Le favole di Esofago da Cetego/XII

Favola XII.
L'ORTICA, ED UN SASSO.

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XI XIII


L’Ortica è un insetto quidditativo, che si è salvata dal diluvio con la scusa d’essere occupata a suonar l’organo nell’insigne Cattedrale di Trabisonda. La sua pianta viene descritta mirabilmente dal Cieco d’Adria nel trattato delle meteore; e nella Dalmazia è chiamata l’erba de’ ciechi, perchè si discerne dall’altra senza occhiali, e si conosce al semplice toccarla, e fa divenire il tatto fino anche alle mani rustiche, e rugginose. Fa il suo nido, come quello delle Grue, e nasce sempre con la carta vergine. Dicono i Giuristi, che presa avanti il rogito, interrompe la prescrizione: e i Medici vogliono, che sia solutiva, obbligatoria, restringente ed ampliativa, e buona per il mal caspio, e serve per tutte e tre le denunzie. Una delle suddette eroine nacque un dì fra gli altri nelle cementa del rovinato antico circo d’Agamennone in vicinanza di un Sasso, che si vantava di non essere già degli infimi di quel rinomato edifizio. Questo pietral campione stava osservando la cresciuta di quell’ispida pianta, e quando la vide giunta all’età di robustezza, se ne invaghì moltamente, e cominciando a confabular con essa, le diceva: siate salva dal tuono, Ortica mia vezzosissima: voi siete la prima bellezza degli orti Esperidi, l’ unico sostegno dell’immunità degli Arcadi, la chiave della porta di Tebe , la corona del capo di Nabucco, la gloria di Tantalo, e la sanità dell’Eunuco. Io invidio la vostra qualità crescitiva, amo la vostra cute spinosa, e bramo di far con voi amicizia non scandalosa. L’Ortica s’insuperbì a queste espressive insinuazioni; e siccome il suo naturale è aspro, e graffignoso, rispose al Sasso con quattro parole molto pungenti, e disdegnose, che lo misero fuor di combatto. Il Sasso, che suol essere costante, e fermo ne’ suoi spropositi, non volle desistere dall’impresa: bensì stimò d’impiegare nell’avanzamento delle sdrucciole sue pretensioni le persone più accreditate di quella disabitata foresta. Epperò all’indomane comparve il primo Messo giurato con tre matrone della Puglia, che avevano seguito l’armata Turca nelle guerre del Bosforo, e sotto pretesto di cercare un tesoro nascosto fra le rovine di quel sassoso Promontorio, s’accostarono all’Ortica, e le dissero, qualmente essa colla sua umile petulanza, ed il Sasso colla sua ignoranza avrebbero fatto buona alleanza. L’Ortica, che era già cresciuta due palmi, guardò questa gente d’alto in basso, e con varie satire acutissime se ne sbrigò, e disgustolli a mal segno. Quindi piangeva il Sasso nel mirare di quella pianta la virtù crescente, il corpo snello, verdi le membra, e l’abito mordente: e poi mirando se stesso esser immobil salma, sempre giovane, sempre vecchio, senza fronda, senza frutto, si disfaceva tutto. Fra questi guai il tempo andava innanzi, ed eran già passate tre età dell’anno, cosicchè l’inverno aveva già soscritto la comminazione decretale. Ed ecco che l’Ortica cominciò a impallidire: posò la fronda, secca divenne, in tre dì cadde, e fu estinta. A questo caso il pietroso amante restò attonito, e quasi pazzo, e da qui deriva quel proverbio grosso di stupido restar, come lo è un sasso. Questi alfin commiserando della povera Ortica la via antichresi, nata, cresciuta, e morta in nove mesi, invocò la musa alta, e possente, e le fè il seguente epitaffio indeguamente:

 
Qui giace estinta la famosa Ortica,
Giovine, e bella: eppur (ch’ il crederìa?)
Non v’è nessun che dica: oh sorte ria!
Perchè a niun fu cortese, a niun fu amica.

Del sesso imbelle la superbia antica
Sempre con tutti usar, è gran follìa:
Talvolta è sana un po’ di cortesìa,
Benchè il pensier nol voglia, e ’l cuor nol dica.

Dirà talun: la pianta, che con pena
Si stringe in man, e riesce amara al dente,
Dice Galen, ch’è di virtù ripiena.

Ma qui Galen provvede a inferma gente:
Il sano vuole il dolce, che avvelena,
Il morbido, che imbratta, e il bel, che mente.