Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini

Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Ercole Ferrarese Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Cosimo Rosselli IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Ercole Ferrarese Cosimo Rosselli

VITA DI IACOPO, GIOVANNI E GENTILE BELLINI PITTORI VINIZIANI

Le cose che sono fondate nella virtù, ancor che il principio paia molte volte basso e vile, vanno sempre in alto di mano in mano, et insino a ch’elle non son arrivate al sommo della gloria, non si arrestano, né posano già mai, sì come chiaramente potette vedersi nel debile e basso principio della casa de’ Bellini, e nel grado in che venne poi, mediante la pittura. Adunque Iacopo Bellini, pittore viniziano, essendo stato discepolo di Gentile da Fabriano nella concorrenza che egli ebbe con quel Domenico, che insegnò il colorire a olio ad Andrea dal Castagno, ancor che molto si affaticasse per venire eccellente nell’arte, non acquistò però nome in quella, se non dopo la partita di Vinezia di esso Domenico. Ma poi ritrovandosi in quella città senza aver concorrente che lo pareggiasse, accrescendo sempre in credito e fama, sì fece in modo eccellente che egli era nella sua professione il maggiore e più reputato; et acciò che non pure si conservasse, ma si facesse maggiore nella casa sua e ne’ sucessori il nome acquistatosi nella pittura, ebbe due figliuoli inclinatissimi all’arte, e di bello e buono ingegno: l’uno fu Giovanni e l’altro Gentile, al quale pose così nome per la dolce memoria che teneva di Gentile da Fabriano, stato suo maestro e come padre amorevole. Quando dunque furono alquanto cresciuti i detti due figliuoli, Iacopo stesso insegnò loro con ogni diligenza i principii del disegno, ma non passò molto, che l’uno e l’altro avanzò il padre di gran lunga; il quale, di ciò rallegrandosi molto, sempre gli inanimiva, mostrando loro che disiderava che eglino, come i toscani fra loro medesimi portavano il vanto di far forza per vincersi l’un l’altro, secondo che venivono all’arte di mano in mano, così Giovanni vincesse lui, e poi Gentile l’uno e l’altro, e così successivamente. Le prime cose che diedero fama a Iacopo, furono il ritratto di Giorgio Cornaro e di Caterina reina di Cipri, una tavola che egli mandò a Verona, dentrovi la passione di Cristo con molte figure, fra le quali ritrasse se stesso di naturale et una storia della croce, la quale si dice essere nella scuola di S. Giovanni Evangelista, le quali tutte e molte altre furono dipinte da Iacopo con l’aiuto de’ figliuoli; e questa ultima storia fu fatta in tela, sì come si è quasi sempre in quella città costumato di fare, usandovisi poco dipignere, come si fa altrove, in tavole di legname d’albero, da molti chiamato oppio e d’alcuni gàtticce; il quale legname, che fa per lo più lungo i fiumi o altre acque, è dolce affatto e mirabile per dipignervi sopra, perché tiene molto il fermo quando si commette con la mastrice. Ma in Venezia non si fanno tavole, e facendose alcuna volta, non si adopera altro legname che d’abeto, di che è quella città abondantissima, per rispetto del fiume Adice che ne conduce grandissima quantità di terra tedesca, senza che anco ne viene pure assai di Schiavonia. Si costuma dunque assai in Vinezia dipignere in tela, o sia perché non si fende e non intarla, o perché si possono fare le pitture di che grandezza altri vuole, o pure per la commodità, come si disse altrove, di mandarle commodamente dove altri vuole, con pochissima spesa e fatica. Ma sia di ciò la cagione qualsivoglia, Iacopo e Gentile feciono, come di sopra si è detto, le prime loro opere in tela; e poi Gentile da per sé, alla detta ultima storia della croce, n’aggiunse altri sette o vero otto quadri, ne’ quali dipinse il miracolo della croce di Cristo, che tiene per reliquia la detta scuola; il quale miracolo fu questo: essendo gettata per non so che caso la detta croce dal ponte della Paglia in Canale, per la reverenza che molti avevano al legno che vi è, della croce di Gesù Cristo, si gettarono in acqua per ripigliarla, ma come fu volontà di Dio niuno fu degno di poterla pigliare, eccetto che il guardiano di quella scuola. Gentile adunque, figurando questa storia, tirò in prospettiva in sul Canale grande molte case, il ponte alla Paglia, la piazza di S. Marco