Le rime di M. Francesco Petrarca/Canzone XXI

Sonetto LIX Sonetto LX

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CANZONE XXI.


CHi è fermato di menar sua vita
     Su per l’onde fallaci, e per gli scogli,
     Scevro da morte con un picciol legno;
     Non può molto lontan' esser dal fine:
     5Però sarebbe da ritrarsi in porto,
     Mentre al governo ancor crede la vela.
L’aura soave a cui governo, e vela
     Commisi entrando a l’amorosa vita,
     E sperando venire a miglior porto;
     10Poi mi condusse in più di mille scogli:
     E le cagion del mio doglioso fine
     Non pur d’intorno avea, ma dentro al legno.
Chiuso gran tempo in questo cieco legno,
     Errai, senza levar occhio alla vela,
     15Ch’anzi al mio dì mi trasportava al fine:
     Poi piacque a lui che mi produsse in vita,
     Chiamarmi tanto indietro dalli scogli,
     Ch’almen da lunge m’apparisse il porto.
Come lume di notte in alcun porto
     20Vide mai d’alto mar nave, nè legno,
     Se non gliel tolse o tempestate, o scogli;
     Così di su dalla gomfiata vela
     Vid’io le ’nsegne di quell’altra vita:
     Ed allor sospirai verso ’l mio fine.
25Non perch’io sia securo ancor del fine:
     Che volendo col giorno esser a porto,
     È gran viaggio in così poca vita:
     Poi temo, che mi veggio in fragil legno;
     E più che non vorrei, piena la vela
     30Del vento che mi pinse in questi scogli.
S’io esca vivo de’ dubbiosi scogli,
     Ed arrive il mio esilio ad un bel fine;
     Ch’i’ sarei vago di voltar la vela,


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     E l’ancore gittar in qualche porto;
     35Se non ch’i’ ardo come acceso legno;
     Sì m’è duro a lassar l’usata vita.
Signor della mia fine, e della vita,
     Prima ch’i’ fiacchi il legno tra gli scogli,
     Drizza a buon porto l’affannata vela.