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4. Caccia alle zebre

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3. La decisione 5. Un massacro mostruoso

4.

CACCIA ALLE ZEBRE


Due giorni dopo, ultimati i nostri preparativi, lasciavamo Durban seguendo la riva sinistra del Mhomaas, fiume che nasce verso le frontiere del Quathlamba, nel paese dei basuto e che scaricasi, dopo un corso non molto lungo, presso Porto Natale.

Sarebbe fastidioso narrarvi tutte le avventure del nostro viaggio attraverso la colonia di Natal, tanto più che nulla c'era ancora accaduto d'interessante e di straordinario. Noi dovevamo percorrere più di trecento leghe prima di giungere alle montagne di Suliman e buona parte dovevamo farla di certo a piedi in causa delle mosche tsè-tsè, insetti che colle loro punture uccidono i buoi e che nell'interno del Natal sono numerosissimi; si può anzi dire che in certi luoghi non si può tenere nemmeno un bue, poichè presto o tardi finirebbe di soccombere in causa appunto di quelle pericolose mosche.

La traversata della colonia di Natal la conseguimmo senza incidenti degni di nota e così rapidamente, che due mesi dopo noi ci trovavamo a Inyati la stazione più avanzata del paese dei matabeles. Fu colà che dovemmo rinunciare definitivamente a servirci del nostro carro, perché di venti buoi che possedevamo alla partenza, non ce n'erano rimasti che dodici ed anche questi tutti in cattivo stato. Quattro erano morti di sete, altri tre in causa delle punture delle tsè-tsè ed uno era stato morso da un serpente velenosissimo chiamato ferro di lancia.

Lasciammo in dono ai nostri conduttori ed a Khiva il carro e gli animali, e ci avventurammo coraggiosamente nel Griqualand per avvicinarci al deserto. La regione che attraversammo era splendidissima. Qua e là s'alzavano delle superbe montagne coperte d'una vegetazione lussureggiante; altrove, dinanzi ai nostri occhi, si distendevano immense pianure seminate di ubertose piantagioni, oppure coperte da boschi di mimose, di felci arborescenti e di banani sotto i quali si camminava a stento in causa delle radici e delle piante parassite che corrono da un tronco all'altro, formando delle vere reti intricatissime.

La selvaggina abbondava, specialmente là dove non si scorgevano attruppamenti di capanne. Di tratto in tratto in mezzo ai cespugli vedevamo apparire improvvisamente numerose antilopi dal mantello bruno oscuro, chiamate comunemente caamas, bestie che sembrano fatte tutte a triangoli ed angoli; oppure vicino ai boschetti, ma ad una rispettabile distanza, noi vedevamo disegnarsi il lungo collo di qualche giraffa, guardiana forse di qualche mandria di cento o duecento zebre, vivendo questi animali, quantunque così diversi l'uno dall'altro, in una grande intimità.

Marciavamo da due giorni attraverso quella regione che diventava sempre più deserta, quando la mattina del terzo, nel momento in cui riprendevamo le mosse, vidi accostarmisi Umbopa con una certa aria misteriosa.

— Cosa vuoi? — gli chiesi.

— Padrone, vi è una eccellente colazione da guadagnare — mi rispose.

— Hai veduto delle antilopi?

— No, padrone, ho scoperto un branco di zebre.

— Dove si trova?

— Sta pascolando in quel bosco che vedi estendersi laggiù.

— Non c'è alcuna giraffa che la guardi?

— Nessuna, ed è appunto per questo che sono venuto ad avvertirti: se tu vieni, noi sorprenderemo quegli animali e ne uccideremo più di qualcuno.

Avvertii i miei amici delle probabilità che si offrivano di guadagnare una squisita colazione e ci mettemmo tosto in marcia seguiti da Venvogel e preceduti da Umbopa.

Lasciato a sinistra un corso d'acqua, ci dirigemmo verso il boschetto indicato dal negro, ma giunti colà ci accorgemmo che in quel frattempo le zebre s'erano allontanate, dirigendosi verso alcune colline selvose che si elevavano a mezzo miglio di distanza.

— Inseguiamole — disse risolutamente il signor Falcone.

— Sì, — risposi io, — poichè oltre le zebre mi pare di scorgere lassù anche altri animali.

