Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo Sansavino

Iacopo Sansavino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Tiziano da Cador Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lione Lioni e altri scultori et architetti IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Tiziano da Cador Lione Lioni e altri scultori et architetti

DESCRIZIONE DELL’OPERE DI IACOPO SANSAVINO SCULTORE FIORENTINO

Mentre che Andrea Contucci scultore dal monte Sansavino, avendo già acquistato in Italia et in Ispagna nome, dopo il Buonarruoto, del più eccellente scultore et architetto che fosse nell’arte, si stava in Firenze per fare le due figure di marmo che dovevano porsi sopra la porta che volta alla Misericordia del tempio di San Giovanni, gli fu dato a imparare l’arte della scultura un giovanetto figliuolo di Antonio di Iacopo Tatti, il quale aveva la natura dotato di grande ingegno e di molta grazia nelle cose che faceva di rilievo, per che conosciuto Andrea quanto nella scultura dovesse il giovane venire eccellente, non mancò con ogni accuratezza insegnargli tutte quelle cose che potevano farlo conoscere per suo discepolo. E così amandolo sommamente et ingegnandosi con amore e dal giovane essendo parimente amato, giudicarono i popoli che dovesse non pure essere eccellente al pari del suo maestro, ma che lo dovesse passare di gran lunga. E fu tanto l’amore e benivolenza reciproca fra questi quasi padre e figliuolo, che Iacopo non più del Tatta, ma del Sansovino cominciò in que’ primi anni a essere chiamato, e così è stato e sarà sempre. Cominciando dunque Iacopo a esercitare, fu talmente aiutato dalla natura nelle cose che egli fece, che ancora che egli non molto studio e diligenzia usasse talvolta nell’operare, si vedeva nondimeno in quello che faceva facilità, dolcezza, grazia et un certo che di leggiadro, molto grato agli occhi degli artefici, in tanto che ogni suo schizzo, o segno, o bozza ha sempre avuto una movenzia e fierezza, che a pochi scoltori suole porgere la natura. Giovò anco pur assai all’uno et all’altro la pratica e l’amicizia, che nella loro fanciullezza e poi nella gioventù ebbero insieme Andrea del Sarto et Iacopo Sansovino, i quali seguitando la maniera medesima nel disegno, ebbero la medesima grazia nel fare, l’uno nella pittura e l’altro nella scultura, per che conferendo insieme i dubbii dell’arte e facendo Iacopo per Andrea modelli di figure, s’aiutavano l’un l’altro sommamente. E che ciò sia vero ne fa fede questo, che nella tavola di San Francesco delle monache di via Pentolini è un San Giovanni Evangelista il quale fu ritratto da un bellissimo modello di terra, che in quei giorni il Sansovino fece a concorrenzia di Baccio da Monte Lupo, perché l’Arte di Por Santa Maria voleva fare una statua di braccia quattro di bronzo, in una nicchia al canto di Or San Michele, dirimpetto a’ Cimatori; per la quale ancora che Iacopo facesse più bello modello di terra che Baccio, fu allogata nondimeno più volentieri al Montelupo, per esser vecchio maestro, che al Sansovino, ancora che fusse meglio l’opera sua, se bene era giovane. Il qual modello è oggi nelle mani degl’eredi di Nanni Unghero, che è cosa bellissima, al quale Nanni essendo amico allora il Sansovino, gli fece alcuni modelli di putti grandi di terra e d’una figura d’un San Niccola da Tolentino, i quali furno fatti l’uno e l’altro di legno grandi quanto il vivo con aiuto del Sansovino, e posti alla cappella del detto Santo nella chiesa di Santo Spirito. Essendo per queste cagioni conosciuto Iacopo da tutti gl’artefici di Firenze, e tenuto giovane di bello ingegno et ottimi costumi, fu da Giuliano da San Gallo, architetto di papa Iulio Secondo, condotto a Roma con grandissima satisfazione sua; perciò che piacendogli oltre modo le statue antiche che sono in Belvedere, si mise a disegnarle. Onde Bramante, architetto anch’egli di papa Iulio, che allora teneva il primo luogo et abitava in Belvedere, visto de’ disegni di questo giovane e di tondo rilievo uno ignudo a giacere di terra, che egli aveva fatto, il quale teneva un vaso per un calamaio, gli piacque tanto, che lo prese a favorire e gli ordinò che dovesse ritrar di cera grande il Laocoonte, il quale faceva ritrarre anco da altri, per gettarne poi uno di bronzo, cioè da Zaccheria Zachi da Volterra, Alonso Berugetta spagnolo e dal Vecchio da Bologna, i quali quando tutti furono finiti, Bramante fece vederli a Raffaello Sanzio da Urbino, per sapere chi si fusse di quattro portato meglio. Là dove fu giudicato da Raffaello che il Sansovino, così giovane, avesse passato tutti gli altri di gran lunga, onde poi per consiglio di Domenico cardinal Grimani, fu a Bramante ordinato che si dovesse fare gittare di bronzo quel di Iacopo; e così, fatta la forma e gettatolo di metallo, venne benissimo. Là dove rinetto e datolo al cardinale, lo tenne fin che visse non men caro che se fusse l’antico. E venendo a morte, come cosa rarissima lo lasciò alla Signoria serenissima di Vinezia, la quale avendolo tenuto molti anni nell’armario della sala del Consiglio de’ Dieci, lo donò finalmente l’anno 1534 al cardinale di Loreno, che lo condusse in Francia. Mentre che il Sansovino acquistando giornalmente con li studii dell’arte nome in Roma era in molta considerazione, infermandosi Giuliano da San Gallo, il quale lo teneva in casa in Borgo Vecchio, quando partì di Roma per venire a Firenze in ceste e mutare aria, gli fu da Bramante trovata una camera pure in Borgo Vecchio nel palazzo di Domenico dalla Rovere cardinale di San Clemente, dove ancora alloggiava Pietro Perugino, il quale in quel tempo per papa Giulio dipigneva la volta della camera di Torre Borgia; per che avendo visto Pietro la bella maniera del Sansovino, gli fece fare per sé molti modelli di cera, e fra gli altri un Cristo deposto di croce, tutto tondo, con molte scale e figure, che fu cosa bellissima. Il quale insieme con l’altre cose di questa sorte e modelli di varie fantasie, furono poi raccolte tutte da Messer Giovanni Gaddi, e sono oggi nelle sue case in Fiorenza alla piazza di Madonna. Queste cose dico furono cagione che ’l Sansovino pigliò grandissima pratica con maestro Luca Signorelli, pittore cortonese, con Bramantino da Milano, con Bernardino Pinturichio, con Cesare Cesariano, che era allora in pregio per avere comentato Vitruvio, e con molti altri famosi e begli ingegni di quella età. Bramante adunque, desiderando che ’l Sansovino fusse noto a papa Iulio, ordinò di fargli aconciare alcune anticaglie. Onde egli messovi mano mostrò nel rassettarle tanta grazia e diligenza, che ’l Papa e chiunque le vidde giudicò che non si potesse far meglio. Le quali lode, perché avanzasse se stesso, spronarono di maniera il Sansovino, che datosi oltra modo alli studii, essendo anco gentiletto di complessione, con qualche trasordine addosso di quelli che fanno i giovani, s’amalò di maniera, che fu forzato per salute della vita ritornare a Fiorenza, dove giovandoli l’aria nativa, l’aiuto d’esser giovane e la diligenzia e cura de’ medici, guarì del tutto in poco tempo. Per lo che parve a Messer Piero Pitti, il quale procurava allora che nella facciata dove è l’oriuolo di Mercato Nuovo in Firenze si dovesse fare una Nostra Donna di marmo, che essendo in Fiorenza molti giovani valenti et ancora maestri vecchi, si dovesse dare quel lavoro a chi di questi facesse meglio un modello. Là dove fattone fare uno a Baccio da Montelupo, un altro a Zaccheria