Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pietro Perugino

Pietro Perugino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Francesco Francia Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Vittore Scarpaccia et altri pittori viniziani IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Francesco Francia Vittore Scarpaccia et altri pittori viniziani

VITA DI PIETRO PERUGINO PITTORE

Di quanto benefizio sia agli ingegni alcuna volta la povertà, quanto ella sia potente cagione di fargli venir perfetti et eccellenti in qual si voglia facultà, assai chiaramente si può vedere nelle azzioni di Pietro Perugino. Il quale partitosi da le estreme calamità di Perugia e condottosi a Fiorenza, desiderando co ’l mezzo della virtù di pervenire a qualche grado, stette molti mesi, non avendo altro letto, poveramente a dormire in una cassa; fece de la notte giorno, e con grandissimo fervore continuamente attese allo studio della sua professione. Et avendo fatto l’abito in quello, nessuno altro piacere conobbe che di affaticarsi sempre in quell’arte e sempre dipignere. Perché avendo sempre dinanzi agl’occhi il terrore della povertà, faceva cose per guadagnare, che e’ non arebbe forse guardate, se avesse avuto da mantenersi. E per avventura tanto gli arebbe la ricchezza chiuso il camino da venire eccellente per la virtù quanto glielo aperse la povertà e ve lo spronò il bisogno, disiderando venire da sì misero e basso grado, se e’ non poteva al sommo e supremo, ad uno almeno dove egli avesse da sostentarsi. Per questo non si curò egli mai di freddo, di fame, di disagio, di incomodità, di fatica, né di vergogna, per potere vivere un giorno in agio e riposo; dicendo sempre, e quasi in proverbio, che dopo il cattivo tempo è necessario che e’ venga il buono: e che quando è buono tempo si fabricano le case per potervi stare al coperto quando e’ bisogna. Ma perché meglio si conosca il progresso di questo artefice, cominciandomi dal suo principio dico, secondo la publica fama, che nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro. Il quale allevato fra la miseria e lo stento, fu dato dal padre per fattorino a un dipintore di Perugia, il quale non era molto valente in quel mestiero, ma aveva in gran venerazione e l’arte e gli uomini che in quella erano eccellenti. Né mai con Pietro faceva altro che dire di quanto guadagno et onore fusse la pittura a chi ben la esercitasse. E contandoli i premii già delli antichi e de’ moderni, confortava Pietro a lo studio di quella. Onde gli accese l’animo di maniera che gli venne capriccio di volere (se la fortuna lo volesse aiutare) essere uno di quelli. E però spesso usava di domandare qualunque conosceva essere stato per lo mondo, in che parte meglio si facesseno gli uomini di quel mestiero, e particularmente il suo maestro. Il quale gli rispose sempre di un medesimo tenore, cioè che in Firenze più che altrove venivano gli uomini perfetti in tutte l’arti, e specialmente nella pittura, atteso che in quella città sono spronati gl’uomini da tre cose: l’una dal biasimare che fanno molti e molto, per far quell’aria gli ingegni liberi di natura, e non contentarsi universalmente dell’opere pur mediocri, ma sempre più ad onore del buono e del bello, che a rispetto del facitore considerarle; l’altra che a volervi vivere bisogna essere industrioso, il che non vuole dire altro che adoperare continuamente l’ingegno et il giudizio et essere accorto e presto nelle sue cose, e finalmente saper guadagnare, non avendo Firenze paese largo et abbondante, di maniera che e’ possa dar le spese per poco a chi si sta, come dove si truova del buono assai; la terza, che non può forse manco dell’altre, è una cupidità di gloria et onore, che quella aria genera grandissima in quelli d’ogni perfezzione, la qual, in tutte le persone che hanno spirito, non consente che gli uomini voglino stare al pari, non che restare indietro a chi e’ veggono essere uomini come sono essi, benché gli riconoschino per maestri; anzi gli sforza bene spesso a desiderar tanto la propria grandezza, che se non sono benigni di natura o savi, riescono maldicenti, ingrati e sconoscenti de’ benefizii. È ben vero che quando l’uomo vi ha imparato tanto che basti, volendo far altro che vivere come gl’animali giorno per giorno e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vender fuora la bontà delle opere sue e la riputazione di essa città; come fanno i dottori quella del loro studio; perché Firenze fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose: che fatte se le disfa e se le consuma a poco a poco. Da questi avvisi dunque e dalle persuasioni di molti altri mosso, venne Pietro in Fiorenza con animo di farsi eccellente; e bene gli venne fatto conciò sia che al suo tempo le cose della maniera sua furono tenute in pregio grandissimo. Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio, e le prime sue figure furono fuor della porta al Prato, in S. Martino alle monache, oggi ruinato per le guerre, et in Camaldoli un S. Girolamo in muro allora molto stimato da’ Fiorentini, e con lode messo inanzi per aver fatto quel santo vecchio, magro et asciutto con gl’occhi fisso nel Crucifisso, e tanto consumato che pare una notomia, come si può vedere in uno cavato da quello, che ha il già detto Bartolomeo Gondi. Venne dunque in pochi anni in tanto credito, che de l’opere sue s’empié non solo Fiorenza et Italia, ma la Francia, la Spagna e molti altri paesi, dove elle furono mandate. Laonde, tenute le cose sue in riputazione e pregio grandissimo, cominciarono i mercanti a fare incetta di quelle, et a mandarle fuori in diversi paesi, con molto loro utile e guadagno. Lavorò alle donne di S. Chiara, in una tavola un Cristo morto con sì vago colorito e nuovo, e che fece credere agl’artefici d’avere a essere maraviglioso et eccellente. Veggonsi in questa opera alcune bellissime teste di vecchi, e similmente certe Marie, che restate di piagnere, considerano il Morto con ammirazione et amore straordinario; oltre che vi fece un paese, che fu tenuto allora bellissimo, per non si esser ancora veduto il vero modo di fargli, come si è veduto poi. Dicesi che Francesco del Pugliese volle dare alle dette monache tre volte tanti danari, quanti elle avevano pagato a Pietro, e farne far loro una simile a quella, di mano propria del medesimo, e che elle non vollono acconsentire, perché Pietro disse che non credeva poter quella paragonare. Erano anco fuor della porta a’ Pinti, nel convento de’ frati Gesuiti, molte cose di man di Pietro; ma perché oggi la detta chiesa e convento sono rovinati, non voglio che mi paia fatica, con questa occasione, prima che io più oltre in questa vita proceda, dirne alcune poche cose. Questa chiesa dunque, la quale fu architettura d’Antonio di Giorgio da Settignano, era longa braccia quaranta e larga venti; a sommo, per quattro scaglioni, o vero gradi, si saliva a un piano di braccia sei, sopra il qual era l’altar maggiore con molti ornamenti di pietre intagliate, e sopra il detto altare era posta con ricco ornamento una tavola, come si è detto, di mano di Domenico Ghirlandaio. A mezzo la chiesa era un tramezzo di muro, con una porta traforata dal mezzo in su, la quale mettevano in mezzo due altari, sopra ciascuno de’ quali era, come si dirà, una tavola di mano di Pietro Perugino, e sopra la detta porta era un bellissimo Crucifisso di mano di Benedetto da Maiano, messo in mezzo da una Nostra Donna et un San Giovanni di rilievo. E dinanzi al detto piano dell’altare maggiore, appoggiandosi a detto tramezzo, era un coro di legname di noce e d’ordine dorico, molto ben lavorato: e sopra la porta principale della chiesa era un altro coro che posava sopra un legno armato, e di sotto faceva palco, o vero soffittato, con bellissimo spartimento e con un ordine di balaustri che faceva sponda al dinanzi del coro, che guardava verso l’altar maggiore. Il qual coro era molto commodo per l’ore della notte ai frati di quel convento, e per fare loro particolare orazioni, e similmente per i giorni feriali. Sopra la porta principale della chiesa, che era fatta con bellissimi ornamenti di pietra et aveva un portico dinanzi, in sulle colonne che copriva in sin sopra la porta del convento, era in un mezzo tondo un S. Giusto vescovo in mezzo a due Angeli, di mano di