L'isola misteriosa/Parte terza/Capitolo VII

Parte terza - Capitolo VII

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Jules Verne - L'isola misteriosa (1874-1875)
Traduzione dal francese di Anonimo (1890)
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CAPITOLO VII.


Il reporter e Pencroff nel ricinto – Harbert trasportato – Disperazione del marinajo – Consigli del reporter e dell’ingegnere – Modo di trattamento – Come avvertire Nab? – Un messaggiere sicuro e fedele – Risposta di Nab.

Al grido di Harbert, Pencroff, lasciando cadere la sua arme, erasi lanciato verso di lui.

– Me l’hanno ucciso, esclamò, me l’hanno ucciso il mio figliuolo!

Cyrus Smith e Gedeone Spilett s’erano precipitati verso Harbert.

Il reporter ascoltò se il cuore del povero fanciullo battesse ancora.

— Vive, diss’egli, ma bisogna trasportarlo....

– Al Palazzo di Granito! È impossibile, rispose l’ingegnere.

– Al ricinto allora! esclamò Pencroff.

– Un istante, disse Cyrus Smith.

E si slanciò a mancina in modo da fare il giro del ricinto.

Colà si vide in faccia ad un deportato che, pigliatolo di mira, gli attraversò il cappello con una palla. Alcuni secondi dopo, prima ancora che avesse avuto il tempo di sparar l’altro colpo, il furfante cadeva colpito al cuore dal pugnale di Cyrus Smith, più sicuro ancora del suo fucile.

In questo mentre, Gedeone Spilett ed il marinajo s’arrampicarono sugli angoli della palizzata, la scavalcarono, balzarono nel ricinto, rovesciarono i puntelli che trattenevano la porta all’interno e si precipitarono nella casa, che era vuota. [p. 76 modifica]

Poco dopo il povero Harbert riposava sul letto di Ayrton.

Cyrus Smith gli venne al fianco.

Vedendo Harbert inanimato, il dolore del marinajo fu terribile. Egli singhiozzava, piangeva, voleva sfracellarsi la testa contro la muraglia. Nè l’ingegnere nè il reporter poterono calmarlo, che la commozione soffocava essi pure in modo che non potevano parlare.

Pur fecero quanto dipendeva da loro per contendere alla morte il giovinetto agonizzante sotto i loro occhi. Gedeone Spilett, dopo tanti incidenti di cui era stata sparsa la sua vita, non mancava d’una certa pratica di medicina; sapeva un po’ di tutto, e in molte occasioni aveva dovuto curare delle ferite prodotte da arme bianca o d’arme da fuoco. Ajutato da Cyrus Smith, procedette dunque alle cure che richiedeva lo stato di Harbert.

Sulle prime il reporter fu spaventato dallo stupore che accasciava il ferito; stupore dovuto o all’emorragia o alla commozione, se la palla aveva urtato un osso con tanta forza da produrre una scossa violenta.

Harbert era pallidissimo e il suo polso così debole, che Spilett non lo sentì battere se non a lunghi intervalli, quasi volesse arrestarsi. In pari tempo vi era interruzione quasi completa dei sensi e dell’intelletto. Sintomi gravi.

Il petto di Harbert fu messo a nudo e, stagnato il sangue con fazzoletti, fu lavata la ferita con acqua fredda.

Apparve allora la contusione, o meglio la piaga, che poteva essere mortale sul petto, tra la terza e la quarta costola. Gli è là che la palla aveva colpito Harbert.

Cyrus Smith e Gedeone Spilett voltarono allora il povero giovinetto, che mandò un gemito così debole da far credere che fosse il suo ultimo sospiro. Un’al[p. 77 modifica]tra piaga contusa insanguinava la schiena di Harbert, la palla ne uscì subito.

– Dio sia lodato! esclamò il reporter, la palla non è rimasta nel corpo e non dovremo estrarla.

– Ma il cuore? domandò Cyrus Smith.

– Il cuore non è stato toccato, altrimenti Harbert sarebbe morto.

– Morto! esclamò Pencroff mandando un ruggito.

Il marinajo aveva solo inteso le ultime parole pronunziate da Gedeone Spilett.

– No, Pencroff, no, il suo cuore batte sempre, anzi ha mandato un gemito; ma nel suo stesso interesse calmatevi, abbiamo bisogno di freddezza d’animo; non fatecela perdere.

Pencroff tacque ed avvenne in lui una reazione; grosse lagrime gl’inondavano il viso.