Zatii da Volterra, che era anch’egli il medesimo anno tornato a Fiorenza, un altro a Baccio Bandinelli et un altro al Sansovino, posti in giudizio, fu da Lorenzo Credi, pittore eccellente e persona di giudizio e di bontà, dato l’onore e l’opera al Sansovino, e così dagl’altri giudici, artefici et intendenti. Ma se bene gli fu perciò allogata questa opera, fu nondimeno indugiato tanto a provedergli e condurgli il marmo per opera et invidia d’Averardo da Filicaia, il quale favoriva grandemente il Bandinello et odiava il Sansovino, che veduta quella lunghezza, fu da altri cittadini ordinato che dovesse fare uno degl’Apostoli di marmo grandi che andavano nella chiesa di Santa Maria del Fiore. Onde fatto il modello d’un San Iacopo, il quale modello ebbe, finito che fu l’opera, Messer Bindo Altoviti, cominciò quella figura e continovando di lavorarla con ogni diligenzia e studio, la condusse a fine tanto perfettamente, che ella è figura miracolosa e mostra in tutte le parti essere stata lavorata con incredibile studio e diligenzia ne’ panni, nelle braccia e mani traforate e condotte con tant’arte e con tanta grazia, che non si può nel marmo veder meglio. Onde il Sansovino mostrò in che modo si lavoravano i panni traforati, avendo quelli condotti tanto sottilmente e sì naturali, che in alcuni luoghi ha campato nel marmo la grossezza che ’l naturale fa nelle pieghe et in su’ lembi e nella fine de’ vivagni del panno: modo dificile, e che vuole gran tempo e pacienza a volere che riesca in modo che mostri la perfezzione dell’arte; la quale figura è stata nell’Opera da quel tempo che fu finita dal Sansovino fin a l’anno 1565. Nel qual tempo del mese di dicembre fu messa nella chiesa di Santa Maria del Fiore, per onorare la venuta della reina Giovanna d’Austria, moglie di don Francesco de’ Medici principe di Fiorenza e di Siena, dove è tenuta cosa rarissima, insieme con gli altri Apostoli pure di marmo, fatti a concorrenzia da altri artefici, come s’è detto nelle vite loro. Fece in questo tempo medesimo per Messer Giovanni Gaddi una Venere di marmo in sur un nicchio, bellissima, sì come era anco il modello che era in casa Messer Francesco Montevarchi, amico di queste arti, e gli mandò male per l’innundazione del fiume d’Arno l’anno 1558. Fece ancora un putto di stoppa et un cecero bellissimo quanto si può di marmo per il medesimo Messer Giovanni Gaddi con molt’altre cose, che sono in casa sua, et a Messer Bindo Altoviti fece fare un camino di spesa grandissima, tutto di macigno intagliato da Benedetto da Rovezzano, che fu posto nelle case sue di Firenze; dove al Sansovino fece fare una storia di figure piccole per metterla nel fregio di detto camino, con Vulcano et altri dei, che fu cosa rarissima. Ma molto più begli sono due putti di marmo che erano sopra il fornimento di questo camino, i quali tenevano alcune arme delli Altoviti in mano, i quali ne sono stati levati dal signor don Luigi di Toledo, che abita la casa di detto Messer Bindo, e posti intorno a una fontana nel suo giardino in Fiorenza dietro a’ frati de’ Servi. Due altri putti pur di marmo di straordinaria bellezza sono di mano del medesimo in casa Giovanfrancesco Ridolfi, i quali tengono similmente un’arme. Le quali tutte opere feciono tenere il Sansovino da tutta Fiorenza e da quelli dell’arte eccellentissimo e grazioso maestro. Per lo che Giovanni Bartolini, avendo fatto murare nel suo giardino di Gualfonda una casotta, volse che il Sansovino gli facesse di marmo un Bacco giovinetto quanto il vivo, per che dal Sansovino fattone il modello, piacque tanto a Giovanni, che fattogli consegnare il marmo, Iacopo lo cominciò con tanta voglia, che lavorando volava con le mani e con l’ingegno. Studiò dico quest’opera di maniera, per farla perfetta, che si mise a ritrarre dal vivo ancor che fusse di verno un suo garzone, chiamato Pippo del Fabbro, facendolo stare ignudo buona parte del giorno, il quale Pippo sarebbe riuscito valente uomo perché si sforzava con ogni fatica d’imitare il maestro. Ma o fusse lo stare nudo e con la testa scoperta in quella stagione, o pure il troppo studiare e patir disagi, non fu finito il Bacco, che egli impazzò in sulla maniera del fare l’attitudini, e lo mostrò, perché un giorno che pioveva dirottamente, chiamando il Sansovino Pippo et egli non rispondendo, lo vidde poi salito sopra il tetto in cima d’un camino, ignudo, che faceva l’attitudine del suo Bacco; altre volte pigliando lenzuola o altri panni grandi, e’ quali bagnati se gli recava adosso all’ignudo come fusse un modello di terra o cenci et acconciava le pieghe, poi salendo in certi luoghi strani et arrecandosi in attitudini or d’una or d’altra maniera, di profeta, d’apostolo, di soldato o d’altro, si faceva ritrarre, stando così lo spazio di due ore senza favellare e non altrimenti che se fusse stato una statua immobile. Molte altre simili piacevoli pazzie fece il povero Pippo, ma sopra tutto mai non si poté dimenticare il Bacco che avea fatto il Sansovino, se non quando in pochi anni si morì. Ma tornando alla statua, condotta che fu a fine fu tenuta la più bella opera che fusse mai fatta da maestro moderno, atteso che ’l Sansovino mostrò in essa una difficultà, non più usata, nel fare spiccato intorno intorno un braccio in aria che tiene una tazza del medesimo marmo traforata tra le dita, tanto sottilmente che se ne tien molto poco, oltre che per ogni verso è tanto ben disposta et accordata quella attitudine e tanto ben proporzionate e belle le gambe e le braccia attaccate a quel torso, che pare nel vederlo e toccarlo molto più simile alla carne. In tanto che quel nome che gl’ha, da chi lo vede se gli conviene, et ancor molto più. Quest’opera dico, finita che fu, mentre che visse Giovanni fu visitata in quel cortile di Gualfonda da tutti i terrazzani e forestieri, e molto lodata. Ma poi essendo Giovanni morto, Gherardo Bartolini suo fratello la donò al duca Cosimo, il quale come cosa rara la tiene nelle sue stanze con altre bellissime statue che ha di marmo. Fece al detto Giovanni un Crocifisso di legno molto bello, che è in casa loro, e molte cose antiche e di man di Michelagnolo. Avendosi poi l’anno 1514 a fare un ricchissimo apparato in Fiorenza per la venuta di papa Leone X, fu dato ordine dalla Signoria e da Giuliano de’ Medici che si facessero molti archi trionfali di legno in diversi luoghi della città. Onde il Sansovino non solo fece i disegni di molti, ma tolse in compagnia di Andrea del Sarto a fare egli stesso la facciata di Santa Maria del Fiore, tutta di legno, con statue e con istorie et ordine d’architettura, nel modo a punto che sarebbe ben fatto ch’ella stesse, per torne via quello che vi è di componimento et ordine tedesco; per che messovi mano (per non dire ora alcuna cosa della coperta di tela, che per San Giovanni et altre feste solennissime soleva coprire la piazza di Santa Maria del Fiore e di esso San Giovanni, essendosi di ciò in altro luogo favellato a bastanza), dico che sotto queste tende aveva ordinato il Sansovino la detta facciata di lavoro corinto, e che fattala a guisa d’arco trionfale, aveva messo sopra un grandissimo imbasamento da ogni banda le colonne doppie con certi nicchioni fra loro pieni di figure tutte tonde, che figuravano gl’Apostoli, e sopra erano alcune storie grandi di mezzo rilievo, finte di bronzo, di cose del Vecchio Testamento, alcune delle quali ancora si veggiono lungarno in casa de’ Lanfredini. Sopra seguitavano gl’architravi, fregi