L'avvenire!?/Capitolo nono

Capitolo nono

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Edward Bellamy - L'avvenire!? (1888)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1891)
Capitolo nono
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CAPITOLO NONO




Il dottor Leete e sua moglie furono sorpresi nell’udire della mia uscita e furono soddisfatti di non vedermi maggiormente eccitato.

«La vostra passeggiata fu certamente interessante» disse la signora Leete, sedendo a tavola per la colazione. «Avrete visto molte novità?»

«Ho visto poche cose che non siano nuove. Ciò che mi sorprese assai però fu di non scorgere nè botteghe nè uffici. Dove sono i negozianti e i banchieri? Li avete forse impiccati?»

«Questo no» esclamò il dottor Leete. «Li abbiamo aboliti, la loro attività è divenuta inutile nel nuovo mondo».

«E chi vende adesso ciò che si vuol comprare?» domandai.

«Ora non si compera nè si vende. La divisione della merce si fa diversamente. In quanto ai banchieri non ne abbiamo bisogno, perchè oggi non abbiamo più il danaro».

«Signorina Leete» dissi, rivolgendomi ad Editta, «vostro padre ha voglia di scherzare». [p. 45 modifica]

«Mio padre non scherza» mi rispose con un dolce sorriso.

La conversazione si aggirò sulle mode delle signore al secolo decimonono, credo per desiderio della signora Leete, e dopo, la colazione, il dottore continuò il discorso cominciato prima.

«Siete sorpreso, perchè dico che non occorre nè danaro, nè commercio, ma, riflettendo, vedrete che al tempo vostro entrambi esistevano perchè la produzione era in mani private, mentre ora sarebbero superflui».

«In questo momento io non riesco a capire la vostra asserzione» dissi.

«Essa è molto semplice,» replicò il dottor Leete. «Fintanto che persone indipendenti, fra le quali non esisteva nessuna relazione, producevano le varie cose necessarie alla vita ed al benessere, occorreva ad ogni individuo un’infinità d’inganni per giungere a procurarsi ciò che gli era necessario. Quegli inganni costituivano il commercio e il danaro era il fine.

Quando però la nazione divenne unico produttore, gl’individui non ebbero più bisogno di adoperare inganni per ottenere ciò che loro bisognava. Tutto si prendeva alla stessa sorgente e non si ricorreva altrove.

Un sistema di divisione diretta, nei depositi nazionali, prese il posto del commercio e quindi il danaro divenne inutile».

«E come fu trattata questa divisione?» chiesi allora.

«Con un mezzo più che mai semplice,» rispose il dottor Leete. «Al principio di ogni anno si iscrive, nei libri pubblici, all’avere di ogni cittadino, un tanto che corrisponde alla sua parte dell’introito annuo della nazione, e gli si consegna un biglietto di credito mediante il quale egli riceve, quando lo desidera, tutto ciò che gli occorre e che trova nei depositi pubblici annessi ad ogni comune. Vedete che questa istituzione rende inutile ogni relazione fra individuo e consumatore. Volete vedere come siano questi biglietti di credito? Ecco; come vedete,» proseguì, mentre osservavo curiosamente la carta che egli mi aveva porta, «questo biglietto rappresenta una certa somma di dollari. Abbiamo conservata la vecchia parola (dollaro); ma non l’oggetto. L’espressione, come la usiamo, [p. 46 modifica]non corrisponde a nessun oggetto reale; ma serve soltanto come simbolo algebrico per paragonare fra di loro i valori delle singole produzioni. Per ciò esse vengono stimate a prezzo di dollari e centesimi, come al tempo vostro. Il valore di ciò che mi faccio dare vien notato su questo biglietto da un impiegato.»

«Ma se voleste acquistar qualche cosa dal vostro vicino,» chiesi, «potreste dedurne il prezzo da questo credito?»

«In primo luogo,» rispose il dottore Leete, «i nostri vicini non hanno nulla da venderci; ma, in ogni modo, il nostro credito non è trasportabile; esso è puramente personale. Prima di permettere una simile trasmissione, la nazione dovrebbe prendere informazioni precise sui più minuti particolari dell’affare per poterne garantire l’assoluta giustezza. Per abolire il danaro, bastò una sola ragione: quella cioè che il possederlo non provava che esso fosse stato onestamente acquistato. Esso poteva cadere in mano tanto del ladro e dell’assassino, quanto di colui che se lo era guadagnato lavorando. Oggigiorno la gente si scambia amicizia, favori e doni; ma il comperare ed il vendere non va d’accordo colla benevolenza reciproca e col disinteresse che devono regnare fra i cittadini, nè colla comunanza degl’interessi che è la base del sistema sociale. Secondo il nostro modo di vedere, il comperare ed il vendere non è assolutamente sociale. È un aspirazione a far guadagni a danno degli altri, e nessuna società, i cui membri pensassero a far ciò, potrebbe progredire nella civilizzazione.»