Frattanto Gedeone Spilett. cercava di annodare le sue memorie e di procedere con metodo. Stando alle sue osservazioni, non vi era dubbio, per lui, che la palla entrata dinanzi fra la terza costa e la quarta fosse uscita di dietro fra la settima e l’ottava. Ma quale danno aveva potuto cagionare il suo passaggio? Quali organi aveva colpito? Questo a mala pena l’avrebbe potuto dire un chirurgo di professione, il reporter no certo.

Sapeva però egli una cosa: ed è che bisognava impedire la strozzatura infiammatoria delle parti lese, poi combattere la febbre derivata dalla ferita, ferita mortale forse! Ora, quali topici, quali antiflogistici adoperare? Con quale mezzo impedire la cancrena? In ogni caso, il più importante era che le due piaghe fossero bendate senza indugio; non parve necessario a Gedeone Spilett di provocare un nuovo scolo di sangue, lavando con acqua tiepida e comprimendo le labbra, poichè l’emorragia era stata abbondante, e già troppo indebolito era Harbert per la perdita del sangue. [p. 78 modifica]

Il reporter credeva adunque di doversi accontentare di lavare le due piaghe coll’acqua fredda.

Harbert era sul lato manco e fu mantenuto in quella positura.

— Non bisogna che si muova, disse Gedeone Spilett, questa è la positura più favorevole, perchè le piaghe del dorso e del petto possano suppurare convenientemente; è necessario il riposo assoluto.

— Come! non possiamo trasportarlo al Palazzo di Granito? domandò Pencroff.

— No, Pencroff, rispose il reporter.

— Maledizione! gridò il marinajo sollevando il pugno verso il cielo.

— Pencroff!... disse Cyrus Smith.

Gedeone Spilett si era messo ad esaminare il ferito attentamente. Harbert era sempre così pallido, che il reporter si sentì turbato.

Cyrus, diss’egli, io non sono medico... mi trovo in un’orribile perplessità; bisogna che mi ajutiate coi vostri consigli e colla vostra esperienza.

— Ripigliate la calma, disse l’ingegnere stringendo la mano del reporter; giudicate freddamente.... pensate solo a questo: bisogna salvare Harbert.

Queste parole ridonarono a Gedeone Spilett quel possesso di sè medesimo che, in un istante di scoraggiamento, il pensiero della sua responsabilità gli aveva fatto perdere. Sedette accanto al letto, mentre Cyrus Smith stava in piedi, e Pencroff, lacerata la propria camicia, faceva macchinalmente delle filaccie.

Gedeone Spilett spiegò allora a Cyrus Smith come credesse dover innanzi tutto arrestare l’emorragia, ma non già chiudere le due piaghe, nè farle cicatrizzare immediatamente, essendovi stata perforazione interna e dovendosi impedire l’accumulamento della suppurazione nel petto.

Cyrus Smith l’approvò completamente, e fu deciso di bendare le due piaghe senza cercar di chiuderle [p. 79 modifica]forzatamente. Per buona sorte, non parve che avessero bisogno di essere operate.

Ed ora, per reagire contro l’infiammazione che dovea sopraggiungere, possedevano i coloni un agente efficace?

Sì, ne avevano uno, perchè la natura lo ha prodigato generosamente: avevano l’acqua fredda, vale a dire il sedativo più potente di cui si possa servire contro l’infiammazione delle piaghe, il più efficace agente terapeutico nei casi gravi, che oramai è adottato da tutti i medici. L’acqua fredda ha inoltre il vantaggio di lasciar la piaga in riposo assoluto, e di preservarla da qualsiasi bendamento prematuro beneficio non lieve, perchè è dimostrato dall’esperienza che il contatto dell’aria è funesto nei primi giorni.

Gedeone Spilett e Cyrus Smith ragionavano così col loro semplice buon senso e si comportavano come avrebbe fatto il miglior chirurgo.

Compresse di tela furono applicate alle due ferite del povero Harbert, e dovevano essere di continuo inzuppate d’acqua fredda. Il marinajo aveva in sulle prime acceso un fuoco nel camino dell’abitazione, che non mancava delle cose necessarie alla vita. Zucchero d’acero, piante medicinali — quelle medesime che il poveretto aveva raccolte sulle sponde del lago Grant — permisero di fare qualche tisana rinfrescante, che venne fatta bevere all’infermo senza che egli se ne accorgesse. Ardentissima era la sua febbre, e tutta la giornata e tutta la notte trascorsero senza che Harbert tornasse in sè. La vita di lui era attaccata ad un filo che poteva rompersi ad ogni istante.

