Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Alesso Baldovinetti

Alesso Baldovinetti

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonello da Messina Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Vellano da Padova IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Antonello da Messina Vellano da Padova

VITA DI ALESSO BALDOVINETTI PITTORE FIORENTINO

Ha tanta forza la nobiltà dell’arte della pittura, che molti nobili uomini si sono partiti dall’arti nelle quali sarebbero potuti ricchissimi divenire, e dalla inclinazione tirati, contra il volere de’ padri hanno seguito l’appetito loro naturale e datisi alla pittura o alla scultura o altro somigliante esercizio. E per vero dire, che stimando le ricchezze quanto si deve e non più, ha per fine delle sue azzioni la virtù, si acquista altri tesori che l’argento e l’oro non sono, senzaché non temono mai niuna di quelle cose che in breve ora ne spogliano di queste ricchezze terrene, che più del dover scioccamente sono dagli uomini stimate. Ciò conoscendo, Alesso Baldovinetti da propria volontà tirato, abbandonò la mercanzia a che sempre avevano atteso i suoi, e nella quale esercitandosi onorevolmente si avevano acquistato ricchezze e vivuti da nobili cittadini, e si diede alla pittura, nella quale ebbe questa proprietà di benissimo contrafare le cose della natura, come si può vedere nelle pitture di sua mano. Costui, essendo ancora fanciulletto, quasi contra la volontà del padre che arebbe voluto che egli avesse atteso alla mercatura si diede a disegnare, et in poco tempo vi fece tanto profitto che il padre si contentò di lasciarlo seguire la inclinazione della natura. La prima opera che lavorasse a fresco Alesso fu in S. Maria Nuova la cappella di San Gilio, cioè la facciata dinanzi, la quale fu in quel tempo molto lodata, perché fra l’altre cose vi era un Santo Egidio, tenuto bellissima figura. Fece similmente a tempera la tavola maggiore e la cappella a fresco di Santa Trinita, per Messer Gherardo e Messer Bongianni Gianfigliazzi onoratissimi e ricchi gentiluomini fiorentini, dipignendo in quella alcune storie del Testamento Vecchio, le quali Alesso abozzò a fresco e poi finì a secco, temperando i colori con rosso d’uovo mescolato con vernice liquida fatta a fuoco. La qual tempera pensò che dovesse le pitture diffendere dall’acqua; ma ella fu di maniera forte che, dove ella fu data troppo gagliarda, si è in molti luoghi l’opera scrostata; e così dove egli si pensò aver trovato un raro e bellissimo segreto, rimase della sua openione ingannato. Ritrasse costui assai di naturale, e dove nella detta cappella fece la storia della reina Sabba, che va a udire la sapienza di Salamone, ritrasse il Magnifico Lorenzo de’ Medici, che fu padre di papa Leone Decimo, Lorenzo della Volpaia eccellentissimo maestro d’oriuoli e ottimo astrologo, il quale fu quello che fece per il detto Lorenzo de’ Medici il bellissimo oriuolo che ha oggi il signor duca Cosimo in palazzo; nel quale oriuolo tutte le ruote de’ pianeti caminano di continuo, il che è cosa rara e la prima che fusse mai fatta di questa maniera. Nell’altra storia, che è dirimpetto a questa, ritrasse Alesso Luigi Guicciardini il vecchio, Luca Pitti, Diotisalvi Neroni, Giuliano de’ Medici, padre di papa Clemente Settimo et a canto al pilastro di pietra, Gherardo Gianfigliazzi vecchio e Messer Bongianni cavaliere, con una vesta azzurra in dosso et una collana al collo, e Iacopo e Giovanni della medesima famiglia. A canto a questi è Filippo Strozzi vecchio, Messer Paulo astrologo dal Pozzo Toscanelli. Nella volta sono quattro patriarchi e nella tavola una Trinità e S. Giovanni Gualberto inginocchioni con un altro Santo. I quali tutti ritratti si riconoscono benissimo, per essere simili a quelli che si veggiono in altre opere, e particolarmente nelle case dei discendenti loro, o di gesso o di pittura. Mise in questa opera Alesso molto tempo, perché era pazientissimo e voleva condurre l’opere con suo agio e commodo. Disegnò molto bene, come nel nostro libro si vede un mulo ritratto di naturale, dov’è fatto il girare de’ peli per tutta la persona, con molta pazienza e con bella grazia. Fu Alesso diligentissimo nelle cose sue, e di tutte le minuzie che la madre