e cornicioni, che risaltavano, et appresso varii e bellissimi frontespizii. Negl’angoli poi degl’archi, nelle grossezze e sotto, erano storie dipinte di chiaro scuro di mano d’Andrea del Sarto, e bellissime. Et in somma questa opera del Sansovino fu tale, che veggendola papa Leone disse che era un peccato che così fatta non fusse la vera facciata di quel tempio, che fu cominciata da Arnolfo tedesco. Fece il medesimo Sansovino nel detto apparato per la venuta di Leone X, oltre la detta facciata, un cavallo di tondo rilievo, tutto di terra e cimatura, sopra un basamento murato, in atto di saltare e con una figura sotto di braccia nove. La quale opera fu fatta con tanta bravura e fierezza, che piacque e fu molto lodata da papa Leone, onde esso Sansovino fu da Iacopo Salviati menato a baciare i piedi al Papa, che gli fece molte carezze. Partito il Papa di Firenze et abboccatosi a Bologna con il re Francesco Primo di Francia, si risolvé tornarsene a Firenze, onde fu dato ordine al Sansovino che facesse un arco trionfale alla porta San Gallo, onde egli non discordando punto da se medesimo, lo condusse simile all’altre cose che aveva fatte, cioè bello a maraviglia, pieno di statue e di quadri di pitture ottimamente lavorati. Avendo poi deliberato Sua Santità che si facesse di marmo la facciata di San Lorenzo, mentre che s’aspettava da Roma Raffaello da Urbino et il Buonarruoto, il Sansovino d’ordine del Papa fece un disegno di quella, il quale piacendo assai ne fu fatto fare da Baccio d’Agnolo un modello di legno bellissimo. Et intanto avendone fatto un altro il Buonarruoto, fu a lui et al Sansovino ordinato che andassero a Pietra Santa; dove avendo trovati molti marmi, ma difficili a condursi, persono tanto tempo, che tornati a Firenze trovarono il Papa partito per Roma. Per che andatigli amendue dietro con i loro modelli ciascuno da per sé, giunse a punto Iacopo quando il modello del Buonarruoto si mostrava a Sua Santità in Torre Borgia; ma non gli venne fatto quello che si pensava, perciò che, dove credeva di dovere almeno sotto Michelagnolo far parte di quelle statue, che andavano in detta opera, avendogliene fatto parole il Papa e datogliene intenzione Michelagnolo, s’avide giunto in Roma che esso Buonarruoto voleva essere solo. Tuttavia, essendosi condotto a Roma, per non tornarsene a Firenze invano, si risolvé fermarsi in Roma e quivi attendere alla scultura et architettura. E così avendo tolta a fare per Giovanfrancesco Martelli fiorentino una Nostra Donna di marmo, maggiore del naturale, la condusse bellissima col putto in braccio, e fu posta sopra un altare dentro alla porta principale di Santo Agostino quando s’entra a man ritta. Il modello di terra della quale statua donò al priore di Roma de’ Salviati, che lo pose in una cappella del suo palazzo, sul canto della piazza di San Piero al principio di Borgo Nuovo. Fece poi, non passò molto, per la cappella che aveva fatta fare il reverendissimo cardinale Albonrense nella chiesa delli Spagnuoli in Roma, sopra l’altare una statua di marmo di braccia quattro oltra modo lodatissima, d’un San Iacopo, il quale ha una movenzia molto graziosa et è condotto con perfezzione e giudizio, onde gli arecò grandissima fama, e mentre che faceva queste statue, fece la pianta e modello e poi cominciò a fare murare la chiesa di San Marcello de’ frati de’ Servi, opera certo bellissima. E seguitando d’essere adoperato nelle cose d’architettura, fece a Messer Marco Coscia una loggia bellissima sulla strada che va a Roma, a Ponte Molle nella via Appia; per la Compagnia del Crocifisso della chiesa di San Marcello un Crocifisso di legno da portare a processione molto grazioso, e per Antonio cardinale di Monte cominciò una gran fabbrica alla sua vigna fuor di Roma, in su l’Acqua vergine. E forse è di mano di Iacopo un molto bel ritratto di marmo di detto cardinal vecchio di Monte, che oggi è nel palazzo del signor Fabiano al Monte San Savino sopra la porta della camera principale di sala. Fece fare ancora la casa di Messer Luigi Leoni molto comoda, et in Banchi un palazzo, che è dalla casa de’ Gaddi, il quale fu poi compero da Filippo Strozzi, che certo è comodo e bellissimo e con molti ornamenti. Essendosi in questo tempo col favore di papa Leone levato sù la nazione fiorentina, a concorrenzia de’ Tedeschi e delli Spagnuoli e de’ Franzesi, i quali avevono chi finito e chi cominciato in Roma le chiese delle loro nazioni e quelle fatte adornare e cominciate a sfiziare solennemente, aveva chiesto di poter fare ancor essa una chiesa. Di che avendo dato ordine il Papa a Lodovico Capponi, allora consolo della nazione, fu deliberato che dietro Banchi al principio di strada Iulia in sulla riva del Tevere, si facesse una grandissima chiesa e si dedicasse a San Giovanni Batista, la quale per magnificenza, grandezza, spesa, ornamenti e disegno, quella di tutte l’altre nazioni avanzasse. Concorrendo dunque in fare disegni per quest’opera, Raffaello da Urbino, Antonio da San Gallo e Baldassarre da Siena et il Sansovino, veduto che il Papa ebbe i disegni di tutti, lodò come migliore quello del Sansovino, per avere egli oltre all’altre cose fatto su quattro canti di quella chiesa per ciascuno una tribuna e nel mezzo una maggiore tribuna, simile a quella pianta che Sebastiano Serlio pose nel suo secondo libro di architettura. Là onde, concorrendo col volere del Papa tutti i capi della nazione fiorentina con molto favore del Sansovino, si cominciò a fondare una parte di questa chiesa, lunga tutta ventidue canne; ma non vi essendo spazio e volendo pur fare la facciata di detta chiesa in sulla dirittura delle case di strada Iulia, erano necessitati entrare nel fiume del Tevere almeno quindici canne, il che piacendo a molti, per essere maggiore spesa e più superba il fare i fondamenti nel fiume, si mise mano a farli e vi spesero più di quarantamila scudi, che sarebbono bastanti a fare la metà della muraglia della chiesa. Intanto il Sansovino che era capo di questa fabbrica, mentre che di mano in mano si fondava, cascò, e fattosi male d’importanza, si fece dopo alcuni giorni portare a Fiorenza per curarsi, lasciando a quella cura, come s’è detto, per fondare il resto Antonio da San Gallo. Ma non andò molto, che avendo per la morte di Leone perduto la nazione uno apoggio sì grande et un principe tanto splendido, si abandonò la fabrica per quanto durò la vita di papa Adriano VI; poi creato Clemente, per seguitare il medesimo ordine e disegno fu ordinato che il Sansovino ritornasse e seguitasse quella fabrica nel medesimo modo che l’aveva ordinata prima, e così fu rimesso mano a lavorare. Et intanto egli prese a fare la sepoltura del cardinale d’Aragonia, e quella del cardinale Aginense, e fatto già cominciare a lavorare i marmi per gli ornamenti, e fatti molti modelli per le figure, aveva già Roma in poter suo e faceva molte cose per tutti quei signori importantissime, quando Dio per castigo di quella città e per abassare la superbia delli abitatori di Roma permise che venisse Borbone con l’esercito, a’ sei giorni di maggio 1527, e che fusse messo a sacco e ferro e fuoco tutta quella città; nella quale rovina, oltre a molti altri belli ingegni che capitarono male, fu forzato il Sansovino a partirsi con suo gran danno di Roma et a fuggirsi in Vinezia, per indi passare in Francia a’ servigi del Re, dove era già stato chiamato. Ma trattenendosi in quella città per provedersi molte cose, che di tutte era