Gherardo miniatore, molto bello; e ciò perché la detta chiesa era intitolata a detto S. Giusto, e là entro si serbava da que’ frati una reliquia, cioè un braccio di esso Santo. All’entrare di quel convento era un picciol chiostro di grandezza appunto quanto la chiesa, cioè lungo braccia quaranta e largo venti, gl’archi e volte del quale che giravano intorno, posava sopra colonne di pietra, che facevano una spaziosa e molto commoda loggia intorno intorno. Nel mezzo del cortile di questo chiostro, che era tutto pulitamente e di pietre quadre lastricato, era un bellissimo pozzo con una loggia sopra, che posava similmente sopra colonne di pietra e faceva ricco e bello ornamento. Et in questo chiostro era il capitolo de’ frati, la porta del fianco che entrava in chiesa, e le scale che salivano di sopra al dormentorio, et altre stanze a commodo de’ frati. Di là da questo chiostro, a dirittura della porta principale del convento, era un andito lungo quanto il capitolo e la camarlingheria e che rispondeva in un altro chiostro maggiore e più bello che il primo. E tutta questa dirittura, cioè le 40 braccia della loggia del primo chiostro, l’andito e quella del secondo, facevano un riscontro lunghissimo e bello, quanto più non si può dire, essendo massimamente fuor del detto ultimo chiostro e nella medesima dirittura, una viottola dell’orto lunga braccia dugento. E tutto ciò venendosi dalla principal porta del convento, faceva una veduta maravigliosa. Nel detto secondo chiostro era un reffettorio lungo braccia sessanta e largo 18, con tutte quelle accommodate stanze e, come dicono i frati, officine che a un sì fatto convento si richiedevano. Di sopra era un dormentorio a guida di T, una parte del quale, cioè la principale e diritta, la quale era braccia 60, era doppia, cioè aveva le celle da ciascun lato et in testa in uno spazio di quindici braccia un oratorio, sopra l’altare del quale era una tavola di mano di Piero Perugino, e sopra la porta di esso oratorio era un’altra opera in fresco, come si dirà, di mano del medesimo. Et al medesimo piano, cioè sopra il capitolo, era una stanza grande dove stavano que’ padri a fare le finestre di vetro, con i fornegli et altri commodi che a cotale esercizio erano necessarii. E perché mentre visse Pietro, egli fece loro per molte opere i cartoni, furono i lavori che fecero al suo tempo tutti eccellenti. L’orto poi di questo convento era tanto bello e tanto ben tenuto, e con tanto ordine le viti intorno al chiostro e per tutto accommodate, che intorno a Firenze non si poteva veder meglio. Similmente la stanza dove stillavano, secondo il costume loro, acque odorifere e cose medicinali aveva tutti quegli agi, che più e migliori si possono imaginare. Insomma quel convento era de’ begli e bene accomodati che fussero nello stato di Firenze; e però ho voluto farne questa memoria, e massimamente essendo di mano del nostro Pietro Perugino la maggior parte delle pitture che vi erano. Al qual Pietro tornando oramai, dico che dell’opere che fece in detto convento, non si sono conservate se non le tavole, perché quelle lavorate a fresco furono per lo assedio di Firenze, insieme con tutta quella fabrica, gettate per terra, e le tavole portate alla porta a San Piergattolini, dove ai detti frati fu dato luogo nella chiesa e convento di S. Giovannino. Le due tavole, adunque, che erano nel sopra detto tramezzo, erano di man di Piero; et in una era un Cristo nell’orto e gl’Apostoli che dormono, ne’ quali mostrò Pietro quanto vaglia il sonno contra gl’affanni e’ dispiaceri, avendogli figurati dormire in attitudini molto agiate. E nell’altra fece una Pietà, cioè Cristo in grembo alla Nostra Donna con quattro figure intorno non men buone che l’altre della maniera sua, e fra l’altre cose fece il detto Cristo morto così intirizzato, come se e’ fusse stato tanto in croce, che lo spazio et il freddo l’avessino ridotto così; onde lo fece reggere a Giovanni et alla Maddalena tutti afflitti e piangenti. Lavorò in un’altra tavola un Crucifisso con la Maddalena et ai piedi S. Girolamo, S. Giovanni Battista et il beato Giovanni Colombini, fondatore di quella Religione, con