La novella del buon vecchio e della bella fanciulla ed altri scritti/La novella del buon vecchio e della bella fanciulla/X

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La novella del buon vecchio e della bella fanciulla - IX


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Ed è così che il vecchio si trovò solo di faccia alla sua teoria.

Intanto la prefazione lunghissima all’opera sua era terminata e, secondo lui, era riuscita splendidamente, tanto che la rileggeva continuamente per ricavarne lo stimolo a procedere oltre.

In quella prefazione egli s’era soltanto prefisso di provare come l’umanità avesse bisogno dell’opera sua. Egli non sapeva, ma questa era la parte più facile di tale opera. Infatti ogni opera che intende di creare una teoria si divide in due parti. La prima si dedica alla distruzione di teorie preesistenti o, meglio ancora, [p. 114 modifica]alla critica dello stato di fatto esistente, mentre la seconda ha il difficile compito di ricostruire le cose su nuove basi; cosa abbastanza difficile. Ad un teorista avvenne di aver pubblicato da vivo due interi volumi per provare che le cose procedevano male e nel modo più ingiusto. Il mondo andò per aria e non si regolò neppure quando gli eredi del teorista pubblicarono il terzo volume, postumo, dedicato quello alla ricostruzione delle cose. Una teoria è sempre una cosa complessa e facendola non si intravvedono subito tutte le sue illazioni. Sorgono dei teoristi che predicano la distruzione di una bestia, p. e. dei gatti. Si scrive, si scrive e non subito ci si accorge che intorno alla teoria, sua conseguenza, pullulano i topi. Solo molto tardi il teorista capita nell’imbarazzo e, angosciato, si domanda: Che me ne farò di questi topi?.

Il mio vecchio era ancora molto lontano da tale imbarazzo. Niente di più bello e di più fluido della prefazione ad una teoria. Il vecchio scopriva che alla gioventù a questo mondo mancava qualche cosa che avrebbe reso la gioventù ancor più bella: una sana vecchiaia che l’ami [p. 115 modifica]e l’assista. Non mancarono studii e meditazioni anche per la prefazione perchè con questa bisognava stabilire tutta l’estensione del problema. Dunque il vecchio partiva dal principio come la Bibbia. I vecchi — quando non erano ancora tanto vecchi — avevano riprodotto nei giovani se stessi con grande facilità e con qualche piacere. Passando la vita da uno all’altro organismo era difficile di accertarsi se la stessa s’era elevata o migliorata. I secoli storici dietro di noi erano troppo brevi per trarne l’esperienza. Ma dopo la riproduzione poteva esserci progresso spirituale se l’associazione fra vecchi e giovani era perfetta e se una gioventù sana poteva appoggiarsi ad una vecchiaia sanissima. Scopo del libro era dunque di dimostrare per il bene del mondo la necessità della sanità del vecchio. Secondo il vecchio il futuro mondo, cioè la potenza dei giovini che questo futuro faranno, dipendeva dall’assistenza e dagli insegnamenti dei vecchi.

La prefazione aveva anche una seconda parte. Se il vecchio avesse potuto ne avrebbe fatte molte parti. La seconda cercava di provare il vantaggio che al vecchio sarebbe derivato da [p. 116 modifica]una sua propria relazione pura con la gioventù. Coi figli la purezza era facile, ma non poteva mica essere impura coi compagni dei figli. Il vecchio — se puro — sarebbe vissuto più sano e più a lungo, ciò che secondo lui sarebbe stato una bella utilità per la società.

Il primo capitolo era anch’esso una prefazione. Bisognava pur descrivere lo stato attuale delle cose! I vecchi abusavano della gioventù e la gioventù disprezzava i vecchi. I giovini facevano delle leggi per impedire ai vecchi di restare alla direzione degli affari e dal canto loro i vecchi ottenevano delle leggi per impedire l’ascensione dei giovini quand’erano troppo giovini. Non rivela questa rivalità uno stato di cose pernicioso per il progresso umano? Che c’entrava l’età nella designazione ai pubblici uffici?