«E che accadrebbe se, nell’anno, spendeste una somma maggiore di quella indicata sul biglietto?» domandai.

«L’assegnamento è sì ricco, che è assai facile che non si giunga a spendere tutto,» riprese il dottor Leete. «Però dato il caso che sopraggiungessero spese straordinarie, si potrebbe chiedere un imprestito sul credito dell’anno successivo. Ma ciò non sarebbe veduto di buon occhio.»

«E se non spendeste tutto, il resto si accumulerebbe?»

«Ciò è permesso sino ad un certo limite e soltanto se sono imminenti spese straordinarie. In generale, il cittadino non [p. 47 modifica]approfitta di quel residuo; la differenza va a vantaggio di tutti.»

«Ma questo sistema non incoraggia l’economia?» osservai.

«Non è nemmeno necessario,» fu la risposta. «La nazione è ricca e non ha bisogno che il popolo si privi di qualsiasi diletto. Ai tempi vostri si accumulavano provviste e danari per i giorni di penuria o per lasciarli ai figli. Questa necessità faceva sì che l’economia fosse una virtù. Ormai essa non avrebbe più uno scopo così lodevole e quindi cessa di esser considerata, come una virtù. Nessuno pensa più al domani, nè per sè, nè per i propri figli, dal momento che la nazione provvede ad ogni cittadino, e per tutta la sua vita, tutto quanto gli è necessario.»

«È questa una garanzia assai vasta!» dissi. «Ma dov’è la certezza che il valore del lavoro di un uomo giunga a compensare la nazione delle spese fatte per lui? In generale la società può essere in caso di mantenere tutti i suoi membri; ma alcuni guadagneranno meno di quanto occorre a mantenerli, mentre altri guadagneranno di più; e ciò ci conduce daccapo alla quistione del compenso, della quale non mi avete ancora parlato. Ed è qui appunto che interrompemmo la nostra conversazione, iersera; ora io ripeto che, in ciò, non mi par conveniente un sistema industriale nazionale. Come mai, domando ancora, potete voi stabilire, in modo che soddisfi ognuno, il rapporto dei compensi agl’incalcolabili e variati impieghi che son necessari al servizio della società? Ai nostri tempi, v’era il prezzo corrente per stabilire il valore dei diversi lavori e delle merci. Chi dava da lavorare pagava meno che poteva; l’operaio chiedeva tutto quanto era possibile chiedere. Ammetto che, dal punto di vista dell’etica, quello non era un bel sistema; ma almeno avevamo così una formola generale che ci permetteva di stabilire una quistione, che occorreva regolare diecimila volte al giorno, se si voleva andare avanti. Non ci pareva possibile di trovare un mezzo più pratico.»

«Sì,» disse di rimando il dottor Leete, «era il solo mezzo pratico con un sistema che spingeva ogni individuo ad essere, nel proprio interesse, nemico del suo simile, ma sarebbe stata [p. 48 modifica]una disgrazia se l’umanità non avesse trovato un metodo migliore, non era che lo svolgimento di questo diabolico principio: il tuo bisogno è la mia fortuna (mors tua, vita mea), nelle reciproche relazioni degli uomini. Il compenso dato per un servizio prestato, non era già adeguato alla difficoltà ed al pericolo di esso, chè, a quanto pare, il lavoro più difficile, più pericoloso e più sucido era sempre fatto dalle classi che venivano pagate meno; ma bensì soltanto e sempre all’entità dell’imbarazzo momentaneo in cui si trovava quegli che aveva bisogno che gli si prestasse quel servizio.»

«Ammetto tutto ciò,» dissi; «ma il nostro metodo di regolare i prezzi a seconda di un prezzo corrente, era, a dispetto de’ suoi difetti, un metodo pratico e non giungo ad indovinare come abbiate fatto a trovarne uno altrettanto soddisfacente. Siccome non v’è che lo Stato che fa lavorare, non v’è naturalmente più prezzo corrente. I compensi sono arbitrariamente stabiliti dallo Stato. Non vi dev’essere compito più imbrogliato e più scabroso, nè maggiormente atto ad eccitare il malcontento generale.»

«Credo,» replicò il dottor Leete, «che esageriate la difficoltà. Supponiamo che vi sia un collegio di uomini ragionevoli e ben intenzionati i quali abbiano l’incarico di stabilire la mercede di ogni sorta di lavori, con un sistema che, come il nostro, guarentisca tutte le occupazioni e lasci libera la scelta degli impieghi. Non comprendete che, per quanto possa sembrare poco soddisfacente la prima assegnazione, gli errori finirebbero col correggersi da sè? Troppi vorrebbero occuparsi dei lavori privilegiati, mentre troppo pochi sarebbero disposti a far gli altri. Ma questo non ha nulla da fare con noi, poichè, sebbene questo metodo sia assai pratico, esso non appartiene al nostro sistema.»

