Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXXV

Canzone XXXIV Sonetto CLXXIII

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CANZONE XXXV.


BEn mi credea passar mio tempo omai,
Come passato avea quest’anni addietro,
Senz’altro studio, e senza novi ingegni:
Or; poi che da Madonna i’ non impetro
5L’usata aita; a che condutto m’hai,
Tu ’l vedi, Amor; che tal' arte m’insegni.
Non so, s’i’ me ne sdegni;


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Ch’ in questa età mi fa divenir ladro
Del bel lume leggiadro
10Senza ’l qual non vivrei in tanti affanni:
Così avess’io i prim'anni
Preso lo stil ch’or prender mi bisogna;
Che 'n giovenil fallire è men vergogna.
Gli occhi soavi ond’io soglio aver vita,
15Delle divine lor' alte bellezze
Furmi in sul cominciar tanto cortesi;
Che ’n guisa d’uom cui non proprie ricchezze,
Ma celato di for soccorso aita,
Vissimi: che nè lor, nè altri offesi.
20Or; bench’a me ne pesi;
Divento ingiurioso, e importuno:
Che ’l poverel digiuno
Vien' ad atto talor ch'in miglior stato
Avria in altrui biasmato.
25Se le man di pietà invidia m’ha chiuse;
Fame amorosa, e ’l non poter mi scuse.
Ch’io ho cercate già vie più di mille,
Per provar senza lor, se mortal cosa
Mi potesse tener in vita un giorno:
30L’anima, poi ch’altrove non ha posa,
Corre pur' all’angeliche faville;
Ed io, che son di cera, al foco torno;
E pongo mente intorno
Ove si fa men guardia a quel ch’i’ bramo;
35E come augello in ramo,
Ove men teme, ivi più tosto è colto;
Così dal suo bel volto
L’involo or'uno, ed or un'altro sguardo;
E di ciò inseme mi nutrico, ed ardo.
40Di mia morte mi pasco, e vivo in fiamme;
Stranio cibo, e mirabil salamandra!
Ma miracol non è, da tal si vole.
Felice agnello alla penosa mandra

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Mi giacqui un tempo: or'all’estremo famme
45A Fortuna, ed Amor pur come sole.
Così rose, e viole
Ha primavera, e ’l verno ha neve, e ghiaccio:
Però s’i’ mi procaccio
Quinci, e quindi alimenti al viver curto,
50Se vol dir che sia furto;
Sì ricca donna deve esser contenta
S’altri vive del suo, ch’ella nol senta.
Chi nol sa, di chi vivo, e vissi sempre
Dal dì che prima que’ begli occhi vidi
55Che mi fecer cangiar vita, e costume?
Per cercar terra, e mar da tutti lidi,
Chi può saver tutte l’umane tempre?
L'un vive, ecco, d'odor, là sul gran fiume;
Io qui di foco, e lume
60Queto i frali, e famelici miei spirti.
Amor' (et vo’ ben dirti)
Disconviensi a signor l’esser sì parco.
Tu hai gli strali, e l’arco:
Fa di tua man, non pur bramando, i' mora:
65Ch’un bel morir tutta la vita onora.
Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce,
In alcun modo più non può celarsi:
Amor', i’’l so; che ’l provo alle tue mani.
Vedesti ben, quando sì tacito arsi:
70Or de’ miei gridi a me medesmo incresce,
Che vo nojando e prossimi, e lontani.
O mondo, o pensier vani!
O mia forte ventura a che m’adduce!
O di che vaga luce
75Al cor mi nacque la tenace speme
Onde l’annoda, e preme
Quella che con tua forza al fin mi mena!
La colpa è vostra; e mio ’l danno, e la pena.
Così di ben amar porto tormento;


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80E del peccato altrui cheggio perdono,
Anzi del mio: che devea torcer li occhi
Dal troppo lume, e di Sirene al suono
Chiuder li orecchi: ed ancor non me ’n pento,
Che di dolce veleno il cor trabocchi.
85Aspett’io pur, che scocchi
L’ultimo colpo chi mi diede il primo:
E fia; s’i’ dritto estimo;
Un modo di pietate occider tosto,
Non essend'ei disposto
90A far altro di me che quel che soglia:
Che ben mor chi morendo esce di doglia.
Canzon mia, fermo in campo
Starò, ch’egli è disnor morir fuggendo.
E me stesso riprendo
95Di tai lamenti; sì dolce è mia sorte,
Pianto, sospiri, e morte.
Servo d’Amor che queste rime leggi,
Ben non ha’l mondo, che ’l mio mal pareggi.