spogliato, e mettersi a ordine, fu detto al principe Andrea Griti, il quale era molto amico alle virtù, che quivi era Iacopo Sansovino; onde venuto in desiderio di parlargli, perché a punto in que’ giorni Domenico cardinale Grimani gli aveva fatto intendere che ’l Sansovino sarebbe stato a proposito per le cupole di San Marco, lor chiesa principale, le quali, e dal fondamento debole, e dalla vecchiaia, e da essere male incatenate, erano tutte aperte e minacciavano rovina, lo fece chiamare, e dopo molte accoglienze e lunghi ragionamenti avuti, gli disse che voleva, e ne lo pregava, che riparasse alla rovina di queste tribune, il che promise il Sansovino di fare e rimediarvi; e così, preso a fare quest’opera, vi fece mettere mano; et accomodato tutte l’armadure di drento e fatto travate a guisa di stelle, puntellò nel cavo del legno di mezzo tutti i legni che tenevano il cielo della tribuna, e con cortine di legnami le ricinse di drento in guisa, che poi di fuora e con catene di ferro stringendole e rinfiancandole con altri muri, e di sotto facendo nuovi fondamenti a’ pilastri che le reggevano, le fortificò et asicurò per sempre. Nel che fare fece stupire Vinezia e restare sodisfatto non pure il Gritti, e, che fu più, a quello serenissimo senato rendé tanta chiarezza della virtù sua, che essendo (finita l’opera) morto il protomaestro de’ signori procuratori di San Marco, che è il primo luogo che danno quei signori agli ingegnieri et architetti loro, lo diedero a lui con la casa solita e con provisione assai conveniente. Là dove, accettatolo il Sansovino ben volentieri e fermato l’animo, divenne capo di tutte le fabbriche loro, con suo onore e commodo. Fece dunque primamente la fabbrica publica della Zecca, la quale egli disegnò e spartì dentro con tanto ordine e comodità per servizio e comodo di tanti manifattori, che non è in luogo nessuno un erario tanto bene ordinato, né con maggior fortezza di quello, il quale adornò tutto con ordine rustico molto bello, il quale modo, non si essendo usato prima in quella città, rese maraviglia assai agli uomini di quel luogo. Per lo che, conosciuto l’ingegno del Sansovino essere per servizio di quella città atto a ogni loro bisogno, lo feciono attendere molti anni alle fortificazioni dello stato loro. Né passò molto, che seguitò per ordine del Consiglio de’ Dieci la bellissima e ricchissima fabrica della libreria di San Marco incontro al palazzo della Signoria, con tanto ordine d’intaglio, di cornici, di colonne, capitegli e mezze figure per tutta l’opera, che è una maraviglia. E tutto si è fatto senza risparmio niuno di spesa, onde costa infino a oggi centocinquantamila ducati et è tenuto molto in pregio in quella città per essere piena di ricchissimi pavimenti, di stucchi e di storie per le sale di quel luogo, e scale publiche adornate di varie pitture, come s’è ragionato nella vita di Batista Franco, oltre a molte altre belle comodità e ricchi ornamenti che ha nella entrata della porta principale, che rendono e maestà e grandezza, mostrando la virtù del Sansovino; il qual modo di fare fu cagione che in quella città, nella quale infino allora non era entrato mai modo se non di fare le case et i palazzi loro con un medesimo ordine, seguitando sempre ciascuno le medesime cose con la medesima misura et usanza vecchia, senza variare secondo il sito che si truovavano o secondo la comodità, fu cagione dico, che si cominciassero a fabricare con nuovi disegni e migliore ordine le cose publiche e le private. Et il primo palazzo che facesse fu quello di Messer Giorgio Cornaro, cosa bellissima e fatta con comodi et ornamenti condecenti, di spesa di scudi settantamila. Da che mosso un altro gentiluomo da Ca’ Delfino, ne fece fare al Sansovino un altro minore con spesa di trentamila scudi, lodatissimo e bellissimo. E dopo fece quello del Moro con spesa di ventimila scudi, che fu similmente molto lodato, et appresso molti altri di minore spesa nella città e nel contado. In tanto che si può dire quella magnifica città oggi per quantità e qualità di sontuosi e bene intesi edifizii risplendere et essere in questa parte quello ch’ell’è per ingegno, industria e virtù di Iacopo Sansovino, che per ciò merita grandissima laude. Essendo con queste opere è stato cagione che i gentiluomini viniziani hanno condotta l’architettura moderna nella loro città, perciò che non solo vi si è fatto quello che è passato per le sue mani, ma molte, anzi infinite altre cose, che sono state condotte da altri maestri che là sono andati ad abitare et hannovi magnifiche cose operato. Fece ancora Iacopo la fabrica della loggia della piazza di San Marco d’ordine corinto, che è a’ piedi del campanile di detto San Marco, con ornamento ricchissimo di colonne e quattro nicchie, nelle quali sono quattro figure grandi quanto il naturale, di bronzo e di somma bellezza. E fa quest’opera quasi una bellissima basa al detto campanile, il quale è largo da piè una delle faccie piedi trentacinque, che tanto incirca è l’ornamento del Sansovino, et alto da terra fino alla cornice dove sono le finestre delle campane piedi centosessanta, dal piano di detta cornice fin all’altra di sopra dove è il corridore sono piedi venticinque, e l’altro dado di sopra è alto piedi ventotto e mezzo; e da questo piano dal corridore fino alla piramide, pigna, o punta che se la chiamino, sono piedi sessanta; in cima della quale punta il quadricello sopra il quale posa l’Angiolo è alto piedi sei; et il detto Angiolo che gira è alto dieci piedi, di maniera che tutta l’altezza viene ad essere piedi duecentonovantadue. Diede ancora il disegno e condusse per la scuola, o vero Fraternita e Compagnia della Misericordia, la fabrica di quel luogo grandissima e di spesa di centocinquantamila scudi. Rifece la chiesa di San Francesco della Vigna, dove stanno i frati de’ Zoccoli, opera grandissima e d’importanza. Né per questo, mentre che ha atteso a tante fabriche, ha mai restato che per suo diletto non abbia fatto giornalmente opere grandissime e belle di scultura, di marmo e di bronzo. Sopra la pila dell’acqua santa ne’ frati della Ca’ Grande è di sua mano una statua fatta di marmo per un San Giovanni Batista, molto bella e lodatissima. A Padova alla cappella del Santo è una storia grande di marmo, di mano del medesimo, di figure di mezzo rilievo bellissime d’un miracolo di Santo Antonio di Padova, la quale in quel luogo è stimata assai. All’entrare delle scale del palazzo di San Marco fa tuttavia di marmo in forma di due giganti bellissimi, di braccia sette l’uno, un Nettunno et un Marte, mostrando le forze che ha in terra et in mare quella serenissima republica. Fece una bellissima statua d’un Ercole al duca di Ferrara, e nella chiesa di S. Marco fece quattro storie di bronzo di mezzo rilievo, alte un braccio e lunghe uno e mezzo, per mettere a un pergamo, con istorie di quello Evangelista, tenute molto in pregio per la varietà loro. E sopra la porta del medesimo San Marco ha fatto una Nostra Donna di marmo grande quanto il naturale, tenuta cosa bellissima, et alla porta della sagrestia di detto loco è di sua mano la porta di bronzo, divisa in due parti bellissime e con istorie di Gesù Cristo, tutte di mezzo rilievo e lavorate eccellentissimamente; e sopra la porta dello arsenale ha fatto una bellissima Nostra Donna di marmo, che tiene il Figliolo in collo. Le quali tutte opere non solo hanno illustrato et adornato quella republica, ma hanno fatto conoscere giornalmente