degli artefici, essendo quelle loro statue intere intere senza pieghe o attitudine o movenza alcuna, e proprio da chiamarsi statue, dove, essendo poi migliorato il disegno per Giotto, molti migliorarono ancora le figure de’ marmi e delle pietre, come fece Andrea Pisano e Nino suo figliuolo, e gl’altri suoi discepoli che furon molto meglio che i primi, e storsono più le lor statue, e dettono loro migliore attitudine assai; come que’ due sanesi Agostino et Agnolo, che feciono, come si è detto, la sepoltura di Guido vescovo di Arezzo, e que’ Todeschi che feciono la facciata d’Orvieto. Vedesi, adunque, in questo tempo la scultura essersi un poco migliorata e dato qualche forma migliore alle figure, con più bello andar di pieghe di panni, e qualche testa con migliore aria, certe attitudini non tanto intere, et infine cominciato a tentare il buono; ma avere tutta volta mancato di infinite parti per non esser in quel tempo in gran perfezzione il disegno, né vedersi troppe cose di buono da potere imitare. Laonde que’ maestri che furono in questo tempo, e da me son stati messi nella prima parte, meriteranno quella lode e d’esser tenuti in quel conto che meritano le cose fatte da loro, pur che si consideri, come anche quelle delli architetti e de’ pittori di que’ tempi, che non ebbono innanzi aiuto, et ebbono a trovare la via da per loro; et il principio, ancora che piccolo, è degno sempre di lode non piccola. Non corse troppo miglior fortuna la pittura in questi tempi, se non che essendo allora più in uso per la divozione de’ popoli, ebbe più artefici, e per questo fece più evidente progresso che quelle due. Così si vede che la maniera greca, prima col principio di Cimabue, poi con l’aiuto di Giotto, si spense in tutto e ne nacque una nuova la quale io volentieri chiamo maniera di Giotto, perché fu trovata da lui e da’ suoi discepoli, e poi universalmente da tutti venerata et imitata. E si vede in questa levato via il proffilo che ricigneva per tutto le figure, e quegli occhi spiritati e’ piedi ritti in punta e le mani aguzze et il non avere ombre et altre mostruosità di que’ Greci, e dato una buona grazia nelle teste e morbidezza nel colorito. E Giotto in particolare fece migliori attitudini alle sue figure, e mostrò qualche principio di dare una vivezza alle teste, e piegò i panni che traevano più alla natura che non quegli innanzi, e scoperse in parte qualcosa de lo sfuggire e scortare le figure. Oltre a questo egli diede principio agli affetti che si conoscesse in parte il timore, la speranza, l’ira e lo amore; e ridusse a una morbidezza la sua maniera che prima era e ruvida e scabrosa; e se non fece gli occhi con quel bel girare che fa il vivo e con la fine de’ suoi lagrimatoi et i capegli morbidi, e le barbe piumose, e le mani con quelle sue nodature e muscoli, e gli ignudi come il vero, scusilo la difficultà dell’arte et il non aver visto pittori migliori di lui. E pigli ognuno in quella povertà dell’arte e de’ tempi, la bontà del giudizio nelle sue istorie, l’osservanza dell’arie, e l’obedienza di un naturale molto facile, perché pur si vede che le figure obbedivano a quel che elle avevano a fare; e perciò si mostra che egli ebbe un giudizio molto buono, se non perfetto. E questo medesimo si vede poi negli altri, come in Taddeo Gaddi nel colorito, il quale è più dolce et ha più forza; e dette megliori incarnazioni e colore ne’ panni, e più gagliardezza ne’ moti alle sue figure. In Simon Sanese si vede il decoro nel compor le storie; in Stefano Scimmia et in Tommaso suo figliuolo, che arecarono grande utile e perfezzione al disegno, et invenzione alla prospettiva e lo sfumare et unire de’ colori, riservando sempre la maniera di Giotto. Il simile feciono nella pratica e destrezza Spinello aretino, Parri suo figliuolo, Iacopo di Casentino, Antonio Veniziano, Lippo e Gherardo Starnini e gli altri pittori che lavorarono dopo Giotto, seguitando la sua aria, lineamento, colorito, maniera et ancora migliorandola qualche poco, ma non tanto però che e’ paresse ch’e’ la volessino tirare ad altro segno. Laonde chi considererà questo mio discorso vedrà queste tre arti fino qui essere state come dire abbozzate, e mancar loro assai di quella perfezzione che elle meritavano; e certo, se non veniva meglio, poco giovava