et una lunga processione d’uomini e donne, che sono dietro al clero. Similmente molti gettati in acqua, altri in atto di gettarsi, molti mezzo sotto et altri in altre maniere et attitudini bellissime; e finalmente vi fece il guardiano detto, che la ripiglia. Nella qual opera invero fu grandissima la fatica e diligenza di Gentile, considerandosi l’infinità delle figure, i molti ritratti di naturale, il diminuire delle figure che sono lontane et i ritratti particolarmente di quasi tutti gl’uomini che allora erano di quella scuola o vero Compagnia; et in ultimo vi è fatto, con molte belle considerazioni, quando si ripone la detta croce. Le quali tutte storie, dipinte nei sopra detti quadri di tela, arecarono a Gentile grandissimo nome. Ritiratosi poi affatto Iacopo da sé, e così ciascuno de’ figliuoli, attendeva ciascuno di loro agli studi dell’arte. Ma di Iacopo non farò altra menzione, perché non essendo state l’opere sue rispetto a quelle de’ figliuoli straordinarie et essendosi non molto dopo che da lui si ritirarono i figliuoli, morto, giudico esser molto meglio ragionare a lungo di Giovanni e Gentile solamente. Non tacerò già che se bene si ritirarono questi fratelli a vivere ciascuno da per sé, che nondimeno si ebbero in tanta reverenza l’un l’altro, et ambidue il padre, che sempre ciascuno di loro celebrando l’altro, si faceva inferiore di meriti; e così modestamente cercavano di sopravanzare l’un l’altro, non meno in bontà e cortesia, che nell’eccellenza dell’arte. Le prime opere di Giovanni furono alcuni ritratti di naturale che piacquero molto, e particolarmente quello del doge Loredano, se bene altri dicono essere stato Giovanni Mozzenigo, fratello di quel Piero che fu doge molto inanzi a esso Loredano. Fece dopo Giovanni una tavola nella chiesa di S. Giovanni, all’altare di S. Caterina da Siena, nella quale, che è assai grande, dipinse la Nostra Donna a sedere col Putto in collo, S. Domenico, S. Ieronimo, S. Caterina, S. Orsola e due altre vergini; et a’ piedi della Nostra Donna fece tre putti ritti, che cantano a un libro, bellissimo. Di sopra fece lo sfondato d’una volta in un casamento che è molto bello; la qual opera fu delle migliori che fusse stata fatta insino allora in Venezia. Nella chiesa di S. Iobbe dipinse il medesimo all’altar di esso Santo, una tavola con molto disegno e bellissimo colorito, nella quale fece in mezzo, a sedere un poco alta, la Nostra Donna col Putto in collo, e S. Iobbe e S. Bastiano nudi; et appresso S. Domenico, S. Francesco, S. Giovanni e S. Agostino, e da basso tre putti che suonano con molta grazia, e questa pittura fu non solo lodata allora che fu vista di nuovo, ma è stata similmente sempre dopo, come cosa bellissima. Da queste lodatissime opere mossi, alcuni gentiluomini cominciarono a ragionare che sarebbe ben fatto, con l’occasione di così rari maestri, fare un ornamento di storie nella sala del gran consiglio, nelle quali si dipignessero le onorate magnificenze della loro maravigliosa città, le grandezze, le cose fatte in guerra, l’imprese et altre cose somiglianti, degne di essere rappresentate in pittura alla memoria di coloro che venisseno; acciò che all’utile e piacere che si trae dalle storie che si leggono, si aggiugnesse trattenimento all’occhio et all’intelletto parimente, nel vedere da dottissima mano fatte l’imagini di tanti illustri signori, e l’opere egregie di tanti gentiluomini, dignissimi d’eterna fama e memoria. A Giovanni dunque e Gentile, che ogni giorno andavano acquistando maggiormente, fu ordinato da chi reggeva che si allogasse quest’opera, e commesso che quanto prima se le desse principio. Ma è da sapere che Antonio Viniziano, come si disse nella vita sua, molto innanzi aveva dato principio a dipignere la medesima sala, e vi aveva fatto una grande storia, quando dall’invidia d’alcuni maligni fu forzato a partirsi e non seguitare altramente quella onoratissima impresa. Ora Gentile, o per avere miglior modo e più pratica nel dipignere in tela che a fresco, o qualunche altra si fusse la cagione, adoperò di maniera che con facilità ottenne di fare quell’opera non in fresco, ma in tela. E così messovi mano, nella prima fece il papa che presenta al doge un cero, perché lo portasse nella solennità di processioni che s’avevano a fare. Nella quale opera ritrasse Gentile tutto