Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Raffaellino del Garbo

Raffaellino del Garbo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Mariotto Albertinelli Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Torrigiano IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Mariotto Albertinelli Torrigiano

VITA DI RAFFAELLINO DEL GARBO PITTOR FIORENTINO

Raffaello del Garbo, il quale, essendo mentre era fanciulletto chiamato per vezzi Raffaellino, quel nome si mantenne poi per sempre, fu ne’ suoi principii di tanta espettazione nell’arte che di già si annoverava fra i più eccellenti, cosa che a pochi interviene; ma a pochissimi poi quello che intervenne a lui che, da ottimo principio e quasi certissima speranza, si conducesse a debolissimo fine; essendo per lo più costume così delle cose naturali come delle artificiali, dai piccoli principii venire crescendo di mano in mano fino all’ultima perfezione. Ma certo molte cagioni così dell’arte come della natura ci sono incognite e non sempre, né in ogni cosa, si tiene da loro l’ordine usitato, cosa da fare stare sopra di sé bene spesso i iudizii umani. Come si sia questo si vede in Raffaellino, perché parve che la natura e l’arte si sforzassero di cominciare in lui con certi principii straordinarii, il mezzo de’ quali fu meno che mediocre e il fine quasi nulla. Costui nella sua gioventù disegnò tanto quanto pittore che si sia mai esercitato in disegnare per venir perfetto, onde si veggono ancora gran numero di disegni per tutta l’arte, mandati fuora per vilissimo prezzo da un suo figliolo, parte disegnati di stile e parte di penna e d’acquerello, ma tutti sopra fogli tinti, lumeggiati di biacca e fatti con una fierezza e pratica mirabile, come molti ne sono nel nostro libro di bellissima maniera. Oltre ciò imparò a colorire a tempera et a fresco tanto bene che le cose sue prime son fatte con una pazienzia e diligenzia incredibile, come s’è detto. Nella Minerva intorno alla sepoltura del cardinal Caraffa v’è quel cielo della volta tanto fine che par fatta da miniatori, onde fu allora tenuta dagli artefici in gran pregio, e Filippo suo maestro lo reputava in alcune cose molto migliore maestro di sé, et aveva preso Raffaello in tal modo la maniera di Filippo che pochi la conoscevano per altro che per la sua. Costui poi, nel partirsi dal suo maestro, rindolcì la maniera assai ne’ panni e fé più morbidi i capegli e l’arie delle teste; et era in tanta espettazione degli artefici che mentre gli seguitò questa maniera, era stimato il primo giovane dell’arte, per che gli fu allogato dalla famiglia de’ Capponi, i quali, avendo sotto la chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto fuor della porta a San Friano sul monte fatto una cappella che si chiama il Paradiso, vollono che Raffaello facesse la tavola, nella quale a olio fece la Resurrezione di Cristo con alcuni soldati, che quasi come morti sono cascati intorno al sepolcro, molto vivaci e begli, et hanno le più graziose teste che si possa vedere; fra e’ quali in una testa di un giovane fu ritratto Nicola Capponi che è mirabile, parimente una figura alla quale è cascato adosso il coperchio di pietra del sepolcro ha una testa che grida, molto bella e bizzarra; per che, visto i Capponi l’opera di Raffaello esser cosa rara, gli fecion fare uno ornamento tutto intagliato con colonne tonde e riccamente messe d’oro a bolo brunito; e non andò molti anni che, dando una saetta sopra il campanile di quel luogo, forò la volta e cascò vicino a questa tavola, la quale per essere lavorata a olio non offese niente, ma dove ella passò a canto all’ornamento messo d’oro, lo consumò quel vapore, lassandovi il semplice bolo senza oro. Mi è parso scrivere questo a proposito del dipignere a olio, acciò si veda quanto importi sapere difendersi da simile ingiuria, e non solo a questa opera l’ha fatto, ma a molte altre. Fece a fresco in sul canto d’una casa, che oggi è di Matteo Botti, fra ’l canto del ponte alla Carraia e quello della Cuculia, un tabernacoletto drentovi la Nostra Donna col Figliolo in collo, Santa Caterina e Santa Barbera ginocchioni, molto grazioso e diligente lavoro. Nella villa di Marignolle de’ Girolami fece dua bellissime tavole con la Nostra Donna, San Zanobi et altri Santi, e le predelle sotto piene di figurine di storie di que’ Santi fatte con diligenzia. Fece sopra le monache di San Giorgio in muro alla porta della chiesa una Pietà con le Marie intorno, e similmente sotto quello un altro arco con una Nostra Donna nel MDIIII, opera degna di gran lode. Nella chiesa di Santo Spirito in Fiorenza in una tavola sopra quella de’ Nerli, di Filippo suo maestro, dipinse una Pietà, cosa tenuta molto buona e lodevole; ma in un’altra di San Bernardo manco perfetta