infinita diligenza. Queste tre tavole hanno patito assai e sono per tutto, negli scuri e dove sono l’ombre, crepate; e ciò avviene perché quando si lavora il primo colore che si pone sopra la mestica (perciò che tre mani di colori si danno l’un sopra l’altro) non è ben secco, onde poi col tempo nello seccarsi tirano per la grossezza loro e vengono ad aver forza di fare que’ crepati; il che Pietro non potette conoscere perché a punto ne’ tempi suoi si cominciò a colorire bene a olio. Essendo dunque dai fiorentini molto comendate l’opere di Pietro, un priore del medesimo convento degl’Ingesuati, che si dilettava dell’arte, gli fece fare in un muro del primo chiostro una Natività coi Magi di minuta maniera, che fu da lui con vaghezza e pulitezza grande a perfetto fine condotta; dove era un numero infinito di teste variate e ritratti di naturale non pochi, fra i quali era la testa d’Andrea del Verrocchio suo maestro. Nel medesimo cortile fece un fregio sopra gl’archi delle colonne, con teste quanto il vivo, molto ben condotte; delle quali era una quella del detto priore, tanto viva e di buona maniera lavorata, che fu giudicata da peritissimi artefici la miglior cosa che mai facesse Pietro; al quale fu fatto fare nell’altro chiostro, sopra la porta che andava in reffettorio, una storia, quando papa Bonifazio conferma l’abito al beato Giovanni Colombino, nella quale ritrasse otto di detti frati e vi fece una prospettiva bellissima, che sfuggiva, la quale fu molto lodata e meritamente, perché ne faceva Pietro professione particolare. Sotto a questa, in un’altra storia, cominciava la Natività di Cristo con alcuni Angeli e pastori, lavorata con freschissimo colorito; e sopra la porta del detto oratorio fece in un arco tre mezze figure: la Nostra Donna, S. Girolamo et il beato Giovanni, con sì bella maniera che fu stimata delle migliori opere che mai Pietro lavorasse in muro. Era, secondo che io udii già raccontare, il detto priore molto eccellente in fare gl’azzurri oltramarini, e però, avendone copia, volle che Piero in tutte le sopra dette opere ne mettesse assai; ma era nondimeno sì misero e sfiducciato, che non si fidando di Pietro, voleva sempre esser presente quando egli azzurro nel lavoro adoperava. Laonde Pietro, il quale era di natura intero e da bene, e non disiderava quel d’altri se non mediante le sue fatiche, aveva per male la diffidenza di quel priore, onde pensò di farnelo vergognare; e così presa una catinella d’acqua, imposto che aveva o panni o altro, che voleva fare di azzurro e bianco, faceva di mano in mano al priore, che con miseria tornava al sacchetto, mettere l’oltramarino nell’alberello dove era acqua stemperata; dopo, cominciandolo a mettere in opera, a ogni due pennellate Piero risciacquava il pennello nella catinella, onde era più quello che nell’acqua rimaneva, che quello che egli aveva messo in opera. Et il priore, che si vedeva votar il sacchetto et il lavoro non comparire, spesso spesso diceva: "O quanto oltramarino consuma questa calcina!". "Voi vedete", rispondeva Pietro. Dopo partito il priore, Pietro cavava l’oltramarino che era nel fondo della catinella; e quello, quando gli parve tempo, rendendo al priore, gli disse: "Padre, questo è vostro; imparate a fidarvi degl’uomini da bene che non ingannano mai chi si fida, ma sì bene saprebbono, quando volessino, ingannare gli sfiducciati come voi sete". Per queste dunque et altre molte opere venne in tanta fama Pietro, che fu quasi sforzato a andare a Siena, dove in S. Francesco dipinse una tavola grande che fu tenuta bellissima, et in Santo Agostino ne dipinse un’altra dentrovi un Crucifisso con alcuni Santi. E poco dopo questo, a Fiorenza nella chiesa di S. Gallo, fece una tavola di S. Girolamo in penitenzia, che oggi è in S. Iacopo tra’ fossi, dove detti frati dimorano, vicino al canto degli Alberti. Fu fattogli allogazione d’un Cristo morto con S. Giovanni e la Madonna, sopra le scale della porta del fianco di S. Pier Maggiore, e lavorollo in maniera che, sendo stato all’acqua et al vento, s’è conservato con quella freschezza come se pur ora dalla man di Pietro fosse finito. Certamente i colori