il Sansovino per eccellentissimo artefice et amare et onorare dalla magnificenza e liberalità di que’ signori, e parimente dagl’altri artefici, referendosi a lui tutto quello di scultura et architettura che è stato in quella città al suo tempo operato. E nel vero ha meritato l’eccellenza di Iacopo di essere tenuta nel primo grado in quella città fra gl’artefici del disegno, e che la sua virtù sia stata amata et osservata universalmente dai nobili e dai plebei. Perciò che oltre all’altre cose egli ha, come s’è detto, fatto col suo sapere e giudizio che si è quasi del tutto rinovata quella città et imparato il vero e buon modo di fabricare. Ma se ella ha ricevuto da lui bellezza et ornamento, egli all’incontro è da lei stato molto benificato. Conciò sia che oltre all’altre cose, egli è vivuto in essa da che prima vi andò insino all’età di settantotto anni sanissimo e gagliardo, e gli ha tanto conferito l’aria e quel cielo, che non ne mostra in un certo modo più che quaranta. E ha veduto e vede d’un suo virtuosissimo figliuolo, uomo di lettere, due nipoti, un maschio et una femmina, sanissimi e belli, con somma sua contentezza. E, che se è più, vive ancora felicissimamente e con tutti que’ comodi et agi, che maggiori può avere un par suo. Ha sempre amato gl’artefici, et in particolare è stato amicissimo dell’eccellente e famoso Tiziano, come fu anco, mentre visse, di Messer Pietro Aretino, per le quali cose ho giudicato ben fatto, se bene vive, fare di lui questa onorata memoria, e massimamente che oggimai è per far poco nella scultura. Ha avuto il Sansovino molti discepoli in Fiorenza: Niccolò detto il Tribolo, come s’è detto, il Solosmeo da Settignano, che finì dalle figure grandi in fuori tutta la sepoltura di marmo ch’è a Monte Casino, dove è il corpo di Piero de’ Medici, che affogò nel fiume del Garigliano. Similmente è stato suo discepolo Girolamo da Ferrara detto il Lombardo, del quale s’è ragionato nella vita di Benvenuto Garofalo ferrarese, et il quale, e dal primo Sansovino, e da questo secondo ha imparato l’arte, di maniera che oltre alle cose di Loreto, delle quali si è favellato, e di marmo e di bronzo, ha in Vinezia molte opere lavorato. Costui se bene capitò sotto il Sansovino d’età di trenta anni e con poco disegno, ancora che avesse innanzi lavorato di scultura alcune cose, essendo più tosto uomo di lettere e di corte, che scultore, attese nondimeno di maniera, che in pochi anni fece quel profitto che si vede nelle sue opere di mezzo rilievo che sono nelle fabriche della libreria e loggia del campanile di San Marco, nelle quali opere si portò tanto bene, che poté poi fare da sé solo le statue di marmo et i Profeti che lavorò, come si disse, alla Madonna di Loreto. Fu ancora discepolo del Sansovino Iacopo Colonna, che morì a Bologna già trenta anni sono lavorando un’opera d’importanza. Costui fece in Vinezia nella chiesa di San Salvadore un San Girolamo di marmo ignudo, che si vede ancora in una nicchia intorno all’organo, che fu bella figura e molto lodata; et a Santa Croce della Giudecca fece un Cristo, pure ignudo di marmo, che mostra le piaghe, con bello artifizio, e parimente a San Giovanni Nuovo tre figure: Santa Dorotea, Santa Lucia e Santa Caterina; et in Santa Marina si vede di sua mano un cavallo con un capitano armato sopra; le quali opere possono stare al pari con quante ne sono in Vinezia. In Padova nella chiesa di Santo Antonio fece di stucco detto Santo e San Bernardino vestiti. Della medesima materia fece a Messer Luigi Cornaro una Minerva, una Venere et una Diana, maggiori del naturale e tutte tonde; di marmo un Mercurio, e di terra cotta un Marzio ignudo e giovinetto, che si cava una spina d’un piè, anzi, mostrando averla cavata, tiene con una mano il piè, guardando la ferita, e con l’altra pare che si voglia nettare la ferita con un panno, la quale opera, perché è la migliore che mai facesse costui, disegna il detto Messer Luigi farla gettare di bronzo. Al medesimo fece un altro Mercurio di pietra, il quale fu poi donato al duca Federigo di Mantova. Fu parimente discepolo del Sansovino Tiziano da Padova, scultore, il quale nella loggia del campanile di San Marco di Vinezia scolpì di marmo alcune figurette, e nella chiesa del medesimo San Marco si vede pur da lui scolpito e gettato di bronzo un bello e gran coperchio di pila di bronzo nella cappella di San Giovanni. Aveva costui fatto la statua d’un San Giovanni, nel quale sono i quattro Evangelisti e quattro storie di San Giovanni con bello artifizio, per gettarla di bronzo, ma morendosi d’anni trentacinque, rimase il mondo privo d’un eccellente e valoroso artefice. È di mano di costui la volta della cappella di Santo Antonino da Padova, con molto ricco partimento di stucco. Aveva cominciato per la medesima un serraglio di cinque archi di bronzo, che erano pieni di storie di quel Santo, con altre figure di mezzo e basso rilievo, ma rimase anco questo per la sua morte imperfetto, e per discordia di coloro che avevano cura di farla fare; e n’erano già stati gettati molti pezzi, che riuscivano bellissimi, e fatte le cere per molti altri, quando costui si morì e rimase per le dette cagioni ogni cosa adietro. Il medesimo Tiziano, quando il Vasari fece il già detto apparato per i signori della Compagnia della Calza in Canareio, fece in quello alcune statue di terra e molti termini, e fu molte volte adoperato in ornamenti di scene, teatri, archi et altre cose simili, con suo molto onore, avendo fatto cose tutte piene d’invenzioni, capricci e varietà, e sopra tutto con molta prestezza. Pietro da Salò fu anch’egli discepolo del Sansovino, et avendo durato a intagliare fogliami infino alla sua età di trenta anni, finalmente aiutato dal Sansovino, che gli insegnò, si diede a fare figure di marmo. Nel che si compiacque e studiò di maniera, che in due anni faceva da sé, come ne fanno fede alcune opere assai buone, che di sua mano sono nella tribuna di San Marco; e la statua d’un Marte maggiore del naturale, che è nella facciata del palazzo publico, la quale statua è in compagnia di tre altre di mano di buoni artefici. Fece ancora nelle stanze del Consiglio de’ Dieci due figure, una di maschio e l’altra di femina, in compagnia d’altre due fatte dal Danese Cataneo, scultore di somma lode, il quale, come si dirà, fu anch’egli discepolo del Sansovino, le quali figure sono per ornamento d’un camino. Fece oltre ciò Pietro tre figure che sono a Santo Antonio, maggiori del vivo e tutte tonde, e sono una Giustizia, una Fortezza e la statua d’un capitano generale dell’armata viniziana, condotte con buona pratica. Fece ancora la statua d’una Iustizia che ha bella attitudine e buon disegno, posta sopra una colonna nella piazza di Murano, et un’altra nella piazza del Rialto di Vinezia, per sostegno di quella pietra dove si fanno i bandi publici, che si chiama il Gobbo di Rialto, le quali opere hanno fatto costui conoscere per bonissimo scultore. In Padova nel Santo fece una Tetide molto bella et un Bacco che prieme un grappol d’uva in una tazza, e questa, la quale fu la più dificile figura che mai facesse e la migliore, morendo lassò a’ suoi figliuoli, che l’hanno ancora in casa per venderla a chi meglio conoscerà e pagherà le fatiche, che in quella fece il loro padre. Fu parimente discepolo di Iacopo, Alessandro Vittoria da Trento, scultore molto eccellente et amicissimo degli studii, il quale con bellissima maniera ha mostro in molte cose che ha fatto, così