Il domani, 12 novembre, Cyrus Smith ed i suoi compagni ripigliarono un po’ di speranza. Harbert era uscito dal lungo torpore. Aprì gli occhi, riconobbe Cyrus Smith, il reporter e Pencroff; pronunciò due o tre parole. Non sapeva quanto era accaduto; [p. 80 modifica]gli venne detto; e Gedeone Spilett lo pregò di serbare un riposo assoluto, dicendogli che la sua vita non era in pericolo e che le ferite dovevano cicatrizzarsi in pochi giorni. Del resto, Harbert non soffriva quasi, e l’acqua fredda con cui venivano bagnate continuamente le piaghe impediva l’infiammazione. La suppurazione si compiva in modo regolare, la febbre non cresceva e si poteva sperare che la terribile ferita non avesse a produrre alcuna catastrofe. Pencroff sentì il cuore alleviarglisi a poco a poco; egli pareva una suora di carità od una madre al letto del suo figliuolo.

L’infermo si assopì di nuovo, ma il suo sonno era più placido.

— Ditemi ancora che sperate, signor Spilett, disse Pencroff, ripetetemi che salverete Harbert.

— Sì, lo salveremo, rispose il reporter; la ferita è grave e fors’anco la palla ha attraversato il polmone, ma la perforazione di quest’organo non è mortale.

— Dio vi ascolti! ripetè Pencroff.

Come si può credere, da ventiquattro ore che erano al ricinto, i coloni non avevano avuto altro pensiero fuorchè curare Harbert. Non avevano badato nè al pericolo che poteva minacciarli dove i deportati tornassero, nè alle precauzioni da prendere in avvenire.

Ma in quel giorno, mentre Pencroff vegliava al letto dell’ammalato, Cyrus Smith ed il reporter parlarono di quanto conveniva fare. Dapprima percorsero il ricinto. Non v’era traccia alcuna di Ayrton. Il disgraziato era egli stato trascinato dagli antichi complici? Oppure, sorpreso da essi nel ricinto, aveva egli lottato e soggiaciuto nella lotta?

Quest’ultima ipotesi era, ahi! troppo probabile. Gedeone Spilett, al momento in cui scavalcava la palizzata, aveva visto benissimo uno dei deportati che [p. 81 modifica]fuggiva dal contrafforte del monte Franklin e verso il quale Top si era precipitato.

Era uno di quelli il cui canotto si era infranto sugli scogli della foce della Grazia; d’altra parte, colui che Cyrus Smith aveva ucciso, ed il cui cadavere fu trovato fuor del ricinto, apparteneva propriamente alla banda di Bob Harvey.

Quanto al ricinto non vi era traccia di saccheggio. Le porte ne erano chiuse e gli animali domestici non avevano potuto disperdersi nella foresta. Non vedevasi nemmeno alcuna traccia di lotta, alcun guasto nell’abitazione, o nella palizzata; solo le munizioni, di cui Ayrton era provveduto, erano scomparse con lui.

— Il disgraziato sarà stato sorpreso, disse Cyrus Smith, e siccome era uomo capace di difendersi, sarà soggiaciuto.

— Sì, questo è a temersi, disse il reporter, e poi senza dubbio i deportati si sono acconciati nel ricinto, ove trovavano di tutto in abbondanza, e non hanno presa la fuga se non quando ci hanno visti arrivare. È evidente che in questo momento Ayrton, morto o vivo, non è più qui.

Bisognerà battere la foresta, disse l’ingegnere, e sbarazzar l’isola da quei miserabili. I presentimenti di Pencroff non lo ingannavano quando voleva che dessimo loro la caccia come a belve feroci. Se l’avessimo fatto ci saremmo risparmiati tante sciagure.

— Sì, rispose il reporter, ma ora abbiamo il diritto di essere spietati.

— Ad ogni modo, disse l’ingegnere, siamo costretti ad aspettare ed a rimanercene nel ricinto fino a che si possa, senza pericolo, trasportare Harbert al Palazzo di Granito.

— Ma Nab? domandò il reporter.

— Nab è al sicuro.

— E se, inquieto della nostra assenza, si arrischiasse a venire? [p. 82 modifica]

— Non deve venire, rispose vivamente Cyrus Smith; sarebbe assassinato per via.

