La guerra nelle montagne/Il fronte trentino

Il fronte trentino

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Rudyard Kipling - La guerra nelle montagne (1917)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1917)
Il fronte trentino
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V.

Il fronte trentino


Non occorre essere profondi conoscitori dei luoghi per divenire pratici dei diversi fronti italiani. Si distinguono ben lungi, dietro alle linee, dalle truppe in riposo, o dall’animazione sulle strade. Anche dietro il delizioso Asolo di Browning, dove, come ricordate, passò quella certa Pippa, settantasei anni or sono, annunziando che «tutto andava bene al mondo», si prova un senso di mancanza d’aria.

Pure l’ufficiale lo spiegò chiaramente sulla carta geografica:

«Vedete dove la nostra frontiera occidentale delle Dolomiti si addentra al sud, in quella punta di lancia a forma di V? Quello è il Trentino. I volontari di Garibaldi ne ebbero il pieno possesso durante la nostra guerra dell'Indipendenza. Allora la Prussia ci era alleata contro l’Austria; ma, purtroppo, quando più le convenne, conchiuse la pace [p. 53 modifica](parlo del 1866) e noi dovemmo accettare la frontiera che essa e l’Austria c’imposero. La frontiera italiana è ovunque assai vantaggiosa — a la Prussia e l’Austria, fecero a gara per renderla tale — ma la zona del Trentino è più d’ogni altra pericolosa».

La nebbia avvolgeva intanto l’altipiano, sul quale salivamo. Le montagne si erano scambiate in alture rotonde a forma quasi di barile elevantesi erte su aride vallate. Parecchie e nuove strade vi si vedevano tracciate, sulle quali i carri procedevano coll’andatura solita; ed erano lì l’eterno vecchio e il solito ragazzo a curare che ciò si compisse regolarmente. Brughiere scozzesi; rossi altipiani incavati dalle trincee e punteggiati dalle buche delle granate; una confusione di alture senza colore e, nella nebbia, quasi senza forma, si alzavano e si abbassavano dietro di noi.

Esse nascondevano truppe nelle loro pieghe — truppe sempre all’erta — ; e le trincee si moltiplicavano sui loro fianchi, in alto e in basso.

Scendemmo per una montagna frantumata di macerie, dalla cima alle falde, ma che conservava ancora, come rughe sulla fronte, le sagome di trincee che avevano seguito i suoi contorni.

Uno stretto e basso fossato, (poteva essere stato un condotto d’acqua) scorreva verticalmente sull’altura, tagliando ad angolo retro le trincee scolorate.

«Fu lì che i nostri soldati s’impiantarono solidamente, prima che gli Austriaci venissero respinti nella loro ultima avanzata — l’avanzata di Asiago, [p. 54 modifica]non la chiamate così? Occorsero agli Austriaci ben dieci giorni per scendere soltanto a metà strada dalla cima della montagna. I nostri scavarono questa trincea diritta su, verso il monte, come potete vedere. Poi si arrampicarono e gli Austriaci furono sgominati.

Non fu opera così aspra, come può sembrare, poichè in simil genere di lavoro, se il nemico che sale fallisce il suo sentiero, rotola giù fra i vostri soldati; ma se voi inciampate, non fate che scivolare indietro fra i vostri amici».

«Quanto vi costò?» io chiesi.

«Molto!». E su questa montagna, attraverso la gola — che ora la nebbia non vi permette di vedere — i nostri soldati combatterono per una settimana, quasi senz’acqua.

Gli Austriaci sono stati i primi che abbiano messo in opera una linea di buche di granate da 305, da un lato della montagna per servire da trincee. Ora è divenuto un trucco quasi abituale su tutti i fronti; ma è noioso».

Egli raccontò episodi della lunga, aspra battaglia, quando gli Austriaci credettero per un momento di avere le pianure del sud alla loro mercè, fino a che il Generale Cadorna non provò loro il contrario. Non vorrei davvero essere un Austriaco, con i Boches alle spalle, e l’Exercitus Romanus di fronte. Questo era il più calmo dei fronti e meno degli altri vi si faceva mostra di armati. Qui l’esercito viveva in grandi città, tra le foreste, dove trovammo ancor neve ammassata in sudici mucchi, [p. 55 modifica]dai fianchi scavati, nei quali si stavano accumulando tutti i rifiuti e tutte le lordure che l’inverno aveva nascosto. Squadre di soldati e operai lavoravano a smaltire queste materie; ma nessun puzzo emanava da essi. Altre squadre riparavano alacremente le buche prodotte dalle granate; poichè ai carri non piacciono le fermate. Un altro paese, costruito sulle pietre, appariva vuoto; soltanto vi erano dei cuochi ed uno o due lavoranti addetti alle riparazioni stradali, dall’aspetto annoiato. La popolazione trovavasi o per il monte, occupata a scavare e ad esplodere mine, oppure in avallamenti boscosi, simili a parchi, dove i battaglioni si muovevano come ombre tra i pini attraverso la nebbia. Quando giungemmo all’orlo del monte, non vi trovammo, come al solito, nulla, eccetto taluni riquadri di erbe sconvolte, ed una casa «insalubre» — il nocciolo battuto di ciò che era stata una volta un’abitazione di esseri umani — con lo stillicidio della pioggia che sgocciolava attraverso le volte cristalline. La vista di lassù si estendeva ad alcune trincee austriache situate su versanti bianchicci e si sentiva anche il rombo dei cannoni austriaci, non pigri questa volta, ma smaniosi, queruli, dalla intonazione quasi interrogativa. Ma da parte nostra non ebbero risposta.

«Se vogliono qualche cosa, possono venire qui a trovarci» disse l’ufficiale. Io pensava che cosa mai non avrebbero dato i soldati dietro quei cannoni per prender posto — qualche ora soltanto sul carro che ci trasportava lungo un’altra linea [p. 56 modifica]scosta di armati. Ma forse oramai gli Austriaci hanno imparato.

La nebbia si addensava intorno a noi e le lontane spalle delle montagne e le masse di soldati che vi apparivano attraverso, appena intravedute, scomparvero.

Seguitammo a salire, fin tanto che le nebbie si incontravano con le nuvole, per una strada che era la più ripida di quante finora avevamo percorso. Terminava con una galleria scavata nella roccia, nella quale stavano aspettando, nell’oscurità, immensi cannoni, tutti puntati verso una parte e pronti a far fuoco a un dato momento.

«Badate alla strada! Vi è uno svolto piuttosto brusco».

La galleria si apriva su uno spazio vuoto e su un precipizio di parecchie centinaia di piedi di roccia scanalata, coperta di erica in fiore. Ai piedi della muraglia cominciava la vera montagna, non meno ripida, quasi, di quella; e più in giù ancora si estendeva pomposamente all’infuori, per trasformarsi in più accessibili pendi, scendendo in poggi e in monticelli, fino alle immense, antiche pianure, quattromila piedi più sotto.

La nebbia velava il panorama dalla parte settentrionale, ma a sud si vedevano tracciati i corsi di larghi fiumi, le esili ombredi acquedotti e i profili, quasi addossati gli uni sugli altri, di città e città, ognuna delle quali aveva un passato che valeva assai di più di tutto l’avvenire dei barbari strepitanti dietro le catene dei monti, che ci venivano [p. 57 modifica] indicate attraverso le finestre dell’osservatorio. Lo sportello di questo, dietro alla sua frangia di fiorellini d’erica, si rinchiuse lievemente, poichè tutto si compie senza rumori in questa meravigliosa regione della tenacia e del silenzio.