di stucco, come di marmo, vivezza d’ingegno e bella maniera, e che le sue opere sono da essere tenute in pregio. E di mano di costui sono in Vinezia alla porta principale della libreria di S. Marco due feminone di pietra alte palmi dieci l’una, che sono molto belle, graziose e da esser molto lodate. Ha fatto nel Santo di Padova alla sepoltura Conterina quattro figure: duoi schiavi o vero prigioni con una Fama et una Tetis tutte di pietra; et uno Angiolo piedi dieci alto, il quale è stato posto sopra il campanile del Duomo di Verona, che è molto bella statua; et in Dalmazia mandò pure di pietra quattro Apostoli nel Duomo di Treù, alti cinque piedi l’uno. Fece ancora alcune figure d’argento per la scuola di San Giovanni Evangelista di Vinezia, molto graziose, le quali erano tutte di tondo rilievo, et un San Teodoro d’argento di piedi due, tutto tondo; lavorò di marmo nella cappella Grimana a San Sebastiano due figure, alte tre piedi l’una, et appresso fece una Pietà con due figure di pietra tenute buone, che sono a San Salvadore in Vinezia. Fece un Mercurio al pergamo di palazzo di San Marco, che risponde sopra la piazza, tenuto buona figura. Et a San Francesco della Vigna fece tre figure grandi quanto il naturale, tutte di pietra, molto belle, graziose e ben condotte, Santo Antonio, San Sebastiano e Santo Rocco, e nella chiesa de’ Crocicchieri fece di stucco due figure alte sei piedi l’una, poste all’altare maggiore, molto belle, e della medesima materia fece, come già s’è detto, tutti gli ornamenti che sono nelle volte delle scale nuove del palazzo di San Marco, con vari partimenti di stucchi, dove Batista Franco dipinse poi ne’ vani dove sono le storie, le figure e le grottesche che vi sono. Parimente fece Alessandro quelle delle scale della libreria di San Marco, tutte opere di gran fattura, e ne’ frati minori una cappella, e nella tavola di marmo, che è bellissima e grandissima, l’assunzione della Nostra Donna di mezzo rilievo con cinque figurone a basso, che hanno del grande e son fatte con bella maniera, grave e bello andare di panni e condotte con diligenzia. Le quali figure di marmo sono San Ieronimo, San Giovanbatista, San Pietro, Santo Andrea e San Lionardo, alte sei piedi l’una, e le migliori di quante opere ha fatto infin a ora. Nel finimento di questa cappella sul frontespizio sono due figure pure di marmo, molto graziose et alte otto piedi l’una. Il medesimo Vittoria ha fatto molti ritratti di marmo e bellissime teste e somigliano, cioè quella del signor Giovanbatista Feredo, posta nella chiesa di Santo Stefano, quella di Camillo Trevisano oratore, posta nella chiesa di San Giovanni e Polo, il clarissimo Marcantonio Grimani, anch’egli posto nella chiesa di San Sebastiano, et in San Gimignano il piovano di detta chiesa. Ha parimente ritratto Messer Andrea Loredano, Messer Priamo da Lagie, e dua fratelli da Ca’ Pellegrini oratori, cioè Messer Vincenzio e Messer Giovanbatista. E perché il Vittoria è giovane e lavora volentieri, virtuoso, affabile, disideroso d’acquistare nome e fama et insomma gentilissimo, si può credere che vivendo si abbia a vedere di lui ogni giorno bellissime opere e degne del suo cognome Vettoria, e che vivendo abbia a essere eccellentissimo scultore e meritare sopra gl’altri di quel paese la palma. Ecci ancora un Tommaso da Lugano scultore, che è stato anch’egli molti anni col Sansovino et ha fatto con lo scarpello molte figure nella libreria di San Marco in compagnia d’altri, come s’è detto, e molto belle. E poi, partito dal Sansovino, ha fatto da sé una Nostra Donna col Fanciullo in braccio et a’ piedi San Giovannino, che sono figure tutte e tre di sì bella forma, attitudine e maniera, che possono stare fra tutte l’altre statue moderne belle che sono in Venezia, la quale opera è posta nella chiesa di San Bastiano. Et una testa di Carlo Quinto imperatore, la quale fece costui di marmo dal mezzo in su, è stata tenuta cosa maravigliosa e fu molto grata a sua maestà. Ma perché Tommaso si è dilettato più tosto di lavorare di stucco che di marmo o bronzo, sono di sua mano infinite bellissime figure et opere fatte da lui di cotal materia in casa diversi gentiluomini di Vinezia; e questo basti avere detto di lui. Finalmente de’ lombardi ci resta a far memoria di Iacopo bresciano giovane di ventiquattro anni che s’è partito non è molto dal Sansovino, et il quale ha dato saggio a Vinezia in molti anni che v’è stato di essere ingegnoso e di dovere riuscire eccellente, come poi è riuscito nell’opere che ha fatto in Brescia sua patria, e particolarmente nel palazzo publico: ma se studia e vive si vedranno anco di sua mano cose maggiori e migliori, essendo spiritoso e di bellissimo ingegno. De’ nostri toscani è stato discepolo del Sansovino Bartolomeo Amannati fiorentino, del quale in molti luoghi di quest’opera s’è già fatto memoria. Costui dico lavorò sotto il Sansovino in Vinezia e poi in Padova per Messer Marco da Mantova, eccellentissimo dottore di medicina, in casa del quale fece un grandissimo gigante nel suo cortile di un pezzo di pietra e la sua sepoltura con molte statue. Dopo venuto l’Amannato a Roma l’anno 1550, gli furono allogate da Giorgio Vasari quattro statue di braccia quattro l’una di marmo per la sepoltura del cardinale de’ Monti vecchio, la quale papa Iulio Terzo aveva allogata a esso Giorgio nella chiesa di San Pietro a Montorio, come si dirà, le quali statue furono tenute molto belle, per che avendogli il Vasari posto amore, lo fece conoscere al detto Iulio Terzo, il quale avendo ordinato quello fusse da fare, lo fece mettere in opera, e così ambidue, cioè il Vasari e l’Amannato, per un pezzo lavorarono insieme alla vigna. Ma non molto dopo che il Vasari fu venuto a servire il duca Cosimo a Fiorenza, essendo morto il detto Papa, l’Amannato, che si trovava senza lavoro et in Roma da quel Pontefice essere male stato sodisfatto delle sue fatiche, scrisse al Vasari, pregandolo che come l’aveva aiutato in Roma, così volesse aiutarlo in Fiorenza appresso al Duca. Onde el Vasari adoperandosi in ciò caldamente, lo condusse al servizio di sua eccellenza per cui ha molte statue di marmo e di bronzo, che ancora non sono in opera, lavorate. Per lo giardino di Castello ha fatto due figure di bronzo maggiori del vivo, cioè Ercole che fa scoppiare Anteo, al quale Anteo, invece dello spirito, esce acqua in gran copia per bocca. Finalmente ha condotto l’Amannato il colosso di Nettunno di marmo che è in piazza, alto braccia dieci e mezzo. Ma perché l’opera della fonte a cui ha da stare in mezzo il detto Nettunno non è finita, non ne dirò altro. Il medesimo Amannato, come architetto, attende, con suo molto onore e lode, alla fabbrica de’ Pitti, nella quale opera ha grande occasione di mostrare la virtù e grandezza dell’animo suo, e la magnificenza e grande animo del duca Cosimo. Direi molti particolari di questo scultore, ma perché mi è amico, et altri secondo che intendo scrive le cose sue, non dirò altro per non mettere mano a quello che da altri fie meglio, che io forse non saprei raccontarlo. Restaci per ultimo de’ discepoli del Sansovino a far menzione del Danese Cataneo scultore da Carrara, il quale essendo anco piccol fanciullo stette con esso lui a Vinezia, e partitosi d’anni diciannove dal detto suo maestro, fece da per sé in San Marco un fanciullo di marmo, et un San Lorenzo nella chiesa de’ frati minori, a San Salvadore un altro fanciullo di marmo, et a San Giovanni e Polo