«Ma in che modo adunque regolate le mercedi?» chiesi nuovamente.

Il dottor Leete riflettè un istante.

«Il vecchio ordine delle cose,» disse quindi, «non è abbastanza noto perchè possa comprendere che cosa intendiate dire con questa domanda; peraltro l’ordinamento attuale è sì diverso [p. 49 modifica]su questo punto, che non so come fare a rispondervi. Voi mi chiedete in che modo regoliamo le mercedi; posso rispondervi soltanto che nel governo sociale moderno, non v’è nulla che corrisponda alle mercedi dei tempi vostri».

«Intendete dire che non avete danaro per pagare questi salari», dissi. «Ma il credito fatto all’operaio presso i vostri depositi governativi, corrisponde a ciò che noi chiamavamo mercede. Come vien stabilito l’ammontare del credito dato per i singoli rami? Con qual diritto ogni individuo esige la sua parte? Qual’è la base della divisione?»

«Il suo diritto», rispose il dottor Leete, «è la sua natura umana. Per pretendere egli si basa sul fatto che è un uomo».

«Sul fatto che è un uomo!» ripetei incredulo. «È egli possibile che voi intendiate dire che tutti hanno la stessa parte?».

«Certamente».

Non posso certo pretendere che i lettori di questo libro i quali non hanno mai conosciuto un’altra organizzazione, nè hanno particolarmente studiato le epoche remote in cui era in vigore un altro sistema, comprendano lo stupore che produsse in me la semplice asserzione del dottor Leete.

«Vedete bene», disse egli sorridendo, «che, non solo non possediamo moneta onde pagare salari; ma, come già ve lo dissi, non abbiamo assolutamente nulla che corrisponda alle vostre mercedi».

Frattanto mi ero abbastanza rimesso per poter esprimere alcuni giudizi circa quella maravigliosa organizzazione.

«Taluni però lavorano il doppio di molti altri», esclamai. «Il buon operaio è egli soddisfatto di un metodo che lo rende uguale al mediocre?»

«Non diamo cagione a nessuno di lamentarsi di un’ingiustizia», rispose il dottor Leete, «e ciò perchè chiediamo a tutti precisamente la stessa quantità di lavoro».

«Vorrei sapere come potete far ciò, poichè non vi sono due uomini che abbiano lo stesso grado di forza».

«Nulla di più semplice», fu la risposta. «Chiediamo a tutti uno sforzo uguale; vale a dire, chiediamo che ognuno faccia quel lavoro che può fare». [p. 50 modifica]

«Ammesso che tutti lavorino con tutte le loro forze», risposi, «il risultato dato dall’uno, sarà due volte maggiore di quello dato da un altro».

«Verissimo», replicò il dottor Leete; «ma il risultato non ha nulla di comune con la quistione, questa tratta del merito. Il merito è quistione di morale ed il risultato è quistione di quantità materiale. Sarebbe una logica assai strana, il voler misurare una quistione morale con una misura materiale. L’entità dello sforzo è solo proporzionata alla quistione del merito. Tutti gli uomini che lavorano a seconda delle proprie forze, fanno un lavoro uguale. Soltanto il talento d’un uomo determina la misura del suo dovere. L’uomo che ha grandi capacità, ma che non fa tutto ciò che potrebbe fare, gode, presso i suoi simili, minor stima che non colui che, con capacità minime, fa quanto può e di meglio; e, quando muore, vien considerato dai suoi simili come un debitore. Il Creatore dà ad ognuno un compito adeguato alla capacità; noi non ne chiediamo che l’adempimento».

«È questa, certo, una bella filosofia», dissi, «eppure mi sembra cosa crudele che l’uomo che lavora il doppio di un altro, sebbene entrambi facciano quanto permettono loro le proprie forze, riceva un’uguale retribuzione».

«La pensate proprio così?» rispose il dottor Leete. «Ciò però mi sorprende. Oggigiorno si crede invece generalmente che quegli che, con uno sforzo uguale a quello d’un altro, ha la facoltà di fare un lavoro doppiamente maggiore e non lo fa, meriti di essere punito. Forse che, nel secolo XIX, allorquando un cavallo portava un peso doppio di quello portato da una capra, lo ricompensavate? Oggi invece, noi lo frusteremmo per bene giacchè, essendo assai più forte, è quello il suo dovere. È incredibile quanto siano suscettibili di cambiamento i principi etici!» Ed in ciò dire il dottore fece un tale ammiccare degli occhi, che dovetti ridere e dissi:

«Credo che il vero motivo per cui compensavamo gli uomini a seconda del loro merito, mentre non badavamo alla differenza degli sforzi fatti dagli animali, si è che questi, essendo irragionevoli, facevano sempre tutto quanto potevano fare, mentre l’uomo [p. 51 modifica]non lavorava che a seconda della mercede concedutagli. Come va che non provate la stessa necessità; la natura umana si è ella forse tanto cambiata in un secolo?»