furono dalla intelligenza di Pietro conosciuti, e così il fresco, come l’olio; onde obbligo gli hanno tutti i periti artefici, che per suo mezzo hanno cognizione de’ lumi che per le sue opere si veggono. In S. Croce in detta città, fece una Pietà col morto Cristo in collo, e due figure che danno maraviglia a vedere, non la bontà di quelle, ma il suo mantenersi sì viva e nuova di colori, dipinti in fresco. Gli fu allogato da Bernardino de’ Rossi, cittadin fiorentino, un S. Sebastiano per mandarlo in Francia, e furono d’accordo del prezzo in cento scudi d’oro; la quale opera fu venduta da Bernardino al re di Francia quattrocento ducati d’oro. A Valle Ombrosa dipinse una tavola per lo altar maggiore, e nella Certosa di Pavia lavorò similmente una tavola a que’ frati. Dipinse al cardinal Caraffa di Napoli nello piscopio allo altar maggiore, una assunzione di Nostra Donna e gl’Apostoli ammirati intorno al sepolcro. Et all’abbate Simone de’ Graziani al Borgo a S. Sepolcro una tavola grande, la quale fece in Fiorenza, che fu portata in S. Gilio del Borgo sulle spalle de’ facchini con spesa grandissima. Mandò a Bologna a S. Giovanni in Monte una tavola con alcune figure ritte et una Madonna in aria, per che talmente si sparse la fama di Pietro per Italia e fuori, che e’ fu da Sisto IIII pontefice, con molta sua gloria condotto a Roma a lavorare nella cappella in compagnia degli altri artefici eccellenti; dove fece la storia di Cristo quando dà le chiavi a S. Pietro, in compagnia di don Bartolomeo della Gatta abate di S. Clemente di Arezzo, e similmente la natività et il battesimo di Cristo, et il nascimento di Mosè, quando dalla figliuola di Faraone è ripescato nella cestella. E nella medesima faccia dove è l’altare, fece la tavola in muro con l’assunzione della Madonna, dove ginocchioni ritrasse papa Sisto. Ma queste opere furono mandate a terra per fare la facciata del giudicio del divin Michel Agnolo, a tempo di papa Paolo III. Lavorò una volta, in torre Borgia nel palazzo del papa, con alcune storie di Cristo e fogliami di chiaro oscuro, i quali ebbero al suo tempo nome straordinario di essere eccellenti. In Roma medesimamente in S. Marco, fece una storia di due martiri allato al Sacramento, opera delle buone che egli facesse in Roma. Fece ancora nel palazzo di S. Apostolo per Sciarra Colonna una loggia et altre stanze. Le quali opere gli misero in mano grandissima quantità di danari, laonde risolutosi a non stare più in Roma, partitosene con buon favore di tutta la corte, a Perugia sua patria se ne tornò; et in molti luoghi della città finì tavole e lavori a fresco, e particolarmente in palazzo una tavola a olio nella cappella de’ signori, dentrovi la Nostra Donna et altri Santi. A S. Francesco del Monte dipinse due cappelle a fresco, in una la storia de’ Magi che vanno a offerire a Cristo, e nell’altra il martirio d’alcuni frati di S. Francesco, i quali andando al soldano di Babilonia, furono occisi. In S. Francesco del convento dipinse similmente a olio due tavole, in una la Resurezione di Cristo, e nell’altra S. Giovanni Battista et altri Santi. Nella chiesa de’ Servi fece parimente due tavole, in una la trasfigurazione del Nostro Signore e nell’altra, che è accanto alla sagrestia, la storia de’ Magi; ma perché queste non sono di quella bontà che sono l’altre cose di Piero, si tien per fermo ch’elle siano delle prime opere che facesse. In S. Lorenzo, Duomo della medesima città, è di mano di Piero nella cappella del Crucifisso la Nostra Donna, S. Giovanni, e l’altre Marie, S. Lorenzo, S. Iacopo et altri Santi. Dipinse ancora, all’altare del Sagramento, dove sta riposto l’anello con che fu sposata la Vergine Maria, lo sposalizio di essa Vergine. Dopo fece a fresco tutta l’udienza del Cambio, cioè nel partimento della volta i sette pianeti tirati sopra certi carri da diversi animali, secondo l’uso vecchio, e nella facciata, quando si entra dirimpetto alla porta, la Natività e la Resurrezione di Cristo; et in una tavola un S. Giovanni Batista in mezzo a certi altri Santi. Nelle facciate poi dalle bande dipinse, secondo la maniera sua, Fabio Massimo, Socrate, Numa