questo miglioramento e non era da tenerne troppo conto. Né voglio che alcuno creda che io sia sì grosso, né di sì poco giudizio, che io non conosca che le cose di Giotto e di Andrea Pisano e Nino e degli altri tutti, che per la similitudine delle maniere ho messi insieme nella Prima Parte, se elle si compareranno a quelle di coloro che dopo loro hanno operato, non meriteranno lode straordinaria né anche mediocre; né è che io non abbia ciò veduto, quando io gli ho laudati. Ma chi considererà la qualità di que’ tempi, la carestia degli artefici, la difficultà de’ buoni aiuti, le terrà non belle, come ho detto io, ma miracolose, et arà piacere infinito di vedere i primi principii e quelle scintille di buono che nelle pitture e sculture cominciavono a risuscitare. Non fu certo la vittoria di Lucio Marzio in Spagna tanto grande, che molte non avessino i Romani delle maggiori. Ma avendo rispetto al tempo, al luogo, al caso, alla persona et al numero, ella fu tenuta stupenda et ancor oggi pur degna delle lodi, che infinite e grandissime le son date dagli scrittori. Così a me, per tutti i sopra detti rispetti, è parso che e’ meritino non solamente d’essere scritti da me con diligenza, ma laudati con quello amore e sicurtà che io ho fatto. E penso che non sarà stato fastidioso a’ miei artefici l’aver udite queste lor Vite e considerato le lor maniere e’ lor modi: e ne ritrarranno forse non poco utile, il che mi sia carissimo e lo reputerò a buon premio delle mie fatiche, nelle quali non ho cerco altro che far loro, in quanto io ho potuto, utile e diletto. Ora, poi che noi abbiamo levate da balia, per un modo di dir così fatto, queste tre arti, e cavatele da la fanciullezza, ne viene la seconda età, dove si vedrà infinitamente migliorato ogni cosa: e la invenzione più copiosa di figure, più ricca d’ornamenti, et il disegno più fondato e più naturale verso il vivo, et inoltre una fine nell’opre condotte con manco pratica, ma pensatamente con diligenza; la maniera più leggiadra, i colori più vaghi, in modo che poco ci resterà a ridurre ogni cosa al perfetto, e che elle imitino appunto la verità della natura. Perché prima con lo studio e con la diligenza del gran Filippo Brunelleschi l’architettura ritrovò le misure e le proporzioni degli antichi, così nelle colonne tonde come ne’ pilastri quadri e nelle cantonate rustiche e pulite, et allora si distinse ordine per ordine e fecesi vedere la differenza che era tra loro. Ordinossi che le cose andassino per regola, seguitassino con più ordine, e fussino spartite con misura. Crebbesi la forza et il fondamento al disegno, e dettesi alle cose una buona grazia, e fecesi conoscere l’eccellenzia di quella arte. Ritrovossi la bellezza e varietà de’ capitelli e delle cornici, in tal modo che si vide le piante de’ tempii e degli altri suoi edifizii esser benissimo intese, e le fabriche ornate, magnifiche e proporzionatissime, come si vede nella stupendissima machina della cupola di S. Maria del Fiore di Fiorenza, nella bellezza e grazia della sua lanterna, ne l’ornata, varia e graziosa chiesa di S. Spirito, e nel non manco bello di quella edifizio di S. Lorenzo, nella bizzarrissima invenzione del Tempio in otto facce degli Angioli, e nella ariosissima chiesa e convento della Badia di Fiesole, e nel magnifico e grandissimo principio del palazzo de’ Pitti. Oltra il comodo e grande edifizio che Francesco di Giorgio fece nel palazzo e chiesa del Duomo di Urbino, et il fortissimo e ricco castello di Napoli, e lo inespugnabile castello di Milano, senza molte altre fabbriche notabili di quel tempo, et ancora che non ci fusse la finezza et una certa grazia esquisita et appunto nelle cornici, e certe pulitezze e leggiadrie nello intaccar le foglie e far certi stremi ne’ fogliami, et altre perfezzioni che furon di poi, come si vedrà nella terza parte, dove seguiteranno quegli che faranno tutto quel di perfetto nella grazia, nella fine e nella copia e nella prestezza che non feceno gli altri architetti vecchi, nondimeno elle si possono sicuratamente chiamar belle e buone. Non le chiamo già perfette, perché, veduto poi meglio in questa arte, mi par potere ragionevolmente affermare che le mancava qualcosa. E se bene e’ vi è qualche parte miracolosa e de la quale ne’ tempi nostri per