«Noi proviamo quella necessità», rispose il dottor Leete. «E credo che in ciò la umana natura non sia cambiata. Per eccitare gli uomini a fare sforzi speciali, occorre anche oggi proporre premi speciali».

«Ma quale eccitamento», domandai, «può avere un uomo ad affaticarsi, se le sue entrate, lavori egli più o meno, rimangono sempre le stesse. I caratteri nobili possono sentirsi spinti a sacrificarsi al bene pubblico; ma non vi pare che la generazione degli uomini, vedendo che nulla vale ad accrescere o diminuire il guadagno, debba propendere a riposarsi sul vomere ed a pensare che non franca la spesa di strappazzarsi tanto?»

«Credete voi proprio», rispose il mio compagno, «che la natura umana sia insensibile ad ogni movente estraneo al timore della povertà od all’amore del lusso, poichè ammettete che, tolto il pensiero del mantenimento, non si debba più curarsi d’altro? I vostri contemporanei però non lo credevano quantunque si immaginassero di farlo.

Quando si trattava dello sforzo più grande, dell’abnegazione essi ricorrevano ad eccitanti ben diversi. Non il pensiero di una mercede maggiore, ma l’onore, il patriottismo e l’entusiasmo per il dovere, erano i motivi che inducevano i vostri soldati a morire per la patria e non vi fu mai epoca in cui i detti motivi non destassero negli uomini i sentimenti migliori e più nobili. E questo non basta, che, se voi analizzate l’amore al danaro che, all’epoca vostra era lo sprone universale, trovate che il timore della povertà ed il desiderio di lusso, non erano che due dei vari motivi che rappresentassero l’aspirazione al danaro; gli altri, di gran lunga più importanti, erano il desiderio di esser potenti, di occupare una posizione sociale e di essere presi in considerazione per abilità o per successi ottenuti. Voi vedete dunque che, sebbene abbiamo scacciata la povertà con le sue lagrime ed il lusso con le sue dissolutezze, non abbiamo intaccata la maggior parte dei motivi che vi eccitavano ad affaticarvi. I motivi più materiali [p. 52 modifica]che ora non ci commuovono più, sono stati suppliti da altri più nobili, che erano sconosciuti ai lavoratori dei tempi vostri. Ora che l’industria è tutta al servizio della nazione, l’amore alla patria ed all’umanità eccita gli operai, come animava allora i soldati. L’esercito industriale merita questo nome, non solo per la sua perfetta organizzazione; ma anche per l’ardente abnegazione ispirata ai suoi membri.

Voi completavate i motivi dell’amor patrio con l’amore alla gloria per eccitare la bravura dei vostri soldati; e noi facciamo lo stesso. Siccome il nostro sistema industriale è basato sul principio che si chiede ad ogni uomo di fare ciò che può di meglio, i mezzi adoperati per spronare a ciò gli operai ne costituiscono la parte essenziale. La diligenza posta al servizio nazionale è, per noi, la sola, ma certa via, che conduce alla gloria pubblica, alle distinzioni sociali ed alla potenza negli affari. I servizi prestati da un uomo alla società, determinano il posto che egli deve occuparvi. Paragonate all’effetto delle nostre istituzioni, che spingono l’uomo ad essere zelante negli affari, le vostre massime di cruda povertà e di lusso soverchio, ci sembrano tanto deboli quanto barbare.»

«Mi interesserebbe molto,» dissi, «il sapere in che consista questa disposizione sociale.»

«Il sistema nelle sue particolarità,» replicò il dottor Leete, «è naturalmente molto vasto, perchè tutta l’organizzazione del nostro esercito industriale è ad esso congiunta; ma due parole basteranno a darvene un’idea generale.»

A questo punto la nostra conversazione fu piacevolmente interrotta da Editta Leete che comparve sul terrazzo. Essa era vestita da passeggio e voleva parlare con suo padre a proposito di una cosa che doveva prendere per lui.

«Mi viene in mente, Editta,» disse egli mentre ella si accingeva ad andarsene, «che il visitare i negozi interesserebbe molto il signor West. Ho parlato con lui del nostro sistema di divisione e forse egli desidera vederlo in applicazione.»

«Mia figlia,» proseguì quindi rivolgendosi a me, «è un’infaticabile visitatrice di negozi e potrà spiegarvene meglio di me l’organizzazione.» [p. 53 modifica]

Naturalmente questa proposta mi parve eccessivamente piacevole ed Editta fu abbastanza cortese da asserire che si rallegrava della mia compagnia; e così uscimmo di casa insieme.