L'Alcina prigioniera

Gabriello Chiabrera

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L'Erminia Il Muzio Scevola
Questo testo fa parte della raccolta Poemetti di Gabriello Chiabrera
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III

L’ALCINA PRIGIONIERA

AL SIG. GIO. BATTISTA CASTELLO.

     Perchè favoleggiando empiono i versi
Di mille varj scherzi i gran Poeti,
Battista, par che gli dispregi il vulgo;
Ma tu, Castel, che non movesti il piede
5Sull’orme della plebe, or ne vien meco,
E posa all’onda di Permesso ombroso:
Io ti vedrò pennelleggiar le carte,
Che di tua mano, a meraviglia industre,
Alluminate ridono; tu lieto
10Udirai me rinnovellar memoria
Di ciò, che in riva al Po disse di Alcina
Quel Grande, che cantò gli amori e l’arme:
Così quinci a mille anni andranno insieme
Per l’Italico ciel lunge da Lete
15I tuoi cari pennelli, e le mie penne;
E sarà forse allor chi lungamente
Di te ragioni, e che di me non taccia.
Ma per altro paese i giorni eterni
Noi trarrem sciolti da terreno affanno,
20Tu co’ famosi, onde si onoran l’onde
E dell’Arno e del Tebro e della Parma,
Con quel di Urbino Italiano Apelle;
Ed io co’ Cigni di Sebeto e d’Arno
E del gran Po, ma da lontano, inchino,
25Grazia mi fia sol che ne senta il canto.
Intanto rimembriam l’iniqua Alcina:
Che fu di lei, quando, predato il Regno,
E fuggito Ruggier sola rimase?
Cantane Urania, che nel cielo alberghi.
30Ella d’odio e d’amor cotanta fiamma
Rinchiuse dentro il sen, che per lo sguardo
Invenenato se ne uscian faville;
Ed or pensando al cavalier perduto,
Sì caro obbietto, ora volgendo in mente
35Della nemica maga il grave oltraggio,
Si strazia i crini, e si percuote il petto:
Ma pur molto più lieve, e meno acerbo
Le giunge il duol della battaglia avversa,
Nè piagne i regni depredati, o duolsi
40Della vittoria, e degli altrui trionfi.
Tu che nel petto de’ mortali infondi
Soave il suco degli amari assenzi,
Tu sì la sferzi, Amor, sì la trafiggi.
Dunque nè dolce sonno a lei comparte
45Alcun riposo: o che Cimmeria notte
Si torni, o torni luminosa Aurora,
Sempre tra’ rei pensier vegghia, e sospira.
Spesso mirando i più riposti alberghi
Nel dorato palagio, o per le selve
50Gli spechi ombrosi, e le fontane ornate,
Ratto a mente le vien, quando fra loro
Ruggier fu seco alla stagion felice,
In che tutto appagava il suo desiro:
Allor eresce l’affanno, allor tempesta
55In grave duol l’alma infiammata, pensa
Qual via rimanga a racquistar l’amante.
Degli aspri incanti, e delle occulte note
Vana è l’aita, che pur dianzi scorse
Fuggirsene Ruggier da lei lontano.
60Quinci seco dolente alcun consiglio
Va ricercando a sua fortuna, e gira
Torbido il core in mille parti, e dice
Piangendo al fine: Or se non han possanza
Contro questo Guerrier magiche note,
65E se nostra beltà, che or si abbandona
Forza non ha, che il fuggitivo adeschi,
Trovisi Amor: dell’amorosa angoscia
Facciamo alta querela al suo cospetto.
Ei ch’è di strali, ei ch’è d’ardor possente,
70Render lo ci potrà. Cotal dicendo,
Mirabil carro adorna, onde trascorre
A suo piacer per l’onde, e per le nubi;
Ma pria raccoglie i crin, che il duolo ha sparsi,
Non com’era usa infra diamanti, ed ori,
75E di un oscuro vel ricopre il tergo,
Che già teneva a vil spoglie di Tiro,
E di Fenicia, e d’Oriente i pregi.
Così negletta, e lagrimosa ascende
Sul forte carro, e la volubil rota
80Sferzando muove all’amorosa Reggia.
Celatamente intanto avea Melissa,
L’amica di virtù, fatto ritorno
A spïar l’opre dell’irata Alcina,
Ed avvolta di nembi era per l’aure
85Intenta a rimirar, quando ella vede
Lei, che s’affretta, e per cammin pensosa
Va calpestando i turbini sonanti:
Ratto dietro le muove, e colle piume
Pur fasciate d’orror suo corso adegua
90Rapidamente, e già da lunge il tetto
Ponno veder degli amorosi alberghi;
Ed ecco son sulla marmorea porta.
Sull’ampia soglia inghirlandata i crini,
Vestita a verde, sorridea Speranza,
95Falsa donzella, e colla destra ajuta
Dall’alto carro a giù calarsi Alcina;
Indi le mostra, dove Amor soggiorna.
Dentro l’aurea magion folto verdeggia
Bosco di mirti, ove sull’erba in terra
100Suoi pregi vago April tutti cosparge,
Gigli, amaranti, vïolette e rose,
Giacinto, amomo, incenso, acanto e croco
Ivi son antri, che agli estivi ardori
Danno bando coll’ombre, ivi son aure,
105Ivi son onde, che correndo intorno,
Fanno all’orecchie altrui dolce lusinga;
E pur, come d’amar porga consiglio,
L’onda d’Amor, d’Amor mormora l’aura.
In sì fatta foresta almo riposo
110Traeva Amor, lasso di star sull’ali,
E di avventar non paventava piaghe;
Seco sua corte a quel soave rezzo
In ozio desïato si trastulla:
Il riso, il giuoco, i fanciulletti alati
115Sempre fugaci, in una parte i Prieghi
Dolci la lingua, e mansueti il volto:
In altra l’Ire di color sanguigno
Tutte dipinte; in solitaria piaggia,
Con nubilosa fronte in grembo ascosa,
120Giace l’Affanno; ma sciogliendo al vento
Gioconde note la Letizia scherza:
In mezzo lor colà dove dilaga