il difuori di S. Marco et il detto papa fece ritto in pontificale con molti prelati dietro, e similmente il doge diritto, accompagnato da molti senatori. In un’altra parte fece prima quando l’imperatore Barbarossa riceve benignamente i legati viniziani, e di poi quando tutto sdegnato si prepara alla guerra, dove sono bellissime prospettive et infiniti ritratti di naturale, condotti con bonissima grazia et in gran numero di figure. Nell’altra che seguita, dipinse il papa che conforta il doge et i signori veneziani ad armare a comune spesa trenta galee, per andare a combattere con Federigo Barbarossa. Stassi questo papa in una sedia pontificale in roccetto et ha il doge accanto, e molti senatori abbasso. Et anco in questa parte ritrasse Gentile, ma in altra maniera, la piazza e la facciata di S. Marco, et il mare con tanta moltitudine d’uomini, che è proprio una maraviglia. Si vede poi in un’altra parte il medesimo papa ritto, et in pontificale dare la benedizione al doge che armato e con molti soldati dietro, pare che vada all’impresa. Dietro a esso doge si vede in lunga processione infiniti gentiluomini, e nella medesima parte tirato in prospettiva il palazzo e S. Marco; e questa è delle buone opere che si veggiano di mano di Gentile, se bene pare che in quell’altra, dove si rappresenta una battaglia navale, sia più invenzione, per esservi un numero infinito di galee che combattono et una quantità d’uomini incredibile, et insomma per vedervisi che mostrò di non intendere meno le guerre marittime, che le cose della pittura. E certo l’aver fatto Gentile in questa opera numero di galee nella battaglia intrigate, soldati che combattono, barche in prospettiva diminuite con ragione, bella ordinanza nel combatterete, il furore, la forza, la difesa, il ferire de’ soldati, diverse maniere di morire, il fendere dell’acqua che fanno le galee, la confusione dell’onde, e tutte le sorti d’armamenti marittimi; e certo dico non mostra l’aver fatto tanta diversità di cose, se non il grande animo di Gentile, l’artifizio, l’invenzione et il giudizio, essendo ciascuna cosa da per sé benissimo fatta, e parimente tutto il composto insieme. In un’altra storia fece il papa che riceve, accarezzandolo, il doge che torna con la desiderata vittoria, donandogli un anello d’oro per isposare il mare, sì come hanno fatto e fanno ancora ogn’anno i sucessori suoi, in segno del vero e perpetuo dominio che di esso hanno meritamente; et in questa parte Ottone, figliuolo di Federigo Barbarossa, ritratto di naturale in ginocchioni inanzi al papa, e come dietro al doge sono molti soldati armati, così dietro al papa sono molti cardinali e gentiluomini. Appariscono in questa storia solamente le poppe delle galee, e sopra la capitana è una vettoria finta d’oro a sedere, con una corona in testa et uno scettro in mano. Dell’altre parti della sala furono allogate le storie che vi andavano, a Giovanni fratello di Gentile, ma perché l’ordine delle cose che vi fece depende da quelle fatte in gran parte ma non finite dal Vivarino, è bisogno che di costui alquanto si ragioni. La parte dunque della sala che non fece Gentile fu data a far parte a Giovanni e parte al detto Vivarino, acciò che la concorrenza fusse cagione a tutti di meglio operare. Onde il Vivarino, messo mano alla parte che gli toccava, fece a canto all’ultima storia di Gentile, Ottone sopra detto, che si offerisce al papa et a’ viniziani d’andare a procurare la pace fra loro e Federigo suo padre, e che ottenutola si parte, licenziato in sulla fede. In questa prima parte, oltre all’altre cose, che tutte sono degne di considerazione, dipinse il Vivarino con bella prospettiva un tempio aperto con scalee e molti personaggi; e dinanzi al papa, che è in sedia circondato da molti senatori, è il detto Ottone in ginocchioni, che giurando obliga la sua fede. Acanto a questa fece Ottone arrivato dinanzi al padre che lo riceve lietamente, et una prospettiva di casamenti bellissima, Barbarossa in sedia et il figliuolo ginocchioni che gli tocca la mano, accompagnato da molti gentiluomini viniziani ritratti di naturale, tanto bene che si vede che egli imitava molto bene la natura. Averebbe il povero Vivarino con suo molto onore seguitato il rimanente della sua parte; ma essendosi, come piacque a Dio, per la fatica e per essere di mala