Le favole di Esofago da Cetego/III

Favola III.
UN FANCIULLO, ED UN GRILLO.

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II IV


Nella Calabria ulteriore sente l’orecchio di quegli abitanti frequenti baleni di terremoto, che innonda le deserte campagne, ed inaffia gli elevati pensieri del pavido nocchiere. Un dì fra gli altri una scossa terremotale destò un Grillo, che nella sua cameruccia studiava al chiar-oscuro l’etimologia del suo nome, e tutto atterrito uscinne fuori, temendo la rovina della sua famiglia. Un Fanciullo, che stava estinguendo al sole la pupillare età, che poc’anzi aveva compito, gli porse benignamente la mano, e l’introdusse in una gabbia, che alla cintola recava. Di lì a tre giorni la Tartana maggiore di Toledo portò sicura nuova, che il terremoto era all’ultimo de’ suoi giorni: onde il Grillo, scacciato il timore, e rimossa ogni qualunque appellazione, chiamò d’essere riposto in libertà. Al che rispose il Fanciullo: tu, quanto più studii, meno capisci. La quint’opera di Caloandro è la misura del tuo calendario. Non sai, che il prigionier di stato, le budelle di Lucca, ed il Grillo incamerato hanno egual guiderdone, e pari fato? A questo dire anacreontico perdette il povero Grillo tutti i sentimenti del corpo: e poi ripreso alquanto di voce, soggiunse: scrivi ancor questo per la posterità de’ secoli trasandati, che corrono adesso: meglio fora la libertà in pericolo, che la servitude in salvo.


Moralità.
Melius est bonum nomen, quam divitiae multae.