L'indipendenza degli Stati italiani necessaria al risorgimento della penisola

Anonimo

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L’INDIPENDENZA DEGLI STATI ITALIANI

NECESSARIA AL RISORGIMENTO DELLA PENISOLA.




Quando pratiche e civili riforme si vanno introducendo in tutti gli Stati europei con una perseveranza ed un ardire ignoti affatto negli andati tempi, è egli mai possibile che in Italia si continui a starsi colle mani alla cintola, e che i suoi abitanti non le anelino con la più viva ansietà?

Ed i molti e sostanziali miglioramenti che gli Stati limitrofi e vicini all’Italia, tali che la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, l’Alemagna, la Grecia, vanno senza posa attivando nel civile reggimento e nelle relazioni della vita pubblica, vuolsi che con la frequenza e con la rapidità delle odierne comunicazioni, non siano per esercitare un’influenza immensa e continua sulle popolazioni italiane, che modificandone profondamente i sentimenti e le idee, non diano origine a nuovi bisogni, che non eccitino in loro il desiderio vivissimo di analoghi miglioramenti, che non si tentino conseguirli ora con manifestazioni pacifiche, ora con atti violenti? Chi lo pretendesse negherebbe la natura delle cose e null’altro proverebbe che d’ignorare i moventi del cuore umano.

Come mai non si può tener conto dei nuovi bisogni sì [p. 8 modifica]morali che materiali di 24 milioni d’uomini? come non dirigerli per evitare il pericolo di esserne soverchiato? E chi da senno oserebbe chiamarli utopie, sogni di menti esaltate? Chi andasse ciò propalando non darebbe egli manifesta prova o di una perversità d’animo o d’una ottenebrazione di spirito? Come infine resistere alla pubblica opinione la quale finisce sempre, più presto o più tardi, per prevalere?

Che alla perfine anche in Italia principi e popolo si intendano fra loro come sonosi altrove intesi. Che agli uni ed all’altro siano cari l’onore e la prosperità della comune patria, e che li promuovano con tutte le forze dell’animo loro. Che la riforma, come è onesto ed utile, dai principi si diparta, e il popolo l’assecondi! — È di mestieri però che gli uni e l’altro si facciano abili ad intraprenderla ed a secondarla, e perciò meritevoli entrambi di goderne i frutti. Ed a tale capacità non potrà farsi luogo davvero, e non altrimenti, che divenendo religiosi senza ipocrisia — rispettosi per l’altrui diritto — osservanti dei propri doveri — caritatevoli verso la patria — gelosi del suo onore — pronti a difenderla dalle ingiurie nemiche — e finalmente capaci ed operosi nello svilupparne tutte le forze sì morali che materiali.

Inalzo al sommo Dio voti, per quanto per me si può, i più fervidi, perchè tali disposizioni d’animo, perchè tali oneste tendenze si manifestino ne’ principi italiani e nelle popolazioni che governano. Ove ciò non si verifichi Dio solo sa a quali tristi giorni andremo incontro, giorni di guerra or sorda or palese e sempre più intensa tra i nostri principi e le popolazioni, giorni di reazione e [p. 9 modifica]di supplizj, e sempre di feroce e cupo sospetto tra governanti e governati. E tutto ciò in faccia all’Europa, che con i soli suoi esempj di ogni dì energicamente ci sospinge nelle vie della pratica e civile riforma, per riconquistare tra i popoli quel rango che perdemmo or sono tre secoli. Che la mutua fiducia rinasca dunque tra i principi e i popoli della Penisola. Uniscano le loro forze per promuovere il bene della comune patria; conoscano gli uni e gli altri i veri attuali bisogni, ed i primi si studino di sodisfarli lealmente. Dal loro accordo sorga per l’Italia una terza era d’incivilimento per cui ben ordinata, religiosa, forte, ricca e tranquilla non sia più per lo straniero un soggetto d’insultante pietà, per lo meno, e non sempre a torto. Questo è e deve essere oggi il voto di ogni onesto Italiano.

Se soltanto per la mutua fiducia dei principi della Penisola e le popolazioni che governano, possono migliorarsi le sorti d’Italia e si può sperare d’inalzarla al grado d’incivilimento proprio dell’epoca nostra, esaminiamo con quali mezzi possa tentarsi di giungervi.