complessione, morto, non andò più oltre. Anzi, perché neanco questo che aveva fatto aveva la sua perfezzione, bisognò che Giovan Bellini in alcuni luoghi lo ritoccasse. Aveva in tanto egli ancora dato principio a quattro istorie, che ordinatamente seguitano le sopra dette. Nella prima fece il detto papa in S. Marco, ritraendo la detta chiesa come stava apunto, il quale porge a Federigo Barbarossa a basciare il piede. Ma quale si fusse la cagione, questa prima storia di Giovanni fu ridotta molto più vivace e senza comparazione migliore, dall’eccellentissimo Tiziano. Ma seguitando Giovanni le sue storie, fece nell’altra il papa che dice messa in S. Marco, e che poi in mezzo del detto imperatore e del doge concede plenaria e perpetua indulgenzia a chi visita in certi tempi la detta chiesa di S. Marco, e particolarmente per l’Ascensione del Signore. Vi ritrasse il didentro di detta chiesa et il detto papa in sulle scalee, che escono di coro, in pontificale e circondato da molti cardinali e gentiluomini; i quali tutti fanno questa una copiosa, ricca e bella storia. Nell’altra, che è disotto a questa, si vede il papa in roccetto, che al doge dona un’ombrella dopo averne data un’altra all’imperatore e serbatone due per sé. Nell’ultima che vi dipinse Giovanni, si vede papa Alessandro, l’imperatore et il doge giugnere a Roma, dove fuor della porta gli è presentato dal clero e dal popolo romano otto stendardi di varii colori et otto trombe d’argento, le quali egli dona al doge; acciò l’abbia per insegna egli et i sucessori suoi. Qui ritrasse Giovanni Roma in prospettiva alquanto lontana, gran numero di cavalli, infiniti pedoni, molte bandiere et altri segni d’allegrezza sopra Castel Sant’Agnolo. E perché piacquero infinitamente queste opere di Giovanni, che sono veramente bellissime, si dava a punto ordine di fargli fare tutto il restante di quella sala, quando si morì, essendo già vecchio. Ma perché insin qui non si è d’altro che della sala ragionato, per non interrompere le storie di quella, ora tornando alquanto a dietro, diciamo che di mano del medesimo si veggiono molte opere; ciò sono una tavola, che è oggi in Pesero in S. Domenico all’altar maggiore; nella chiesa di S. Zacheria di Vinezia, alla cappella di S. Girolamo, è in una tavola una Nostra Donna con molti Santi, condotta con gran diligenza, et un casamento fatto con molto giudizio; e nella medesima città, nella sagrestia de’ frati minori, detta la Ca’ grande, n’è un’altra di mano del medesimo fatta con bel disegno e buona maniera. Una similmente n’è in S. Michele di Murano, monasterio de’ monaci camaldolensi; et in S. Francesco della Vigna, dove stanno frati del Zoccolo, nella chiesa vecchia, era in un quadro un Cristo morto, tanto bello che que’ signori, essendo quello molto celebrato a Lodovico Undecimo re di Francia, furono quasi forzati, domandandolo egli con istanza, se ben mal volentieri, a compiacernelo. In luogo del quale ne fu messo un altro col nome del medesimo Giovanni, ma non così bello, né così ben condotto come il primo. E credono alcuni che questo ultimo per lo più fusse lavorato da Girolamo Mocetto, creato di Giovanni. Nella Confraternita parimente di S. Girolamo è un’opera del medesimo Bellino di figure piccole, molto lodate, et in casa Messer Giorgio Cornaro è un quadro similmente bellissimo, dentrovi Cristo, Cleofas e Luca. Nella sopra detta sala dipinse ancora, ma non già in quel tempo medesimo, una storia, quando i viniziani cavano del monasterio della Carità non so che papa, il quale, fuggitosi in Vinegia, aveva nascosamente servito per cuoco molto tempo ai monaci di quel monasterio; nella quale storia sono molte figure ritratte di naturale et altre figure bellissime. Non molto dopo, essendo in Turchia portati da un ambasciadore alcuni ritratti al Gran Turco, recarono tanto stupore e maraviglia a quello imperatore che, se bene sono fra loro per la legge maumettana proibite le pitture, l’accettò nondimeno di bonissima voglia, lodando senza fine il magisterio e l’artefice; e, che è più, chiese che gli fusse il maestro di quello mandato, onde considerando il senato che per essere Giovanni in età che male poteva sopportare disagi, senza che non volevano privare di tant’uomo la loro città, avendo egli massimamente allora le mani nella già detta sala del gran consiglio, si