— Benissimo! — esclamò Good. — Faremo una splendida caccia.

— Vi avverto però di essere prudenti e di tenervi sempre sottovento, altrimenti la selvaggina fuggirà e resterete a bocca asciutta.

Avanzandoci con precauzione e tenendoci soprattutto nascosti dietro i folti cespugli, dopo una mezz'ora riuscimmo a toccare la cima di una di quelle colline.

Nulla potrebbe riprodurre l'imponente spettacolo di quell'Eden selvaggio. In mezzo ai verdi tappeti di erba foltissima che si stendevano da lungi a pieghe vellutate, dove si agitavano zebre, giraffe e bufali, dei ruscelletti serpeggiavano attraverso quelle alte erbe, conservandone la frescura e la fertilità; poi, come decorazione, succedevano boschi foltissimi, dove nessun bianco era fino allora di certo penetrato. Le antilopi ci guardavano per un istante con curiosità e sparivano sulle loro agili gambe; e di qua e di là, un grosso serpente nero si rizzava nel mezzo del sentiero con grande terrore dei nostri negri, che camminavano a piedi nudi.

Ma la selvaggina africana si spaventa tosto; è difficilissimo l'avvicinarla, e chi credesse di poter fare senza grandi fatiche delle belle cacce in quelle regioni, non tarderebbe ad essere crudelmente disingannato. È quasi strisciando che si è costretti ad avanzarsi, e l'animale si tiene sempre ad una distanza così rispettabile che bisogna avere un eccellente fucile ed essere dotato d'un colpo d'occhio sicuro per poter arrestarlo con una palla.

Onde aumentare le probabilità, ci dividemmo: il genovese e Good appoggiarono sulla destra ed io seguii press'a poco la linea nella quale erano impegnati, avendo stabilito di trovarci a piedi del monte Pagari.

— Non vi scostate troppo — disse Umbopa, che era rimasto presso di me. — Questo paese è pericoloso, infestato da briganti e da predoni, che sono il terrore dei villaggi vicini.

Ma io non pensavo né ai malfattori, né ai selvaggi, né allo stesso negro; mi sembrava di essere ad una caccia reale, in qualche parco incantato, tanto era ricco, bello, brillante quel panorama. Percorsi tutti i boschi vicini e ad ogni piega di terreno, vedevo muoversi, fra le ondulazioni di velluto verde, delle truppe di animali che fuggivano; mi avanzavo senza rumore, spesso strisciando per lunghi tratti, onde poter accostarmi ad una di quelle grosse bestie che formavano il mio desiderio.

Quale paesaggio stupendo! Non un villaggio, non un essere umano, nessun rumore, nessun vestigio di sentiero; era l'incognito immenso, come un angolo del paradiso terrestre.

Essendosi fatto udire sulla mia destra il segnale del genovese e di Good mi vi recai; sull'orlo del bosco trovai gli amici.

— Bisognerà che i due nostri uomini girino quella grossa truppa di zebre — mi disse il genovese. — Intanto rechiamoci laggiù.

Attorno ad un laghetto quasi asciutto che egli indicava, numerose tracce fresche provavano che la selvaggina faceva di quel luogo il suo soggiorno favorito.

Girando la foresta, Umbopa si appressava verso l'estremità della pianura, sulla quale spiccavano dei punti neri, formati da truppe d'animali che vi stavano scherzando; io, il genovese e Good ci rimboscammo, col fucile pronto; senza pronunciare parola, e quasi per un'ora aspettammo l'effetto che l'avvicinarsi dei nostri negri doveva produrre sugli animali.

Le nostre previsioni furono esatte. Una giraffa, guardiana di una splendida truppa di zebre, fiutò per la prima il pericolo che minacciava le compagne, e scorgendo i nostri negri sull'orlo della foresta se ne venne a piccolo trotto verso l'estremità orientale, dove noi ci trovavamo.

Io ero già troppo pratico delle cacce d'Africa per lasciarmi sorprendere dall'illusione di ottica; e malgrado la tentazione che mi faceva battere il cuore, non tirai subito.

E ben fu; giacché la selvaggina rimase molto fuori di portata, sebbene ci fosse sembrata tanto vicina.