— Ed è peraltro probabile che cercherà di raggiungerci.

— Ah! se il telegrafo funzionasse ancora, si potrebbe avvertirlo; ma ora è impossibile! Quanto a lasciar qui Pencroff ed Harbert, non lo possiamo.... Ebbene, andrò io solo al Palazzo di Granito!

— No, no, Cyrus! rispose il reporter, non vi dovete esporre, nulla varrebbe il vostro coraggio; quei miserabili sorvegliano certamente il ricinto, sono appostati nei boschi fitti che lo circondano, e se partiste avremmo da piangere due disgrazie invece di una.

— Ma Nab? ripetè l’ingegnere; sono ventiquattro ore che è senza nostre notizie! Vorrà venire!

— E siccome sarà ancor meno di noi sull’avvisato, rispose Gedeone Spilett, ci rimetterà la vita.

— Non v’è dunque mezzo d’avvertirlo?

Mentre l’ingegnere rifletteva, i suoi sguardi caddero sopra Top, il quale andando e venendo pareva dire:

“E non ci sono forse io?”

— Top! chiamò Cyrus Smith.

L’animale diè un balzo alla chiamata del padrone.

— Sì, Top andrà, disse il reporter che aveva compreso l’ingegnere. Top passerà dove noi non potremmo passare. Porterà al Palazzo di Granito notizie del recinto e a noi quelle del Palazzo di Granito.

— Presto, rispose Cyrus, presto!

Gedeone Spilett aveva lacerato una pagina del suo taccuino e vi scrisse queste linee:

“Harbert ferito, noi siamo al ricinto; sta in guardia. Non lasciare il Palazzo di Granito. I deportati si sono fatti vedere nei dintorni? Rispondi per mezzo di Top.”

Questo foglietto laconico conteneva tutto ciò che Nab doveva apprendere e gli domandava in pari tempo tutto quanto ai coloni premeva sapere. Fu piegato ed attaccato al collare di Top in modo visibile. [p. 83 modifica]

— Top! disse allora l’ingegnere accarezzando l’animale, Nab! Top! Nab! va, va!

Top diè un balzo a queste parole. Comprendeva, indovinava quanto si voleva da lui; la via del Palazzo gli era famigliare. In meno di mezz’ora poteva averla percorsa ed era permesso sperare che là dove nè Cyrus nè il reporter avrebbero potuto arrischiarsi senza pericolo, Top, correndo in mezzo alle erbe sotto i boschi potesse passare inavvertito.

L’ingegnere andd alla porta del ricinto ed aprì uno dei battenti.

— Nab! Top! Nab! ripetè ancora una volta l’ingegnere stendendo la mano verso il Palazzo di Granito.

Top si slanciò fuori e sparve quasi subito.

— Arriverà? disse il reporter.

— Sì, e tornerà il fedele animale!

— Che ora è? domandò Gedeone Spilett.

— Sono le dieci.

— Fra un’ora può essere qui; ne spieremo il ritorno.

La porta del ricinto fu chiusa. L’ingegnere ed il reporter rientrarono nell’abitazione. Harbert era allora profondamente assopito. Pencroff gli manteneva le compresse in uno stato permanente di umidità. Gedeone Spilett, vedendo che non vi era allora nulla da fare, s’accinse a preparare un po’ di cibo, pur sorvegliando con cura la parte del ricinto addossata al contrafforte, per la quale poteva avvenire un’aggressione.

I coloni aspettarono il ritorno di Top non senza ansietà. Un po’ prima delle undici, Cyrus Smith ed il reporter colla carabina in mano stavano dietro l’uscio, pronti ad aprirlo al primo latrato del cane, perchè non dubitavano che se Top avesse potuto giungere felicemente al Palazzo di Granito, Nab l’avrebbe subito rimandato.

Erano entrambi là da dieci minuti circa, quando s’udì uno sparo seguito subito da latrati ripetuti. [p. 84 modifica]

L’ingegnere aprì la porta, e vedendo ancora un po’ di fumo a cento passi nel bosco, fece fuoco in quella direzione.

Quasi subito Top balzò nel ricinto, la cui porta fu chiusa vivamente.

— Top, Top! grido l’ingenere pigliando la grossa testa del cane.

Un biglietto era attaccato al collo dell’animale, e Cyrus Smith lesse queste parole scritte coi grossi caratteri di Nab:

“Niente pirati nei dintorni del Palazzo di Granito. Io non mi muoverd. Povero signor Harbert!„