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Limpido ruscelletto, in braccio a’ fiori
Stava corcato il sagittario Infante,
125Dolce soggiogator dell’Universo.
Siedegli appresso il poco noto in terra
Diletto: ei colle man nobile cetra
Toccando, i canti colle corde alterna,
E l’aria intorno di dolcezza asperge,
130Alla bella armonia, colmo di gioja,
Sì vagheggiava una immortal faretra,
Che l’alma Idalia gli donò pur dianzi:
Questa formata di rubin fiammante,
Da lunge abbaglia, e per tre giri aurati
135Cerchiata, in quattro spazj era distinta,
Ben degno albergo degli strali ardenti.
Quivi dentro, a veder gran maraviglia,
Scolpita fu l’innamorata Psiche:
Il suo mirar l’amante, empia vaghezza,
140Le lunghe insidie, e quei sofferti affanni;
Quando la varia, innumerabil biada
In picciol’ora distingueva, e quando
Del terribile armento i ricchi velli
Rapiva in riva al tenebroso fiume:
145Vedeasi mesta rimirare il giogo
Dell’alpe immensa, e si vedea pietosa
L’Aquila riportarle il vaso, e l’onda.
Altrove appar, che Citerea sdegnata
Prender le fa cammin per l’atro Inferno.
150La bella donna del Tartareo speco
Trapassa l’ombre, e del crudel Cocito;
Varca il bollente varco d’Acheronte,
Finchè all’atra Tesifone s’inchina;
Ma ritornando a riveder le stelle,
155Gli occhi gli richiudea Stigio letargo.
Allor benigno di sua man conforto
Amor le dona, e riserrando il varco
All’indegne miserie, in sull’Olimpo
Degna la fa della nettarea mensa;
160Tal che, le finte immagini godendo,
Pasceva il guardo, e la memoria antica
Nuove dolcezze gli metteva in mente.
Quando presso di lui, fosca la fronte,
Pervenne Alcina, e distillando i lumi
165Tepido pianto in sulle gote oscure,
Prima lo riverisce, indi gli dice:
O su gli affanni, o su gli altrui cordogli
Largo dispensator d’alta dolcezza,
Alcina già solea condursi avanti
170Al tuo cospetto, ed arrecarti in dono
Ampi tesori, e colla voce in parte
Renderti grazie del felice stato
In che, la tua mercè, dianzi vivea:
Or lassa non così, che il tempo lieto
175È men venuto, e de’ miei regni antichi
Han fatto dura preda i miei nemici.
Gira gli occhi ver me; non son più d’oro,
Nè di pompa real miei vestimenti:
Le mie ricche provincie, e la mia Reggia
180Ha posta in fiamma, e coll’altrui possanza,
Spente mie forze la crudel Melissa.
Ne fu sazia di ciò, che a mio tormento
Mi ha svelto dalle braccia, e posto in fuga,
Da me lontano, il più pregiato amante,
185Il più gentil, che unqua vedesse il cielo.
Con esso ben potea temprar mia doglia,
Potea con sua beltà prender conforto
Del regno andato: ora per lei mendica,
Or vedova per lei, come rimango!
190O della face, o della fiamma eccelsa
Forte Custode, o degli strali invitti
In terra, e in mar saettator famoso,
Odi i miei preghi: e se ripormi in regno
Troppo ti sembra, e s’io, che dianzi altiera
195In mano scettro, e in fronte ebbi corona,
Ho da menar miei di serva, e deserta,
Deserta, e serva viverommi: almeno
Tendi l’arco per me; fa che s’arresti,
Fa che ritorni il fuggitivo amante;
200Vaglia tuo dardo si, ch’entrambo amiamo.
È forse cosa, di che Amor si pieghi
Più giustamente? In questi detti aperse
L’afflitta Maga il suo cordoglio, e quasi
Commosso a quel dolor piegava il petto
205Amor cortese a saziar suoi prieghi,
Se non Melissa, a rivelar sue frodi,
Squarciava il folto nembo, ove si chiuse.
Ella con nobil guardo in atto altiero
Dolce saluta d’Acidalia il figlio:
210Ei si solleva, e con onor l’accoglie,
E lieto fassi: ma dal duol percossa,
E dallo sdegno, la rimira Alcina
Con spuma a’ denti, e con faville agli occhi
La nobil donna non rivolge il guardo
215Vér la nemica, e ne’ sembianti segno
Fa di sprezzarla, e verso Amor favella:
Si querela costei, che del suo impero
Sia posta in bando, e del suo amante priva,
E me piangendo e sospirando accusa:
220Mirabil arte! nell’altrui tormento
Durar crudele, e poi ne’ proprj affanni
Farsi maestra di singhiozzi e prieghi:
Or, che tolto di man le sia lo scettro,
Ben ti confesso; ma per mia possanza
225Non perse il regno, io non le mossi assalto,
Nè per suo danno mi succinsi in arme:
Per sè medesma da lascivia spinta
Spiegò le vele, e se ne corse a’ porti
Di Logistilla, e le offerì battaglia.
230La magnanima donna in mezzo l’onde
Arse le costei navi, e diede in preda
La gente a’ pesci, e per tal modo ha vinti,
E per tal modo i regui suoi governa.
Ma dinne tu, che sì sovente appelli
235Il tuo scettro, il tuo regno, onde ti venne?
Per quali antichi tuoi ne fosti crede?
Non l’usurpasti a tradigion? rapito
Ei non pervenne a te per modi ingiusti?
Dovrà lodarsi in te, che altri si spogli
240Furtivamente, iniquamente, e che altri
Da te riscuota il suo dovrà biasmarsi?
Ma se di quel paese anche potesse
Dirsi reïna naturale antica,
Lagnarsi non potria, che altri il si tegna,
245Sì nobilmente ella ne resse il freno:
Entro un fetido mar d’empio diletto
Innabissata, non volgeva in mente
L’onorato piacer delle tue leggi.
Solo aveasi colà fermato albergo
250Lunga lussuria, indi crudel tormento:
Da tutte parti con sottile incanto
A sè traeva cavalieri, ed arsa
Guastava un tempo i lor gran pregi, e poscia
Gli trasformava in sassi, in fere, in tronchi.