Credendo scomparso ogni pericolo, la truppa caracollò allegramente attorno al laghetto. L'effetto era magnifico; simili a corsieri selvaggi, colla criniera al vento, colle narici sbuffanti, quelle belle zebre facevano ondeggiare la loro groppa graziosa, e colle sottili zampe balzavano fra le erbe scherzando fra loro come scolari in ricreazione; più lungi la giraffa sembrava inquieta e, ferma vicina ad un albero, masticava delle foglie.

Con un ginocchio a terra, col fucile puntato, trattenendo il respiro, prendemmo la mira, poi rimbombarono tre detonazioni.

Spaventata, la banda guadagnò il largo, salutata da altri tre colpi; vedemmo allora una delle zebre arrestarsi, appoggiarsi contro un albero del boschetto vicino, poscia precipitare al suolo.

Accorremmo subito, temendo che si risollevasse e riprendesse la corsa; una palla le aveva attraversato il fianco, ma non era bastata ad atterrarla; ciò erasi ottenuto con uno dei nostri secondi colpi.

Era di una grossezza pari a quella d'un mulo: il mantello era bianca, attraversato sulla schiena, sulla groppa e sulle gambe da righe nere parallele: e questi due colori spiccavano nettamente l'uno dall'altro senza alcuna gradazione intermedia.

Quando i nostri negri ci ebbero raggiunti, Umbopa ci fece osservare che avevamo avuto torto di uscire dal nascondiglio.

— Se non vi foste mostrati, — egli ci disse, — la mandra sarebbe certamente tornata verso il moribondo, l'avrebbe circondato e cercato di capire perché restava indietro, e grazie a questo andare e venire avreste potuto uccidere parecchie zebre; la sola giraffa però non sarebbe riapparsa.

Alcune ore dopo, un bel pezzo di zebra arrostiva su un gran fuoco, sotto la nostra personale sorveglianza: dopo di che cominciò il pasto che fu dei più allegri; aggiungo che era eccellente, anche non tenendo calcolo della fame che ogni giorno ci predisponeva all'indulgenza, e l'arrosto fu tutto divorato ed innaffiato con vino di palma. Questo banchetto rimase scolpito nei nostri ricordi come uno dei migliori che abbiamo fatto durante il nostro viaggio periglioso.

Good soprattutto era entusiasmato di quella prima partita di caccia così ben riuscita, e non cessava di tempestarmi di domande sul modo migliore d'avvicinarsi agli animali, e sugli stratagemmi in uso per riuscire più facilmente ad abbatterli.

— Spero però, — mi chiese ad un tratto, — che voi ci farete uccidere anche qualche elefante. Si dice che la caccia di quei colossi sia assai emozionante.

— Non solo emozionante, ma anche pericolosissima — risposi io. — Non si affrontano quei giganti senza provare un vero senso di paura.

— Ho udito a raccontare che ordinariamente quei colossi fuggono dinanzi all'uomo.

— Ciò è vero, se però li ferite allora dimenticano ogni prudenza ed assalgono il cacciatore con rabbia estrema, senza badare ai colpi di fucile. Io ho veduto una volta un mio amico, un vero cacciatore, bravo, ardito, dal colpo infallibile, perdere miseramente la vita, stritolato dalla proboscide d'un animale che aveva solamente ferito.

— Raccontate, Allan! Le avventure di caccia m'interessano al sommo grado.

— Sì, narrate — aggiunse il signor Falcone. — Intanto il calore scemerà un po'. Sono appena le undici e prima delle quattro pomeridiane noi non ci rimetteremo in marcia, non volendo espormi al pericolo di prendermi un colpo di sole.

— Non vi annoierete? — chiesi io.

— Oh! Voi sapete che noi ascoltiamo sempre volentieri le vostre avventure di caccia.

— Allora uditemi.

Accesi la mia pipa, mi accomodai meglio che potei onde essere riparato completamente dall'ombra d'una immensa acacia e presi la parola, mentre Umbopa e Venvogel vegliavano sulla sicurezza comune.

— Sono trascorsi circa sette anni, — diss'io, — ma mi ricordo come se quella triste partita di caccia fosse avvenuta ieri.

«Mi trovavo in quell'epoca presso le frontiere del territorio d'Orange e precisamente nei dintorni di Dorp, avendo dovuto guidare colà alcuni negozianti portoghesi che intendevano annodare relazioni commerciali coi busato e coi böers di Bloemfontein.