risolverono di mandarvi Gentile suo fratello, considerato che farebbe il medesimo che Giovanni. Fatto dunque mettere a ordine Gentile, sopra le loro galee lo condussono a salvamento in Gostantinopoli, dove essendo presentato dal balio della Signoria a Maumetto, fu veduto volentieri e come cosa nuova molto accarezzato; e massimamente avendo egli presentato a quel prencipe una vaghissima pittura che fu da lui ammirata, il quale quasi non poteva credere che un uomo mortale avesse in sé tanta quasi divinità che potesse esprimere sì vivamente le cose della natura. Non vi dimorò molto Gentile che ritrasse esso imperator Maumetto di naturale tanto bene, che era tenuto un miracolo. Il quale imperatore, dopo aver veduto molte sperienze di quell’arte, dimandò Gentile se gli dava il cuor di dipignere se medesimo; et avendo Gentile risposto che sì, non passò molti giorni che si ritrasse a una spera tanto proprio che pareva vivo; e portatolo al signore, fu tanta la maraviglia che di ciò si fece, che non poteva se non imaginarsi che egli avesse qualche divino spirito addosso. E se non fusse stato che, come si è detto, è per legge vietato fra’ turchi quell’esercizio, non averebbe quello imperator mai licenziato Gentile. Ma, o per dubbio che non si mormorasse, o per altro, fattolo venir un giorno a sé, lo fece primieramente ringraziar delle cortesie usate et appresso lo lodò maravigliosamente per uomo eccellentissimo, poi dettogli che domandasse che grazia volesse, che gli sarebbe senza fallo conceduta, Gentile, come modesto e da bene, niente altro chiese, salvo che una lettera di favore, per la quale lo raccomandasse al serenissimo senato et illustrissima signoria di Vinezia sua patria. Il che fu fatto quanto più caldamente si potesse, e poi con onorati doni e dignità di cavaliere, fu licenziato. E fra l’altre cose che in quella partita gli diede quel signore, oltre a molti privilegii, gli fu posta al collo una catena lavorata alla turchesca, di peso di scudi dugentocinquanta d’oro, la quale ancora si truova appresso agli eredi suoi, in Vinezia. Partito Gentile di Gostantinopoli, con felicissimo viaggio tornò a Vinezia, dove fu da Giovanni suo fratello e quasi da tutta quella città, con letizia ricevuto, rallegrandosi ognuno degl’onori che alla sua virtù aveva fatto Maumetto. Andando poi a fare reverenza al doge et alla Signoria, fu veduto molto volentieri e commendato, per aver egli, secondo il disiderio loro, molto sodisfatto a quell’imperatore. E perché vedesse quanto conto tenevano delle lettere di quel prencipe che l’aveva raccomandato, gl’ordinarono una provisione di dugento scudi l’anno, che gli fu pagata tutto il tempo di sua vita. Fece Gentile dopo il suo ritorno poche opere; finalmente, essendo già vicino all’età d’ottant’anni, dopo aver fatte queste e molte altre opere, passò all’altra vita, e da Giovanni suo fratello gli fu dato onorato sepolcro in S. Giovanni e Paulo, l’anno MDI. Rimaso Giovanni vedovo di Gentile, il quale aveva sempre amato tenerissimamente, andò, ancor che fusse vecchio, lavorando qualche cosa, e passandosi tempo. E perché si era dato a far ritratti di naturale, introdusse usanza in quella città, che chi era in qualche grado si faceva o da lui o da altri ritrarre, onde in tutte le case di Vinezia sono molti ritratti et in molte de’ gentiluomini si veggiono gl’avi e’ padri loro insino in quarta generazione, et in alcune più nobili molte più oltre; usanza certo che è stata sempre lodevolissima eziandio appresso gl’antichi. E chi non sente infinito piacere e contento, oltre l’orrevolezza et ornamento che fanno, in vedere l’imagini de’ suoi maggiori? E massimamente se per i governi delle republiche, per opere egregi fatte in guerra et in pace, se per lettere o per altra notabile e segnalata virtù, sono stati chiari et illustri? Et a che altro fine, come si è detto in altro luogo, ponevano gl’antichi le imagini degl’uomini grandi ne’ luoghi publici, con onorate inscrizzioni, che per accendere gl’animi di coloro che venivano alla virtù et alla gloria? Giovanni dunque ritrasse a Messer Pietro Bembo prima che andasse a star con papa Leone Decimo, una sua inamorata, così vivamente che meritò esser da lui, sì come fu Simon Sanese dal primo Petrarca fiorentino, da questo secondo viniziano, celebrato nelle sue rime, come in quel sonetto:

O imagine mia celeste e pura,

dove nel principio del secondo quadernario dice:

Credo che ’l mio Bellin con la figura,

e quello che seguita; e che maggior premio possono gl’artefici nostri disiderare delle lor fatiche, che essere dalle penne de’ poeti illustri celebrati? Sì com’è anco stato l’eccellentissimo Tiziano dal dottissimo Messer Giovanni della Casa, in quel sonetto che comincia:

Ben veggio, Tiziano, in forme nuove,

et in quell’altro

Son queste, Amor, le vaghe treccie bionde.

Non fu il medesimo Bellino dal famosissimo Ariosto nel principio del XXXIII canto d’Orlando Furioso, fra i migliori pittori della sua età annoverato? Ma per tornare all’opere di Giovanni, cioè alle principali, perché troppo sarei lungo s’io volessi far menzione de’ quadri e de’ ritratti che sono per le case de’ gentiluomini di Vinezia et in altri luoghi di quello stato, dico che fece in Arimino al signor Sigismondo Malatesti, in un quadro grande, una Pietà con due puttini che la reggono, la quale è oggi in S. Francesco di quella città; fece anco fra gl’altri il ritratto di Bartolomeo da Liviano capitano de’ viniziani. Ebbe Giovanni molti discepoli, perché a tutti con amorevolezza insegnava, fra i quali fu già, sessanta anni sono, Iacopo da Montagna, che imitò molto la sua maniera, per quanto mostrano l’opere sue che si veggiono in Padova et in Vinezia. Ma più di tutti l’imitò e gli fece onore Rondinello da Ravenna, del quale si servì molto Giovanni in tutte le sue opere. Costui fece in S. Domenico di Ravenna una tavola, e nel Duomo un’altra che è tenuta molto bella di quella maniera. Ma quella che passò tutte l’altre opere sue, fu quella che fece nella chiesa di S. Giovanni Battista nella medesima città, dove stanno frati carmelitani, nella quale oltre la Nostra Donna, fece nella figura d’un S. Alberto, loro frate, una testa bellissima e tutta la figura lodata molto. Stette con esso lui ancora, se ben non fece molto frutto, Benedetto Coda da Ferrara, che abitò in Arimini dove fece molte pitture; lasciando dopo sé Bartolomeo suo figliuolo che fece il medesimo. Dicesi che anco Giorgione da Castel Franco attese all’arte con Giovanni ne’ suoi primi principii; e così molti altri e del Trevisano e Lombardi, de’ quali non accade far memoria. Finalmente Giovanni essendo pervenuto all’età di novanta anni, passò di male di vecchiaia di questa vita, lasciando per l’opere fatte in Vinezia sua patria e fuori, eterna memoria del nome suo. E nella medesima chiesa e nello stesso deposito fu egli onoratamente sepolto dove egli aveva Gentile suo fratello collocato. Né mancò in Vinezia chi con sonetti et epigrammi cercasse di onorare lui morto, sì come aveva egli vivendo, sé e la sua patria onorato. Ne’ medesimi tempi che questi Bellini vissono, o poco inanzi, dipinse molte cose in Vinezia Giacomo Marzone, il quale fra l’altre fece in S. Lena alla cappella dell’Assunzione, la Vergine con una palma, S. Benedetto, S. Lena e S. Giovanni, ma colla maniera vecchia e con le figure in punta di piedi, come usavano i pittori che furo al tempo di Bartolomeo da Bergamo, etc.