Queste prefazioni di cui io dò solo il nocciolo diedero da fare e molta salute al povero vecchio per vari mesi. Poi ci furono altri capitoli che camminarono abbastanza facilmente e non l’affannarono ad onta del suo stato di debolezza: i capitoli polemici. Uno fu dedicato a negare che la vecchiaia sia una malattia. Al [p. 117 modifica]vecchio pareva di essere stato molto felice in quel capitolo. Come si poteva credere che la vecchiaia che non era altro che la continuazione della gioventù fosse una malattia? Doveva pur essere intervenuto un altro elemento per mutare la salute in malattia; quest’elemento il vecchio non sapeva trovarlo.

Poi, nel proposito del vecchio, l’opera avrebbe dovuto scindersi in due parti. Una doveva trattare del modo come la società avrebbe dovuto organizzarsi per avere dei vecchi sani e l’altra dell’organizzazione della gioventù per regolare i suoi rapporti con la vecchiaia.

Qui però il vecchio ad ogni tratto si trovava interrotto nel suo lavoro dall’invasione dei roditori. Ho già detto di quelle cartelle ch’erano state da lui riposte coperte da un foglio di carta con la riserva di riprenderle in lavoro quando qualche suo dubbio sarebbe stato chiarito. Vi si associarono poi molti altri pacchetti di cartelle.

Così egli ricordava sempre che il denaro aveva avuto una parte importante nella sua avventura con la giovinetta. Per alcuni giorni scrisse che i denari (che di solito appartengo[p. 118 modifica]no ai vecchi) si dovrebbero sequestrare perchè non possano servire a corrompere ed è meraviglioso che passarono tante ore prima ch’egli si accorgesse come sarebbe stato doloroso per lui di venir privato del suo denaro. E allora smise di scrivere sull’argomento e ripose le cartelle relative in attesa di maggior luce.

Un’altra volta pensò di descrivere come sin dalla prima classe elementare si dovesse ricordare che scopo della vita è di divenire un vecchio sano. La gioventù quando pecca non soffre e non fa soffrire tanto. Poi il peccato del vecchio è circa equivalente a due peccati del giovine. È un peccato a parte anche l’esempio ch’egli dà. Dunque — secondo il teorista — da bel principio bisognerebbe studiare di diventar vecchio sanamente. Ma poi gli parve che in tale ragionamento la via alla virtù non fosse ben segnata. Se il peccato del giovine aveva un’importanza tanto lieve dove si poteva cominciare l’educazione del vecchio? E sul foglio nel quale seppellì quelle cartelle annotò: — Da studiarsi quando l’educazione del vecchio ha da cominciare.

Ci furono delle cartelle in cui il vecchio si [p. 119 modifica]sforzò di provare che per avere una vecchiaia sana bisognava circondarla di giovini sani. Il sistema di riporre le cartelle e di non distruggerle favoriva le contraddizioni di cui l’autore non s’accorgeva. In queste ultime cartelle risultò nell’autore una certa ira contro la gioventù. In complesso era vero che se la gioventù fosse stata sana la vecchiaia non avrebbe potuto peccare. Già la maggior forza fisica la proteggeva da attentati. Sulla carta che involse tanta filosofia era scritto: — Da chi ha da cominciare la morale?

E il vecchio andò accumulando i suoi dubbi credendo di fabbricare qualche cosa. Ma tuttavia la lotta era superiore alle sue forze e quando ritornò l’inverno anche il medico s’accorse di un ulteriore decadenza fisica del paziente. Fece delle indagini e finì con l’indovinare che la teoria che aveva fatto tanto bene ora faceva del male. — Perchè non cambi argomento? — gli chiese. — Dovresti riporre quel lavoro lì e dedicarti a qualche altra cosa.

Il vecchio non volle confidarsi e asserì che lavorucchiava tanto per passare il tempo. Temeva l’occhio del critico, ma pensava di temer[p. 120 modifica]lo solo finchè non avesse compiuto l’opera.

L’intervento del medico questa volta non ebbe un buon effetto. Il vecchio volle accingersi a compiere l’opera sciogliendo un dubbio dopo l’altro e incominciò a riprendere l’esame di ciò che al vecchio spetti da parte dei giovini. Scrisse per varii giorni, sempre più agitato, poi per varii giorni stette al tavolo leggendo e rileggendo quanto aveva scritto.

Ravvolse di nuovo le vecchie e le nuove cartelle nel lenzuolo sul quale era scritta la domanda a cui non sapeva rispondere. Poi affannosamente sotto a quella scrisse varie volte la parola: — Nulla!


* * *


Lo trovarono stecchito con la penna in bocca sulla quale era passato l’ultimo anelito suo.