Le favole di Esofago da Cetego/IV

Favola IV.
LA VITE, ED UN SALICE.

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III V


La Vite è un elemento opaco con fusto di sì numerosa diramazione, che se crescesse a sazietà, al dire dei più celebri Neofiti, porterebbe il frutto sino alla proposcide di Corinto. Or questa Vite essendo giunta dopo lungo viaggio alla metà di marzo, cadde in nera ipocondria secondo il costume, e si mise a piangere dirottamente alla presenza di me Notajo, e degl’infrascritti signori testimonj. Un Salice in quelle vicinanze cresciuto colla salma di sua mera corteccia, si burlava del dolore altrui, e diceva alla Vite: tu sei un povero originale, che piangi nella stagione, che gli altri ridono, e ti lamenti, che la sposa è troppo bella. Al che rispose la Vite: taci, o spennacchiato Donatista, e sappi che io piango la tua miseria, mentre ti veggo evacuate le interpellanze, ed esplettati gli intestini. Guarda, che hai la pelle senz’ossa, e che la sinagoga de’ tuoi atomi è diminuita a segno, che sei divenuto ambiguo, e sembri il catarro dei leprosi di Sassonia. Abbi paura di te, e fatti il tuo bisogno indosso. A questa ripresa disse il Salice: basta così; io son ferito, e conosco, che siamo entrambi d’umore stravagante; tu piangi senza ragione, ed io vivo senz’anima.


Moralità
Nemo praesumitur bonus.