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255Tra questi era Ruggier, campione invitto,
Se vibra l’asta, e di valor gentile
Il mondo tutto ad illustrar possente.
A costui porsi aíta, e lungi il trassi
Da questa tigre, e da’ suoi scempi indegni,
260Non già da te, ch’ei la tua face inchina,
E porge il nobil collo a tue catene.
Nacque sopra la Senna alma donzella,
Chiara di sangue e di beltà famosa,
Mirabile a veder, se spada impugna,
265O tra’ nemici il corridor sospinge.
Per questa egli arde, e già di loro il mondo
Giocondo attende successor guerrieri,
Che col pregio dell’armi i più gran cigni
Han da stancar, che unqua l’Italia avesse.
270Or pensa tu, se interrompendo il corso
Di cotanta virtù, devi sepolto
Tenerlo in sen della lasciva Alcina:
Nol farai certamente, anzi flagella
Questa malvagia, e sia per te palese,
275Che lei disprezzi, e che, se l’alme accendi,
L’accendi ad opre grazïose e belle.
Così disse Melissa, e per quei detti
Diverso dal primier prese consiglio
Amor pensoso. Ei fa venir l’Affanno,
280Duro ministro, e vuol che affligga Alcina.
Ei l’incatena, e di sua man la serra
Dentro dura caverna; ivi percosse
Con dura sferza l’odïose membra,
E l’empie voglie, e la lussuria doma.