Quando la pace regna tra le nazioni, tutti i sovrani sono l’uno dall’altro indipendenti, qualunque siano l’estensione, la popolazione, la forza e la ricchezza dei loro Stati; quindi per essi uguale libertà di azione nei rapporti internazionali, come in quelli d’interno reggimento. Disgraziatamente i sovrani d’Italia da lunga pezza abdicarono la loro indipendenza, e si fecero sconsigliatamente ligj dello straniero con gravissimo loro danno e delle popolazioni che governano. Questo fatto è pur troppo vero e di pubblica notorietà. [p. 10 modifica]

Ecco la causa precipua che in Italia alienò ai principi l’affetto delle popolazioni, e che fu ed è loro d’obice a promuovere l’incivilimento con quella sagacità, con quella alacrità e con quella perseveranza che son volute dai tempi. L’influenza straniera, cui piace ai principi nostri farsi servi, non cessa con ogni premura di dipinger loro le popolazioni della Penisola disaffezionate, pronte sempre in ogni apparentemente propizia occasione ad insorgere contro il loro potere, ed immeritevoli perciò di qualsivoglia abbenchè moderatissima concessione intesa a migliorare le condizioni. Che anzi, onde aver sempre quiete, docili e sommesse le popolazioni, non cessa lo straniero di ripetere ai principi nostri che fa di mestieri costantemente governarle con i modi i più assoluti, interdir loro qualunque partecipazione ai pubblici affari e con l’intimidazione dominarne e fiaccarne gli spiriti.

Non dipende che da un atto di volontà dei sovrani di Italia emanciparsi dall’influenza straniera, la quale li invilisce in faccia a loro stessi, alle loro popolazioni ed all’Europa. Pensino, sentano ed agiscano da principi indipendenti quali la Provvidenza li costituì. Allora, ed allora soltanto, potrà rinascere la fiducia tra principi e popolo, fondamento d’ogni stabile e ben ordinato governo.

Se piacesse alla Provvidenza nella sua immensa misericordia illuminare lo spirito e toccare il cuore dei principi nostri per determinarli a reggere i loro Stati con pienezza d’indipendenza, sarebbe questo il più gran benefizio che potesse essere ora impartito alla nostra Penisola dal [p. 11 modifica]sommo Iddio, cui renderei immantinente e con tutta l’effusione dell’animo le più sentite grazie!

E se di un tal fatto per grandissima ventura nostra fosseci dato essere testimonj, vedremmo allora tosto cambiarsi l’indole dei rapporti internazionali degli Stati Italiani sia tra loro stessi sia con l’estero. Non più una politica d’isolamento e di diffidenza tra i governi della Penisola, non più una politica di umiliante condiscendenza, o di suggezione alle esigenze men fondate dei governi esteri. Sorgerebbero al contrario tra gli Stati della Penisola rapporti di mutua benevolenza intesi a promuovere i comuni interessi delle popolazioni, e con i reggimenti stranieri relazioni, benevoli sì, ma tali quali convengonsi alla dignità ed alla sicurezza degli Stati indipendenti.

In questi nuovi e veri rapporti dei principi nostri tra loro e con l’estero, le popolazioni italiane scorgerebbero ed a ragione la condizione del loro risorgimento; e l’impossibilità di un progresso onesto, ben inteso e pacifico ove tali rapporti non fossero per intervenire.

Il sentimento della nazionalità incomincerebbe allora a sorgere tra noi sostituendosi a quello municipale con tanta cura or coltivato dall’influenza straniera, che su i governi nostri perseverantemente esercitasi. Questo sentimento della nazionalità facendo luogo alla coscienza delle proprie forze dileguerebbe l’attuale scoraggimento, rialzerebbe il carattere degli Italiani, e le più solide nostre qualità morali potrebbero allora svilupparsi ed esercitarsi con lealtà e con sicurezza sì dei governi che degli individui. Questo ci sembra essere oggi il punto [p. 12 modifica]di partenza per render possibile qualsivoglia miglioramento nelle condizioni della Penisola.