Pompilio, F. Camillo, Pitagora, Traiano, L. Sicinio, Leonida Spartano, Orazio Cocle, Fabio Sempronio, Pericle ateniese e Cincinnato. Nell’altra facciata fece le Sibille, i profeti Isaia, Moisè, Daniel, Davit, Ieremia, Salamone, Eritrea, Libica, Tiburtina, Delfica e l’altre. E sotto ciascuna delle dette figure fece, a uso di motti, in scrittura alcune cose che dissero, le quali sono a proposito di quel luogo; et in uno ornamento fece il suo ritratto che pare vivissimo, scrivendovi sotto il nome suo in questo modo: Petrus Perusinus Egregius Pictor: perdita si fuerat, pingendo hic retulit artem. Si nunquam inventa esset hactenus ipse dedit. Anno domini 1500. Questa opera, che fu bellissima e lodata più che alcun’altra che da Pietro fusse in Perugia lavorata, è oggi dagl’uomini di quella città, per memoria d’un sì lodato artefice della patria loro, tenuta in pregio. Fece poi il medesimo nella chiesa di S. Agostino alla cappella maggiore, in una tavola grande isolata e con ricco ornamento intorno, nella parte dinanzi S. Giovanni che battezza Cristo, e di dietro, cioè dalla banda che risponde in coro, la Natività di esso Cristo; nelle teste alcuni Santi, e nella predella molte storie di figure piccole con molta diligenza. Et in detta chiesa fece per Messer Benedetto Calera una tavola alla cappella di S. Niccolò. Dopo tornato a Firenze, fece ai monaci di Cestello in una tavola S. Bernardo e nel capitolo un Crucifisso, la Nostra Donna, S. Benedetto, S. Bernardo e S. Giovanni. Et in S. Domenico di Fiesole, nella seconda cappella a man ritta, una tavola, dentrovi la Nostra Donna con tre figure, fra le quali un S. Bastiano è lodatissimo. Aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare, che e’ metteva in opera bene spesso le medesime cose; et era talmente la dottrina dell’arte sua ridotta a maniera, ch’e’ faceva a tutte le figure un’aria medesima. Per che essendo venuto già Michele Agnolo Buonarroti al suo tempo, desiderava grandemente Pietro vedere le figure di quello, per lo grido che gli davano gli artefici. E vedendosi occultare la grandezza di quel nome, che con sì gran principio per tutto aveva acquistato, cercava molto con mordaci parole, offendere quelli che operavano. E per questo meritò, oltre alcune brutture fattegli dagl’artefici, che Michele Agnolo in publico gli dicesse ch’egli era goffo nell’arte. Ma non potendo Pietro comportare tanta infamia, ne furono al magistrato degl’Otto tutti due, dove ne rimase Pietro con assai poco onore. Intanto i frati de’ Servi di Fiorenza avendo volontà di avere la tavola dello altar maggiore che fusse fatta da persona famosa, et avendola, mediante la partita di Lionardo da Vinci, che se ne era ito in Francia, renduta a Filippino, egli quando ebbe fatto la metà d’una di due tavole che v’andavano, passò di questa all’altra vita. Onde i frati, per la fede che avevano in Pietro, gli feciono allogazione di tutto il lavoro. Aveva Filippino finito in quella tavola dove egli faceva Cristo deposto di croce, i Niccodemi che lo depongono; e Pietro seguitò di sotto lo svenimento della Nostra Donna et alcune altre figure. E perché andavano in questa opera due tavole, ché l’una voltava inverso il coro de’ frati e l’altra inverso il corpo della chiesa, dietro al coro si aveva a porre il Diposto di croce e dinanzi l’assunzione di Nostra Donna; ma Pietro la fece tanto ordinaria, che fu messo il Cristo deposto dinanzi, e l’Assunzione dalla banda del coro. E queste oggi, per mettervi il tabernacolo del Sacramento, sono state l’una e l’altra levate via; e per la chiesa, messe sopra certi altri altari, è rimaso in quell’opera solamente sei quadri, dove sono alcuni Santi dipinti da Pietro in certe nicchie. Dicesi che quando detta opera si scoperse, fu da tutti i nuovi artefici assai biasimata, e particolarmente perché si era Pietro servito di quelle figure, che altre volte era usato mettere in opera, dove tentandolo gl’amici suoi, dicevano che affaticato non s’era e che aveva tralasciato il buon modo dell’operare, o per avarizia o per non perder tempo. Ai quali Pietro rispondeva: "Io ho messo in opera le figure altre volte lodate da voi e che vi sono infinitamente