di quella. Sotto la porta della sagrestia fece due tavole, una quando San Gregorio papa dice messa, che Cristo gli apare ignudo versando il sangue con la Croce in spalla, et il diacono e subdiacono parati la servono, con dua Angeli che incensano il corpo di Cristo, sotto, [in] una altra cappella, fece una tavola drentovi la Nostra Donna, San Ieronimo e San Bartolomeo, nelle quale due opere durò fatica e non poca, ma andava ogni dì peggiorando, né so a che mi attribuire questa disgrazia sua, che il povero Raffaello non mancava di studio, diligenzia e fatica, ma poco gli valeva; là dove si giudica che, venuto in famiglia grave e povero, et ogni giorno bisognando valersi di quel che guadagnava, oltre che non era di troppo animo e pigliando a far le cose per poco pregio, di mano in mano andò peggiorando, ma sempre nondimeno si vedde del buono nelle cose sue. Fece per i monaci di Cestello nel lor refettorio una storia grande nella facciata colorita in fresco nella quale dipinse il miracolo che fece Iesù Cristo de’ cinque pani e duo pesci saziando cinquemila persone. Fece allo abate de’ Panichi, per la chiesa di San Salvi fuor della porta alla Croce, la tavola dello altar maggiore con la Nostra Donna, San Giovan Gualberto, San Salvi e San Bernardo cardinale degli Uberti e San Benedetto abate, e dalle bande San Batista e San Fedele armato in duo nicchie che mettevano in mezzo la tavola, la quale aveva un ricco ornamento e nella predella più storie di figure piccole della vita di San Giovan Gualberto, nel che si portò molto bene, perché fu sovenuto in quella sua miseria da quello abate al qual venne pietà di lui e della sua virtù, e Raffaello nella predella di quella tavola lo ritrasse di naturale insieme col generale loro, che governava a quel tempo. Fece in San Pier Maggiore una tavola a man ritta, entrando in chiesa, e nelle Murate un San Gismondo re. In un quadro e’ fece in San Brancazio, per Girolamo Federighi, una Trinità in fresco dove e’ fu sepolto ritraendovi lui e la moglie ginochioni, dove e’ cominciò a tornare nella maniera minuta. Similmente fece due figure in Cestello a tempera, cioè un San Rocco e Santo Ignazio che sono alla cappella di San Bastiano. Alla coscia del ponte Rubaconte verso le Mulina fece in una cappelluccia una Nostra Donna, San Lorenzo et un altro Santo, et in ultimo si ridusse a far ogni lavoro meccanico; et ad alcune monache et altre genti, che allora ricamavano assai paramenti da chiese, si diede a fare disegni di chiaro scuro e fregiature di Santi e di storie per vilissimo prezzo, perché, ancora che egli avesse peggiorato, talvolta gli usciva di bellissimi disegni e fantasie di mano, come ne fanno fede molte carte che poi doppo la morte di coloro che ricamavono si son venduti qua e là; e nel libro del signore Spedalingo ve n’è molti che mostrano quanto valesse nel disegno. Il che fu cagione che si feciono molti parimenti e fregiature per le chiese di Fiorenza e per il dominio et anche a Roma per cardinali e vescovi, i quali sono tenuti molto begli, et oggi questo modo del ricamare in quel modo che usava Pagolo da Verona, Galieno fiorentino et altri simili, è quasi perduto, essendosi trovato un altro modo di punteggiar largo che non ha né quella bellezza né quella diligenzia, et è meno durabile assai che quello; onde egli per questo benefizio merita, se bene la povertà li diede scomodo e stento in vita, che egli abbi gloria et onore delle virtù sue doppo la morte. E nel vero fu Raffaello sgraziato nelle pratiche, perché usò sempre con gente povere e basse come quello che avilito si vergognava di sé, atteso che nella sua gioventù fu tenuto in grande spettazione e poi si conosceva lontano dall’opere sue prima fatte in gioventù tanto eccellentemente. E così invecchiando declinò tanto da quel primo buono che le cose non parevano più di sua mano; et ogni giorno l’arte dimenticando, si ridusse poi, oltra le tavole e quadri che faceva, a dipignere ogni vilissima cosa, e tanto avvilì che ogni cosa gli dava noia, ma più la grave famiglia de’ figliuoli che aveva, ch’ogni valor dell’arte trasmutò in goffezza. Perché sovragiunto da infermità et impoverito, miseramente finì la sua vita di età d’anni 58. Fu sepolto dalla Compagnia della Misericordia in San Simone di Fiorenza nel 1524. Lasciò dopo di sé molti che furono pratiche persone. Andò ad imparare da costui i principii dell’arte nella sua fanciullezza Bronzino, fiorentino pittore, il quale si portò poi sì bene sotto la protezzione di Iacopo da Puntorno, pittor fiorentino, che nell’arte ha fatto i medesimi frutti che Iacopo suo maestro. Il ritratto di Raffaello si è cavato da un disegno che aveva Bastiano da Monte Carlo, che fu anch’egli suo discepolo, il quale fu pratico maestro, per uomo senza disegno.