«Un mattino venne a trovarmi uno di quei portoghesi, mio caro amico, certo Robledo, per propormi di cacciare gli elefanti. La sera innanzi alcuni negri avevano veduta una banda di quei colossi dirigersi verso il fiume Caledon ed avevano avvertito gli uomini bianchi, colla speranza che ne uccidessero qualcuno e regalassero a loro quella enorme montagna di carne.

«Accettai di buon grado la proposta, essendo sempre stato un cacciatore assai appassionato anch'io e partimmo in compagnia di altri due portoghesi e di tre negri, ai quali erano stati affidati otto cani robusti ed addestrati alla caccia di grossi animali.

«Giunti al principio della foresta, ci mettemmo carponi ed in così faticosa posizione facemmo più di cento passi; ben presto però cominciarono le difficoltà, essendo succeduti ai grossi alberi dei fitti cespugli assai bassi.

«Fummo costretti a metterci col ventre a terra e ad avanzarci, strisciando come i serpenti, gli uni dietro gli altri per non smarrirci.

«Tratto tratto ci fermavamo per riprendere lena e per sbarazzare le nostre mani dalle spine. Dopo mezz'ora di così penoso esercizio, scoprimmo una truppa di elefanti. Era composta d'un vecchio maschio e di una diecina di femmine, tutti di statura gigantesca.

«Ci eravamo arrestati: il sudore colava dalle nostre fronti ed il cuore ci batteva con violenza.

«"Adagio e non abbiate fretta a sparare," diss'io ai portoghesi, "specialmente voi, Robledo, non lasciatevi trasportare troppo dall'ardore della caccia o vi lascerete la vita."

«"Non temete" mi rispose.

«Gli elefanti sembravano tranquilli; solamente il vecchio maschio aveva alzata due o tre volte la proboscide, dando qualche segno d'inquietudine. A poco a poco però parve che le sue diffidenze si dileguassero e riprese la sua occupazione, la quale consisteva nel rovesciare un grosso albero per mangiarne poi le foglie, essendo quel vegetale troppo alto.

«Noi ne approfittammo per guadagnare ancora una quindicina di passi.

«Alcuni elefanti, udendo forse a muoversi le fronde, si erano voltati dalla nostra parte, agitando le loro proboscidi.

«"Ci siamo," diss'io a bassa voce, volgendomi verso i portoghesi, "riprendete lena e non tirate che ad un mio segno."

«Senza questa precauzione, la stanchezza del nostro corpo e il tremito delle nostre braccia e delle mani avrebbe nociuto alla precisione del nostro tiro.

«Un minuto dopo, che dovette sembrar lungo quanto un secolo ai miei compagni, balzai in piedi, gridando:

«"Fuoco!"

«In un baleno tutti i portoghesi si rizzarono, salutando gli elefanti con una scarica generale.

«Io avevo mirato il vecchio maschio e lo aveva colpito in mezzo alla fronte. Il colosso parve dapprima molto sorpreso da quell'inaspettato saluto, poi scosse le sue larghe orecchie e dimenando la sua grossa testa mandò fuori un suono che pareva quello d'una grossa canna d'organo, quindi si precipitò all'impazzata verso di noi, seguito da tutta la banda.

«Quando l'elefante è in moto, aizzato dalla collera o da qualche ferita, corre assai velocemente, rovesciando tutto ciò che gli si para dinanzi.

«Trovandomi io, più degli altri, in una posizione molto arrischiata, mi affrettai a rifugiarmi nel bosco. Un altro cacciatore colpì in quel momento il colosso con una nuova palla, arrestandolo per qualche istante. Io ne approfittai per ricaricare l'arma, ma non cessai dal fuggire, descrivendo delle curve per inceppare la marcia del pachiderma.

«Mentre ciò succedeva, gli altri cacciatori, dopo di aver tentato, ma invano, di abbattere una femmina gigantesca, si erano dispersi pel bosco, sicché io ormai non poteva contare che sulla mia audacia e sulle mie gambe.