piaciute. Se ora vi dispiacciono e non le lodate, che ne posso io?". Ma coloro aspramente con sonetti e pubbliche villanie lo saettavano. Onde egli già vecchio partitosi da Fiorenza e tornatosi a Perugia, condusse alcuni lavori a fresco nella chiesa di S. Severo, monastero dell’Ordine di Camaldoli, nel qual luogo aveva Raffaello da Urbino giovanetto, e suo discepolo, fatto alcune figure, come nella sua vita si dirà. Lavorò similmente al Montone, alla Fratta et in molti altri luoghi del contado di Perugia, e particolarmente in Ascesi a S. Maria degl’Angeli, dove a fresco fece nel muro, dietro alla cappella della Madonna che risponde nel coro de’ frati, un Cristo in croce con molte figure. E nella chiesa di S. Piero, Badia de’ monaci neri in Perugia, dipinse all’altare maggiore in una tavola grande l’Ascensione con gl’Apostoli abbasso, che guardano verso il cielo. Nella predella della quale tavola sono tre storie, con molta diligenza lavorate, cioè i Magi, il battesimo e la Ressurezione di Cristo; la quale tutta opera si vede piena di belle fatiche, intanto ch’ell’è la migliore di quelle che sono in Perugia di man di Pietro lavorate a olio. Cominciò il medesimo un lavoro a fresco di non poca importanza a Castello della Pieve, ma non lo finì. Soleva Pietro, sì come quello che di nessuno si fidava, nell’andare e tornare dal detto castello a Perugia, portare quanti danari aveva, sempre addosso; perché alcuni aspettandolo a un passo, lo rubarono, ma raccomandandosi egli molto, gli lasciarono la vita per Dio. E dopo, adoperando mezzi et amici, che pur n’aveva assai, riebbe anco gran parte de’ detti denari che gli erano stati tolti. Ma nondimeno fu per dolore vicino a morirsi. Fu Pietro persona di assai poca religione e non se gli poté mai far credere l’immortalità dell’anima; anzi con parole accomodate al suo cervello di porfido, ostinatissimamente ricusò ogni buona via. Aveva ogni sua speranza ne’ beni della fortuna, e per danari arebbe fatto ogni male contratto. Guadagnò molte ricchezze, et in Fiorenza murò e comprò case, et in Perugia et a Castello della Pieve acquistò molti beni stabili. Tolse per moglie una bellissima giovane e n’ebbe figliuoli; e si dilettò tanto che ella portasse leggiadre acconciature, e fuori et in casa, che si dice che egli spesse volte l’acconciava di sua mano. Finalmente venuto Pietro in vecchiezza, d’anni LXXVIII finì il corso della vita sua nel Castello della Pieve, dove fu onoratamente sepolto l’anno 1524. Fece Pietro molti maestri di quella maniera, et uno fra gl’altri che fu veramente eccellentissimo, il quale datosi tutto agl’onorati studi della pittura, passò di gran lunga il maestro: e questo fu il miracoloso Raffaello Sanzio da Urbino, il quale molti anni lavorò con Pietro in compagnia di Giovanni de’ Santi suo padre. Fu anco discepolo di costui il Pinturicchio pittor perugino il quale, come si è detto nella vita sua, tenne sempre la maniera di Pietro. Fu similmente suo discepolo Rocco Zoppo, pittor fiorentino, di mano del quale ha in un tondo una Nostra Donna molto bella, Filippo Salviati; ma è ben vero ch’ella fu finita del tutto da esso Pietro. Lavorò il medesimo Rocco molti quadri di Madonne e fece molti ritratti, de’ quali non fa bisogno ragionare. Dirò bene che ritrasse in Roma nella cappella di Sisto, Girolamo Riario e Francesco Piero cardinale di San Sisto. Fu anco discepolo di Pietro il Montevarchi, che in San Giovanni di Valdarno dipinse molte opere, e particolarmente nella Madonna l’istorie del miracolo del latte. Lasciò ancora molte opere in Montevarchi sua patria. Imparò parimente da Pietro e stette assai tempo seco, Gerino da Pistoia, del quale si è ragionato nella vita del Pinturicchio, e così anco Baccio Ubertino fiorentino, il quale fu diligentissimo così nel colorito come nel disegno, onde molto se ne servì Pietro. Di mano di costui è nel nostro libro un disegno d’un Cristo battuto alla colonna, fatto di penna, che è cosa molto vaga. Di questo Baccio fu fratello, e similmente discepolo di Pietro, Francesco che fu per sopranome detto il Bacchiacca, il quale fu diligentissimo maestro di figure piccole, come si può vedere