Tentiamo ora d’indicare alcune delle principali misure che tra governi italiani emancipatisi dall’influenza estera potrebbero agevolmente concertarsi a comune vantaggio delle popolazioni dei singoli Stati, senza menomare l’indipendenza dei loro governi, nè tampoco il potere dei respettivi principi. Con linee ferrate nazionali1 una unione doganale — un accordo tra le nostre marinerie per il più facile approdo nei porti della Penisola — una comunanza di pesi, misure e monete — una eguaglianza di tariffe postali, e quanto infine potesse migliorare la situazione economica delle nostre popolazioni per mezzo di norme comuni ai diversi Stati. Quale potentissimo eccitamento al progresso delle nostre industrie, e dei nostri traffici! È più agevole immaginarlo che dirlo. Ciascuno dei nostri principi, libero dallo straniero influsso che ne paralizza ogni buon pensiero, e ne sospende ogni moto generoso diretto ad avvantaggiare gli interessi morali delle popolazioni affidate loro dalla Provvidenza, vorrebbe che la giustizia fosse ugualmente amministrata a tutti i cittadini con le possibili guarentigie da giudici indipendenti: quindi non più tribunali d’eccezione e [p. 13 modifica]commissioni speciali e straordinarie. L’amministrazione municipale e provinciale sarebbe restituita alla sua vera indole, all’onesta e larga discussione cioè dei relativi affari per parte dei soli interessati. L’educazione e l’istruzione nazionale, oggi a disegno negletta, sarebbe generalizzata e resa accessibile a tutte le classi della società in ragione dei loro respettivi ufizj e bisogni, e vegliata con giusta misura dallo Stato. La pubblicazione d’ogni pensiero onesto ed utile non sarebbe più vietata, e le forze degli ingegni non sarebbero più depresse da leggi nemiche dell’intelligenza umana.

I grandi mutamenti in un popolo non si ottengono che mercè l’azione del tempo. Ed è in questo tempo appunto che le nazioni vi si preparano reagendo sopra loro stesse. L’atto di forza materiale che d’ordinario precede i grandi mutamenti non è generalmente che il fatto palese della loro realizzazione. Ma affinchè con esso la riforma effettivamente si compia fa di mestieri che le nazioni vi siano convenientemente preparate.

E noi Italiani, nazione da oltre tre secoli decaduta per modo da essere oggidì oggetto di pietà, o di disprezzo per lo straniero, ed a cui più non resta che nome, lingua, culto e reminiscenza delle prische grandezze, se vogliamo conquistare davvero la nazionale indipendenza prepariamoci efficacemente a quest’atto il più grande, il più solenne che una nazione possa proporsi. Tutti, e subito, diamo opera a riformare noi stessi; ciascuno nella respettiva posizione sociale promuova con solerzia tutto quel bene che gli è possibile, e con tutti quei legali ed onesti modi dei quali può disporre. Questa è la sola ed [p. 14 modifica]unica via per la quale ognuno può ritrovare il senso della propria dignità come individuo, e come cittadino, per cui può formarsi una pubblica opinione forte e da tutti consentita, per cui può nascere la fede nel diritto comune, per cui infine, moralmente rigenerati, potremo con fondamento aspirare alla politica indipendenza della nostra patria, e meritarla, per conseguirla quando che sia. Questa, non andiamo errati, è la prima condizione di ogni migliore ordinamento civile e politico in Italia. Riformando noi stessi, riformeremo i nostri governi ed i nostri principi per la reciproca azione che necessariamente gli uni sopra gli altri esercitano.

Tregua dunque di cospirazioni, e di violente manifestazioni. Sono conati improvvidi, spesso ridicoli, e sempre dannosi disperdimenti di forze.

La nazionale indipendenza è opera di lunga lena, e di operosità perseverante e prudente, di sacrifizj incessanti. È a questo prezzo soltanto che è dato a noi di conseguirla. Prepararla è nostro dovere, perchè le generazioni passano, ma la patria non muore mai.



Giugno 1846.


Note

  1. Si pretende che l’influenza straniera su i governi di Parma e di Modena sia tale da ritardare per lungo tempo ancora la concessione di via ferrata in quei due Stati, nella veduta di dirigerla esclusivamente quando che sia verso il solo Regno Lombardo-Veneto. E tutto ciò mosso da vedute commerciali e strategiche.