la statua d’un Bacco ignudo, che preme un grappol d’uva d’una vite che s’aggira intorno a un tronco che ha dietro alle gambe, la quale statua è oggi in casa de’ Mozzanighi da San Barnaba. Ha lavorato molte figure per la libreria di San Marco e per la loggia del campanile insieme con altri, de’ quali si è di sopra favellato, et oltre le dette, quelle due che già si disse essere nelle stanze del Consiglio de’ Dieci. Ritrasse di marmo il cardinale Bembo et il Contarino capitan generale dell’armata viniziana, i quali ambidue sono in Santo Antonio di Padova, con belli e ricchi ornamenti a torno. E nella medesima città di Padova in San Giovanni di Verdara è di mano del medesimo il ritratto di Messer Girolamo Gigante iureconsulto dottissimo. A Vinezia ha fatto in Santo Antonio della Giudecca il ritratto naturalissimo del Giustiniano, luogotenente del gran mastro di Malta, e quello del Tiepolo stato tre volte generale: ma queste non sono anco state messe ai luoghi loro. Ma la maggiore opera e più segnalata che abbia fatta il Danese è stato in Verona a Santa Anastasia una cappella di marmi ricca, e con figure grandi, al signor Ercole Fregoso in memoria del signor Iano, già signor di Genova e poi capitano generale de’ viniziani, al servizio de’ quali morì. Questa opera è d’ordine corinto in guisa d’arco trionfale, e divisata da quattro gran colonne tonde striate, con i capitegli a foglie di oliva, che posano sopra un basamento di conveniente altezza, facendo il vano del mezzo largo una volta più che uno di quelli dalle bande, con un arco fra le colonne, sopra il quale posa in su capitegli l’architrave e la cornice, e nel mezzo dentro all’arco uno ornamento molto bello di pilastri con cornice e frontespizio, col campo d’una tavola di paragone nero bellissimo, dove è la statua d’un Cristo ignudo maggior del vivo, tutta tonda e molto buona figura, la quale statua sta in atto di mostrare le sue piaghe, con un pezzo di panno rilegato nei fianchi fra le gambe e fino in terra. Sopra gl’angoli dell’arco sono segni della sua Passione, e tra le due colonne, che sono dal lato destro, sta sopra un basamento una statua tutta tonda, fatta per il signor Iano Fregoso tutta armata all’antica, salvo che mostra le braccia e le gambe nude, e tiene la man manca sopra il pomo della spada, che ha cinta, e con la destra il bastone [di] generale, avendo dietro per investitura, che va dreto alle colonne, una Minerva di mezzo rilievo, che stando in aria tiene con una mano una bacchetta ducale, come quella de’ dogi di Vinezia, e con l’altra una bandiera, drentovi l’insegna di San Marco, e tra l’altre due colonne nell’altra investitura è la Virtù militare armata col cimiero in capo, con il semprevivo sopra e con l’impresa nella corazza d’uno ermellino che sta sopra uno scoglio circondato dal fango, con lettere che dicano: "Potius mori quam faedari", e con l’insegna Fregosa; e sopra è una Vittoria con una ghirlanda di lauro et una palma nelle mani. Sopra la colonna, architrave, fregio e cornice è un altro ordine di pilastri, sopra le cimase de’ quali stanno due figure di marmo tonde e due trofei pur tondi e della grandezza delle altre figure. Di queste due statue una è la Fama in atto di levarsi a volo, accennando con la man dritta al cielo e con una tromba che suona, e questa ha sottili e bellissimi panni attorno e tutto il resto ignuda, e l’altra è fatta per la Eternità, la quale è vestita con abito più grave e sta in maestà, tenendo nella man manca un cerchio dove ella guarda, e con la destra piglia un lembo di panno dentrovi palle, che denotano vari secoli, con la sfera celeste cinta dalla serpe, che con la bocca piglia la coda; nello spazio del mezzo sopra il cornicione che fa fare e mette in mezzo queste due parti, sono tre scaglioni dove seggano due putti grandi et ignudi, i quali tengono un grande scudo con l’elmo sopra, drentovi l’insegna Fregosa, e sotto i detti scalini è di paragone un epitaffio di lettere grandi dorate. La quale tutta opera è veramente degna d’essere lodata, avendola il Danese condotta con molta diligenza, e dato bella proporzione e grazia a quel componimento, e fatto con gran studio ciascuna figura. È il Danese non pure, come s’è detto, eccellente scultore, ma anco buono e molto lodato poeta, come l’opere sue ne dimostrano apertamente, onde ha sempre praticato et avuto stretta amicizia con i maggiori uomini e più virtuosi dell’età nostra. E di ciò anco sia argomento questa detta opera, da lui stata fatta molto poeticamente. È di mano del Danese nel cortile della Zecca di Vinezia, sopra l’ornamento del pozzo, la statua del Sole ignuda, in cambio della quale vi volevano que’ signori una Iustizia, ma il Danese considerò che in quel luogo il Sole è più a proposito. Questa ha una verga d’oro nella mano manca et uno scetro nella destra, a sommo al quale fece un occhio, et i razzi solari attorno alla testa, e sopra la palla del mondo, circondata dalla serpe che si tiene in bocca la coda, con alcuni monticelli d’oro per detta palla generati da lui. Arebbevi voluto fare il Danese due altre statue, e quella della Luna per l’argento e quella del Sole per l’oro, et un’altra per lo rame, ma bastò a que’ signori che vi fusse quella dell’oro, come del più perfetto di tutti gl’altri metalli. Ha cominciato il medesimo Danese un’altra opera in memoria del principe Loredano, doge di Vinezia, nella quale si spera che di gran lunga abbia a passare d’invenzione e capriccio tutte l’altre sue cose. La quale opera deve essere posta nella chiesa di San Giovanni e Polo di Vinezia. Ma perché costui vive e va tuttavia lavorando a benefizio del mondo e dell’arte, non dirò altro di lui, né d’altri discepoli del Sansovino. Non lascerò già di dire brevemente d’alcuni altri eccellenti artefici scultori e pittori di quelle parti di Vinezia, con l’occasione dei sopra detti, per porre fine a ragionare di loro in questa vita del Sansovino. Ha dunque avuto Vicenza in diversi tempi ancor ch’essa, scultori, pittori et architetti, d’una parte de’ quali si fece memoria nella vita di Vittore Scarpaccia, e massimamente di quei che fiorirono al tempo del Mantegna e che da lui impararono a disegnare, come furono Bartolomeo Mantegna, Francesco Veruzio e Giovanni Speranza pittori. Di mano de’ quali sono molte pitture sparse per Vicenza. Ora nella medesima città sono molte sculture di mano d’un Giovanni intagliatore et architetto, che sono ragionevoli ancor che la sua propria professione sia stata di fare ottimamente fogliami et animali, come ancora fa, se bene è vecchio. Parimente Girolamo Pironi vicentino ha fatto in molti luoghi della sua città opere lodevoli di scultura e pittura. Ma fra tutti i vicentini merita di essere sommamente lodato Andrea Palladio architetto, per essere uomo di singolare ingegno e giudizio, come ne dimostrano molte opere fatte nella sua patria et altrove, e particolarmente la fabrica del palazzo della Comunità, che è molto lodata, con due portici di componimento dorico fatti con bellissime colonne. Il medesimo ha fatto un palazzo molto bello e grandissimo oltre ogni credere al conte Ottavio de’ Vieri, con infiniti ricchissimi ornamenti. Et un altro simile al conte Giuseppo di Porto, che non può essere né più magnifico, né più bello, né più degno d’ogni gran principe di quello che è. Et un altro se ne fa tuttavia con ordine del medesimo al conte Valerio Coricatto, molto simile per maestà e grandezza all’antiche fabriche tanto lodate. Similmente ai