«L'inferocito elefante avendomi scorto non si stancava di perseguitarmi, fortunatamente io conservavo il mio sangue freddo ed anche la mira giusta. Già tre altre volte aveva colpito l'indemoniato animale, quando nell'approntare — sempre correndo — la quinta carica, inciampai nella radice d'un albero sporgente dal terreno e stramazzai al suolo con violenza. L'elefante, che distava da me soli dieci passi, non poté trattenere la sua corsa, e mi sorpassò, però ben presto lo vidi tornare verso di me colla proboscide rialzata, pronta ad uccidermi.

«Già mi credevo irremissibilmente perduto, quando da una macchia vicina vidi uscire il portoghese Robledo seguito da parecchi cani.

«"Prendete Allan" mi gridò, porgendomi un'altra carabina.

«"Grazie" risposi, afferrandola. "Ed ora fuggite, perché questo elefante ha il diavolo indosso."

«Non aveva ancora finito di parlare che i cani si slanciarono addosso all'enorme animale, il quale per il momento concentrò tutta la sua attenzione sui nuovi avversari.

«"In nome del cielo, Robledo, fuggite!" gridai. "Se io non colpisco giusto esso ci piomberà addosso."

«"Ebbene, noi sosterremo l'assalto" mi disse quel valoroso.

«L'elefante, furioso per non poter liberarsi dai cani, pensò di rivolgersi contro di noi.

«Io lo attendevo con sufficiente calma e solo aspettavo che mi si presentasse in posizione favorevole per colpirlo. Quando lo vidi a solo trenta passi, io e Robledo facemmo contemporaneamente fuoco, ma contrariamente alle nostre speranze il colosso, quantunque nuovamente ferito, rimase in piedi. Sebbene inondato di sangue, ci si avventò contro colla proboscide rialzata, mandando un barrito strepitoso.

«"Fuggite" gridai a Robledo.

«Avendo veduto presso di me un grossissimo baobab, mi affrettai a rifugiarmi dietro il tronco. Al povero portoghese invece mancò il tempo e tutto d'un tratto lo vidi dimenarsi disperatamente a venti piedi dal suolo. L'elefante lo aveva afferrato colla proboscide e lo scuoteva come fosse una semplice piuma, frantumandogli contemporaneamente le costole con una stretta irresistibile.

«"Aiuto!" ebbe appena il tempo di gridare il misero.

«Io, disperato, spaventato, avevo abbandonato il mio rifugio, correndo addosso al pachidermo. Puntai il fucile e glielo scaricai contro quasi a bruciapelo, colpendolo in prossimità dell'occhio destro.

«Il colosso, colpito questa volta a morte, barcollò da destra a sinistra, poi vomitò un torrente d'acqua sanguigna. La sua ultima ora era scoccata, pure voleva morire con dignità. Senza abbandonare il povero portoghese già ridotto ad un ammasso di carne sanguinolenta, s'appoggiò ad un grosso albero e per un momento sembrò che non respirasse più. Finalmente si inchinò sul davanti e mentre delle grosse lagrime gli cadevano sulla pelle rugosa, mandò un ultimo grido che parve un violento sospiro, quindi stramazzò al suolo rovesciando nella caduta l'albero a cui si era appoggiato.

«Mi affrettai ad accorrere in aiuto del portoghese, ma, come potete immaginarvi, il disgraziato era già morto.»

— Così terribili sono adunque gli elefanti? — mi chiese Good, che aveva ascoltato con viva attenzione la mia istoria.

— Vi auguro di non trovarvi dinanzi a quelle bestie quando sono inferocite — risposi.

— Una palla sola non basta quindi ad ucciderli? — mi chiese il genovese.

— Sì, ma ci vorrebbe una palla esplodente.

— E una delle nostre non basterebbe?

— Colpendo l'elefante alla giuntura delle spalle si potrebbe ferirlo gravemente e causargli, dopo qualche tempo, la morte.

— Cosa ne dite amico Good, voi che siete venuto in Africa coll'intenzione di fare un massacro di elefanti? — chiese il signor Falcone, sorridendo.

— Penso che con noi abbiamo un famoso cacciatore, e che s'incaricherà lui di farci assaggiare un pezzo di proboscide o di zampa.

— Se si presenta l'occasione non mancherò di accontentarvi, signor Good — risposi.

— Spero che ne troveremo di quei colossi.

— Oh! Certo!

— Allora conto sulla vostra promessa.