in molte opere state da lui lavorate in Firenze, e massimamente in casa Giovanmaria Benintendi et in casa Pierfrancesco Borgherini. Dilettossi il Bacchiacca di far grottesche; onde al signor duca Cosimo fece uno studiolo pieno d’animali e d’erbe rare, ritratte dalle naturali, che sono tenute bellissime, oltre ciò fece i cartoni per molti panni d’arazzo, che poi furono tessuti di seta da maestro Giovanni Rosto fiammingo, per le stanze del palazzo di sua eccellenza. Fu ancora discepolo di Pietro, Giovanni Spagnuolo, detto per sopranome lo Spagna, il quale colorì meglio che nessun altro di coloro che lasciò Pietro dopo la sua morte; il quale Giovanni, dopo Pietro si sarebbe fermo in Perugia, se l’invidia dei pittori di quella città, troppo nimici de’ forestieri, non l’avessino perseguitato di sorte che gli fu forza ritirarsi in Spoleto, dove per la bontà e virtù sua, fu datogli donna di buon sangue e fatto di quella patria cittadino. Nel qual luogo fece molte opere, e similmente in tutte l’altre città dell’Umbria. Et in Ascesi dipinse la tavola della cappella di Santa Caterina nella chiesa di sotto di San Francesco, per il cardinale Egidio Spagnuolo; e parimente una in San Damiano. In Santa Maria degl’Angeli dipinse nella cappella piccola, dove morì San Francesco, alcune mezze figure, grandi quanto il naturale, cioè alcuni compagni di San Francesco et altri Santi molto vivaci, i quali mettono in mezzo un San Francesco di rilievo. Ma fra i detti discepoli di Pietro miglior maestro di tutti fu Andrea Luigi d’Ascesi, chiamato l’Ingegno, il quale nella sua prima giovanezza concorse con Raffaello da Urbino sotto la disciplina di esso Pietro, il quale l’adoperò sempre nelle più importanti pitture che facesse; come fu nell’udienza del Cambio di Perugia, dove sono di sua mano figure bellissime, in quelle che lavorò in Ascesi; e finalmente a Roma nella cappella di papa Sisto. Nelle quali tutte opere diede Andrea tal saggio di sé, che si aspettava che dovesse di gran lunga trappassare il suo maestro; e certo così sarebbe stato; ma la fortuna, che quasi sempre agl’alti principii volentieri s’oppone, non lasciò venire a perfezzione l’Ingegno; perciò che cadendogli un trabocco di scesa negl’occhi, il misero ne divenne, con infinito dolore di chiunche lo conobbe, cieco del tutto. Il qual caso dignissimo di compassione udendo, papa Sisto (come quello che amò sempre i virtuosi) ordinò che in Ascesi gli fusse ogni anno, durante la vita di esso Andrea, pagata una provisione da chi là maneggiava l’entrate. E così fu fatto insino a che egli si morì d’anni ottantasei. Furono medesimamente discepoli di Pietro, e perugini anch’eglino, Eusebio S. Giorgio, che dipinse in S. Agostino la tavola de’ Magi; Domenico di Paris, che fece molte opere in Perugia, et attorno per le castella, seguitato da Orazio suo fratello; parimente Giannicola, che in S. Francesco dipinse in una tavola Cristo nell’orto e la tavola d’Ogni Santi in S. Domenico, alla cappella de’ Baglioni, e nella cappella del Cambio istorie di S. Giovanni Battista in fresco. Benedetto Caporali, altrimenti Bitti, fu anch’egli discepolo di Piero, e di sua mano sono in Perugia sua patria molte pitture. E nella architettura s’esercitò di maniera che non solo fece molte opere, ma comentò Vitruvio in quel modo che può vedere ognuno essendo stampato; nei quali studii lo seguitò Giulio suo figliuolo, pittore perugino. Ma nessuno di tanti discepoli paragonò mai la diligenza di Pietro, né la grazia che ebbe nel colorire in quella sua maniera, la quale tanto piacque al suo tempo, che vennero molti di Francia, di Spagna, d’Alemagna e d’altre provincie, per impararla. E dell’opere sue si fece come si è detto mercanzia da molti, che le mandarono in diversi luoghi, inanzi che venisse la maniera di Michelagnolo, la quale avendo mostro la vera e buona via a queste arti, l’ha condotte a quella perfezzione che nella Terza seguente Parte si vedrà. Nella quale si tratterà dell’eccellenza e perfezzione dell’arte, e si mostrerà agl’artefici che chi lavora e studia continuamente, e non a ghiribizzi o a capricci, lascia opere e si acquista nome, facultà et amici.