conti di Valmorana ha già quasi condotto a fine un altro superbissimo palazzo, che non cede a niuno dei sopra detti in parte veruna. Nella medesima città, sopra la piazza detta volgarmente l’Isola, ha fatto un’altra molto magnifica fabbrica al signor Valerio Chireggiolo, et a Pugliano villa del Vicentino una bellissima casa al Signor Bonifazio Pugliana cavaliere, e nel medesimo contado di Vicenza, al Finale, ha fatto a Messer Biagio Saraceni un’altra fabbrica, et una a Bagnolo al signor Vittore Pisani con ricchissimo e gran cortile d’ordine dorico, con bellissime colonne. Presso a Vicenza nella villa di Lisiera ha fabricato al signor Giovanfrancesco Valmorana un altro molto ricco edifizio con quattro torri in sui canti, che fanno bellissimo vedere. A Meledo altresì ha principiato al conte Francesco Trissino e Lodovico suo fratello un magnifico palazzo, sopra un colle assai rilevato, con molti spartimenti di loggie, scale et altre comodità da villa. A Campiglia, pure sul Vicentino, fa al signor Mario Ropetta un’altra simile abitura, con tanti comodi, ricchi partimenti di stanze, loggie e cortili e camere dedicate a diverse Virtù, ch’ella sarà tosto condotta che fie al suo fine stanza più regia che signorile. A Lunede n’ha fatto un’altra da villa al signor Girolamo de’ Godi, et a Ugurano un’altra al conte Iacopo Angarano che è veramente bellissima, come che paia piccola cosa al grande animo di quel signore. A Quinto, presso a Vicenza fabricò anco, non ha molto, un altro palagio al conte Marcantonio Triene, che ha del grande e del magnifico quanto più non saprei dire. Insomma ha tante grandissime e belle fabriche fatto il Palladio dentro e fuori di Vicenza, che quando non vi fussero altre, possono bastare a fare una città onoratissima et un bellissimo contado. In Vinezia ha principiato il medesimo molte fabriche, ma una sopra tutte, che è maravigliosa e notabilissima, a imitazione delle case che solevano far gl’antichi, nel monasterio della Carità. L’atrio di questa è largo piedi quaranta e lungo 54, che tanto è a punto il diametro del quadrato, essendo le sue ali una delle tre parti e mezzo della lunghezza. Le colonne, che sono corinte, sono grosse piedi tre e mezzo et altre 35. Dall’atrio si va nel peristilio, cioè in un claustro (così chiamano i frati i loro cortili) il quale dalla parte di verso l’atrio è diviso in cinque parti e dai fianchi in sette, con tre ordini di colonne l’un sopra l’altro, che il dorico è di sotto, e sopra il ionico et il corinto. Dirimpetto all’atrio è il refettorio, lungo due quadri e alto insino al piano del peristilio, con le sue officine intorno commodissime. Le scale sono a lumaca et in forma ovale, e non hanno né muro, né colonna, né parte di mezzo che le regga, sono larghe piedi tredici, e gli scalini nel posare si reggono l’un l’altro per essere fitti nel muro. Questo edifizio è tutto fatto di pietre cotte, cioè mattoni, salvo le base delle colonne, i capitegli, l’imposte degl’archi, le scale, le superficie delle cornici e le finestre tutte e le porte. Il medesimo Palladio ai monaci neri di San Benedetto, nel loro monasterio di San Giorgio Maggiore di Vinezia, ha fatto un grandissimo e bellissimo refettorio col suo ricetto innanzi, et ha cominciato a fondare una nuova chiesa, con sì bell’ordine, secondo che mostra il modello, che se fie condotto a fine riuscirà opera stupenda e bellissima. Ha oltre ciò cominciato la facciata della chiesa di S. Francesco della Vigna, la quale fa fare di pietra istriana il reverendissimo Grimani, patriarca d’Aquileia, con molto magnifica spesa. Sono le colonne larghe da piè palmi quattro et alte quaranta d’ordine corinto, e di già è murato da piè tutto l’imbasamento. Alle Gambaraie, luogo vicino a Vinezia sette miglia, in sul fiume della Brenta ha fatto l’istesso Palladio una molto comoda abitazione a Messer Niccolò e Messer Luigi Foscari, gentiluomini viniziani. Un’altra n’ha fatta a Marocco villa del Mestrino al cavalier Mozzenigo. A Piombino una a Messer Giorgio Cornaro, una alla Montagnama al magnifico Messer Francesco Pisani, et a Zigogiari in sul Padovano una al conte Adovardo da Tiene gentiluomo vicentino; in Udine del Friuli una al signor Floriano Antimini; alla Mota, castel pure del Friuli, una al magnifico Messer Marco Zeno, con bellissimo cortile e portici intorno intorno. Alla Fratta, castel del Polesine, una gran fabrica al signor Francesco Badoaro, con alcune logge bellissime e capricciose; similmente vicino ad Asolo, castello del Trevisano, ha condotto una molto comoda abitazione al reverendissimo signor Daniello Barbaro, eletto d’Aquileia, che ha scritto sopra Vitruvio, et al clarissimo Messer Marcantonio suo fratello, con tanto bell’ordine, che meglio e più non si può imaginare, e fra l’altre cose vi ha fatto una fontana molto simile a quella che fece fare papa Giulio in Roma alla sua vigna Giulia, con ornamenti per tutto di stucchi e pitture fatti da maestri eccellenti. In Genova ha fatto Messer Luca Giustiniano una fabrica con disegno del Palladio, che è tenuta bellissima, come sono anco tutte le sopra scritte, delle quali sarebbe stata lunghissima storia voler raccontare molti particolari di belle e strane invenzioni e capricci. E perché tosto verrà in luce un’opera del Palladio, dove saranno stampati due libri d’edifizii antichi et uno di quelli che ha fatto egli stesso edificare, non dirò altro di lui, perché questa basterà a farlo conoscere per quello eccellente architetto ch’egli è tenuto da chiunche vede l’opere sue bellissime, senzaché essendo anco giovane et attendendo continuamente agli studii dell’arte, si possono sperare ogni giorno di lui cose maggiori. Non tacerò che a tanta virtù ha congiunta una sì affabile e gentil natura, che lo rende appresso d’ognuno amabilissimo. Onde ha meritato d’essere stato accettato nel numero degl’Accademici del disegno fiorentini, insieme col Danese, Giuseppo Salviati, il Tintoretto e Batista Farinato da Verona, come si dirà in altro luogo, parlando di detti Accademici. Bonifazio pittore viniziano, del quale non ho prima avuto cognizione, è degno anch’esso di essere nel numero di tanti eccellenti artefici annoverato per essere molto pratico e valente coloritore. Costui oltre a molti quadri e ritratti, che sono per Vinezia, ha fatto nella chiesa de’ Servi della medesima città, all’altare delle reliquie, una tavola dove è un Cristo con gl’Apostoli intorno, e Filippo che par che dica: "Domine ostende nobis patrem"; la quale è condotta con molto bella e buona maniera. E nella chiesa delle monache dello Spirito Santo, all’altare della Madonna, ha fatto un’altra bellissima tavola con una infinità d’uomini, donne e putti d’ogni età, che adorano insieme con la Vergine un Dio Padre che è in aria con molti Angeli attorno. E anco pittore di assai buon nome in Vinezia Iacopo Fallaro, il quale ha nella chiesa degl’Ingesuati fatto ne’ portegli dell’organo il beato Giovanni Colombini che riceve in Concistoro l’abito del Papa con buon numero di cardinali. Un altro Iacopo, detto Pisbolica, in Santa Maria Maggiore di Vinezia ha fatto una tavola nella quale è Cristo in aria con molti Angeli, et a basso la Nostra Donna con gl’Apostoli; et un Fabrizio viniziano nella chiesa di Santa Maria Sebenico ha dipinto nella facciata d’una cappella una benedizione della fonte del battesimo, con molti ritratti di naturale fatti con bella grazia e buona maniera.

IL FINE DELLA VITA DI IACOPO SANSOVINO SCULTORE FIORENTINO