natura sa fare, si sforzò d’essere imitatore. Ebbe la maniera alquanto secca e crudetta, massimamente ne’ panni. Dilettossi molto di far paesi, ritraendoli dal vivo e naturale, come stanno a punto. Onde si veggiono nelle sue pitture fiumi, ponti, sassi, erbe, frutti, vie, campi, città, castella, arena et altre infinite simili cose. Fece nella Nunziata di Firenze, nel cortile dietro a punto al muro dove è dipinta la stessa Nunziata, una storia a fresco, e ritocca a secco, nel quale è una Natività di Cristo, fatta con tanta fatica e diligenza, che in una capanna che vi è, si potrebbono annoverar le fila et i nodi della paglia. Vi contrafece ancora in una rovina d’una casa, le pietre muffate, e dalla pioggia e dal ghiaccio logore e consumate; con una radice d’ellera grossa, si ricuopre una parte di quel muro, nella quale è da considerare che con lunga pazienza fece d’un color verde il ritto delle foglie e d’un altro il rovescio, come fa la natura né più né meno, e oltra ai pastori vi fece una serpe, o vero biscia, che camina su per un muro, naturalissima. Dicesi che Alesso s’affaticò molto per trovare il vero modo del musaico, e che non gl’essendo mai riuscito cosa che volesse, gli capitò finalmente alle mani un tedesco che andava a Roma alle perdonanze, e che alloggiandolo imparò da lui interamente il modo e la regola di condurlo. Di maniera che essendosi messo poi arditamente a lavorare in San Giovanni, sopra le porte di bronzo, fece dalla banda di dentro negl’archi alcuni Angeli che tengono la testa di Cristo. Per la quale opera, conosciuto il suo buon modo di fare, gli fu ordinato dai consoli dell’Arte de’ Mercatanti che rinettasse e pulisse tutta la volta di quel tempio, stata lavorata, come si disse, da Andrea Tafi, perché essendo in molti luoghi guasta, aveva bisogno d’esser rassettata e racconcia. Il che fece Alesso con amore e diligenza, servendosi in ciò d’un edifizio di legname, che gli fece il Cecca, il quale fu il migliore architetto di quell’età. Insegnò Alesso il magisterio de’ musaici a Domenico Ghirlandaio, il quale a canto sé poi lo ritrasse nella cappella de’ Tornabuoni in Santa Maria Novella, nella storia dove Giovacchino è cacciato del tempio, nella figura d’un vecchio raso con un cappuccio rosso in testa. Visse Alesso anni ottanta. E quando cominciò ad avicinarsi alla vecchiezza, come quello che voleva poter con animo quieto attender agli studi della sua professione, sì come fanno spesso molti uomini, si commise nello spedale di S. Paulo. Et a cagione forse d’esservi ricevuto più volentieri e meglio trattato (potette anco essere a caso), fece portare nelle sue stanze del detto spedale un gran cassone, sembiante facendo che dentro vi fusse buona somma di danari, perché così credendo che fusse, lo spedalingo e gl’altri ministri, i quali sapevano che egli aveva fatto allo spedale donazione di qualunque cosa si trovasse alla morte sua, gli facevano le maggior carezze del mondo. Ma venuto a morte Alesso, vi si trovò dentro solamente disegni, ritratti in carta et un libretto che insegnava a far le pietre del musaico, lo stucco, et il modo di lavorare. Né fu gran fatto, secondo che si disse, che non si trovassero danari, perché fu tanto cortese che niuna cosa aveva, che così non fusse degl’amici come sua. Fu suo discepolo il Graffione fiorentino, che sopra la porta degl’Innocenti fece a fresco il Dio Padre, con quegli Angeli che vi sono ancora. Dicono che il Magnifico Lorenzo de’ Medici ragionando un dì col Graffione che era un stravagante cervello, gli disse: "Io voglio far fare di musaico e di stucchi tutti gli spigoli della cupola di dentro". E che il Graffione rispose: "Voi non ci avete maestri". A che replicò Lorenzo: "Noi abbiam tanti danari, che ne faremo!". Il Graffione subitamente soggiunse: "Eh, Lorenzo, i danari non fanno maestri, ma i maestri fanno i danari". Fu costui bizzarra e fantastica persona. Non mangiò mai in casa sua a tavola che fusse apparecchiata d’altro che di suoi cartoni, e non dormì in altro letto che in un cassone pien di paglia, senza lenzuola. Ma tornando ad Alesso, egli finì l’arte e la vita nel 1448, e fu dai suoi parenti e cittadini sotterrato onorevolmente.

IL FINE DELLA VITA DI ALESSO BALDOVINETTI PITTORE FIORENTINO