Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Ercole Ferrarese

Ercole Ferrarese

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzo Costa Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Lorenzo Costa Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini

VITA DI ERCOLE FERRARESE PITTORE

Se bene molto inanzi che Lorenzo Costa morisse, Ercole Ferrarese suo discepolo era in bonissimo credito, e fu chiamato in molti luoghi a lavorare, non però (il che di rado suole avvenire) volle abandonar mai il suo maestro; e più tosto si contentò di star con esso lui con mediocre guadagno e lode, che da per sé con utile o credito maggiore. La quale gratitudine, quanto meno oggi negl’uomini si ritruova, tanto più merita d’esser perciò Ercole lodato; il quale conoscendosi obligato a Lorenzo pospose ogni suo commodo al volere di lui, e gli fu come fratello e figliuolo insino all’estremo della vita. Costui dunque, avendo miglior disegno che il Costa, dipinse sotto la tavola da lui fatta in San Petronio, nella cappella di San Vincenzio, alcune storie di figure piccole a tempera, tanto bene e con sì bella e buona maniera, che non è quasi possibile veder meglio, né imaginarsi la fatica e diligenza che Ercole vi pose; là dove è molto miglior opera la predella che la tavola, le quali amendue furono fatte in un medesimo tempo, vivente il Costa. Dopo la morte del quale fu messo Ercole da Domenico Garganelli a finire la cappella in San Petronio, che, come si disse di sopra, aveva Lorenzo cominciato e fattone picciola parte. Ercole dunque, al quale dava per ciò il detto Domenico quattro ducati il mese, e le spese a lui et a un garzone, e tutti i colori che nell’opera avevano a porsi, messosi a lavorar, finì quell’opera per sì fatta maniera che passò il maestro suo di gran lunga, così nel disegno e colorito come nella invenzione. Nella prima parte, o vero faccia, è la crucifissione di Cristo fatta con molto giudizio, perciò che oltre il Cristo che vi si vede già morto, vi è benissimo espresso il tumulto de’ Giudei venuti a vedere il Messia in croce; e tra essi è una diversità di teste maravigliosa, nel che si vede che Ercole con grandissimo studio cercò di farle tanto differenti l’una dall’altra, che non si somigliassino in cosa alcuna; sonovi anche alcune figure che scoppiando di dolore nel pianto, assai chiaramente dimostrano quanto egli cercasse di imitare il vero; evvi lo svenimento della Madonna ch’è pietosissimo, ma molto più sono le Marie verso di lei, perché si veggiono tutte compassionevoli, e nell’aspetto tanto piene di dolore quanto appena è possibile imaginarsi nel vedersi morte inanzi le più care cose che altri abbia, e stare in perdita delle seconde. Tra l’altre cose notabili ancora che vi sono, vi è un Longino a cavallo sopra una bestia secca in iscorto, che ha rilievo grandissimo, et in lui si conosce la impietà nell’avere aperto il costato di Cristo, e la penitenza e conversione nel trovarsi ralluminato. Similmente in strana attitudine figurò alcuni soldati che si giuocano la veste di Cristo, con modi bizzarri di volti et abbigliamenti di vestiti. Sono anco ben fatti e con belle invenzioni, i ladroni che sono in croce; e perché si dilettò Ercole assai di fare scorti, i quali quando sono bene intesi sono bellissimi, egli fece in quell’opera un soldato a cavallo che levate le gambe dinanzi in alto, viene in fuori di maniera che pare di rilievo; e perché il vento fa piegare una bandiera che egli tiene in mano, per sostenerla fa una forza bellissima. Fecevi anco un S. Giovanni che rinvolto in un lenzuolo si fugge. I soldati parimente, che sono in questa opera, sono benissimo fatti e con le più naturali e proprie movenze, che altre figure che insino allora fussono state vedute, le quali tutte attitudini e forze che quasi non si possono far meglio, mostrano che Ercole aveva grandissima intelligenza e si affaticava nelle cose dell’arte. Fece il medesimo, nella facciata che è dirimpetto a questa, il transito di Nostra Donna, la quale è dagl’apostoli circondata con attitudini bellissime, e fra essi sono sei persone ritratte di naturale tanto bene, che quegli che le conobbero affermano che elle sono vivissime. Ritrasse anco nella medesima opera se medesimo e Domenico Garganelli padrone della cappella, il quale per l’amore che portò a Ercole e per le lodi che sentì dare a quell’opera, finita ch’ella fu, gli donò mille lire di bolognini. Dicono che Ercole mise nel lavoro di questa opera dodici anni: sette per condurla a fresco e cinque in ritoccarla a secco. Ben è vero che in quel mentre fece alcune altre cose e particolarmente, che si sa, la predella dell’altar maggiore di San Giovanni in Monte, nella quale fece tre storie della Passion di Cristo. E perché Ercole fu di natura fantastico, e massimamente quando lavorava, avendo per costume che né pittori né altri lo vedessino, fu molto odiato in Bologna dai pittori di quella città, i quali per invidia hanno sempre portato odio ai forestieri che vi sono stati condotti a lavorare; et il medesimo fanno anco alcuna volta fra loro stessi, nelle concorrenze; benché questo è quasi particolar vizio de’ professori di queste nostre arti in tutti i luoghi. S’accordarono dunque una volta alcuni pittori bolognesi con un legnaiuolo, e per mezzo suo si rinchiusero in chiesa vicino alla cappella che Ercole lavorava; e la notte seguente, entrati in quella per forza, non pure non si contentarono di veder l’opera, il che doveva bastar loro, ma gli rubarono tutti i cartoni, gli schizzi, i disegni et ogni altra cosa che vi era di buono. Per la qual cosa si sdegnò in maniera Ercole, che finita l’opera si partì di Bologna senza punto dimorarvi; e seco ne menò il duca Tagliapietra, scultore molto nominato, il quale in detta opera che Ercole dipinse intagliò di marmo que’ bellissimi fogliami che sono nel parapetto, dinanzi a essa cappella, et il quale fece poi in Ferrara tutte le finestre di pietra del palazzo del Duca, che sono bellissime. Ercole dunque, infastidito finalmente dallo star fuori di casa, se ne stette poi sempre in Ferrara in compagnia di colui e fece in quella città molte opere. Piaceva a Ercole il vino straordinariamente, perché spesso inebriandosi fu cagione di accortarsi la vita, la quale avendo condotta senza alcun male insino agl’anni quaranta, gli cadde un giorno la gocciola, di maniera che in poco tempo gli tolse la vita. Lasciò Guido bolognese pittore, suo creato, il quale l’anno 1491, come si vede dove pose il nome suo sotto il portico di S. Piero a Bologna, fece a fresco un Crucifisso, con le Marie, i ladroni, i cavalli et altre figure ragionevoli. E perché egli disiderava sommamente di venire stimato in quella città come era stato il suo maestro, studiò tanto e si sottomise a tanti disagi, che si morì di trentacinque anni. E se si fusse messo Guido a imparare l’arte da fanciullezza, come vi si mise d’anni diciotto, arebbe non pur pareggiato il suo maestro senza fatica, ma passatolo ancora di gran lunga. E nel nostro libro sono disegni di mano di Ercole e di Guido, molto ben fatti e tirati con grazia e buona maniera, etc.

FINE DELLA VITA D’ERCOLE DA FERRARA, PITTORE