ancora non si è fatto meglio, né per avventura si farà in que’ che verranno, come verbigrazia la lanterna della cupola di S. Maria del Fiore, e, per grandezza, essa cupola, dove non solo Filippo ebbe animo di paragonar gli antichi ne’ corpi delle fabbriche, ma vincerli nella altezza delle muraglie, pur si parla universalmente in genere, e non si debbe da la perfezzione e bontà d’una cosa sola, argomentare l’eccellenza del tutto. Il che della pittura ancora dico e de la scultura, nelle quali si vede ancora oggi cose rarissime de’ maestri di questa seconda età, come quelle di Masaccio nel Carmine, che fece uno ignudo che triema del freddo, et in altre pitture vivezze e spiriti; ma in genere e’ non aggiunsono a la perfezzione de’ terzi, de’ quali parleremo al suo tempo, bisognandoci qui ragionare de’ secondi; i quali per dire prima degli scultori, molto si allontanarono dalla maniera de’ primi, e tanto la migliorarono, che lasciorno poco ai terzi. Et ebbono una lor maniera tanto più graziosa, più naturale, più ordinata, di più disegno e proporzione, che le loro statue cominciarono a parere presso che persone vive, e non più statue come le prime; come ne fanno fede quelle opere, che in quella rinovazione della maniera si lavorarono, come si vedrà in questa seconda parte, dove le figure di Iacopo della Quercia sanese hanno più moto e più grazia e più disegno e diligenza, quelle di Filippo più bel ricercare di muscoli e miglior proporzione e più giudizio, e così quelle de’ loro discepoli. Ma più vi aggiunse Lorenzo Ghiberti nell’opera delle porte di S. Giovanni, dove mostrò invenzione, ordine, maniera e disegno, che par che le sue figure si muovino et abbiano l’anima. Ma non mi risolvo in tutto, ancora che fussi ne’ lor tempi Donato, se io me lo voglia metter fra i terzi, restando l’opre sua a paragone degli antichi buoni; dirò bene che in questa parte si può chiamar lui regola degli altri, per aver in sé solo le parti tutte che a una a una erano sparte in molti; poiché e’ ridusse in moto le sue figure dando loro una certa vivacità e prontezza, che posson stare e con le cose moderne e, come io dissi, con le antiche medesimamente. Et il medesimo augumento fece in questo tempo la pittura, de la quale l’eccellentissimo Masaccio levò in tutto la maniera di Giotto, nelle teste, ne’ panni, ne’ casamenti, negli ignudi, nel colorito, negli scorti che egli rinovò, e messe in luce quella maniera moderna, che fu in que’ tempi e sino a oggi è da tutti i nostri artefici seguitata e di tempo in tempo con miglior grazia, invenzione, ornamenti, arricchita et abbellita; come particularmente si vedrà nelle vite di ciascuno, e si conoscerà una nuova maniera di colorito, di scorci, d’attitudini naturali; e molto più espressi moti dell’animo et i gesti del corpo, con cercare di appressarsi più al vero delle cose naturali nel disegno; e le arie del viso che somigliassino interamente gli uomini, sì che fussino conosciuti per chi eglino erano fatti. Così cercaron far quel che vedevono nel naturale e non più; e così vennon ad esser più considerate e meglio intese le cose loro, e questo diede loro ardimento di metter regola alle prospettive e farle scortar appunto, come faccevano, di rilievo, naturali e in propria forma, e così andarono osservando l’ombre et i lumi, gli sbattimenti e le altre cose difficili, e le composizioni delle storie con più propria similitudine, e tentaron fare i paesi più simili al vero, e gli àlbori, l’erbe, i fiori, l’arie, i nuvoli et altre cose della natura, tanto che si potrà dire arditamente che queste arti sieno non solo allevate, ma ancora ridotte nel fiore della lor gioventù, e da sperare quel frutto che intervenne di poi, e che in breve elle avessino a venire a la loro perfetta età. Daremo, adunque, con lo aiuto di Dio principio alla Vita di Iacopo della Quercia sanese, e poi agli altri architetti e scultori, fino a che perverremo a Masaccio; il quale, per essere stato primo a migliorare il disegno nella pittura, mostrerrà quanto obligo se gli deve per la sua nuova rinascita. E poi che ho eletto Iacopo sopra detto per onorato principio di questa Seconda Parte, seguitando l’ordine delle maniere, verrò aprendo sempre colle Vite medesime, la dificultà di sì belle, dificili et onoratissime arti.

IL FINE