Gabriello Chiabrera

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L'Erminia La lotta d'Ercole e di Acheloo
Questo testo fa parte della raccolta Poemetti di Gabriello Chiabrera
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IV

IL MUZIO SCEVOLA

AL SIG. AGOSTINO PINELLI.

     L’arida Invidia, venenosa i guardi,
Dell’umana Virtute i pregi eccelsi
Rimira intenta, e non men aspro il Tempo
Fassi nemico a’ celebrati nomi,
5E sparge a sua chiarezza ombre letee.
Ma lungo Eurota, e d’Aracinto in riva
Le fornite di canto inclite Dive
Muovono a’ fieri mostri altiero assalto
Immortalmente, e dagli Aonii chiostri
10Sparso di rai cetringemmato Apollo,
Sforza lor odio a riverir gli eroi;
E non indarno: i generosi spirti
Sprezzano rischi, e nel dolor son lieti,
S’hanno speranza di venire eterni.
15Ascolta dunque, e giù del petto in fondo
Serba, o Pinelli, i celebrati esempi,
Onde al vero valore altri è sospinto
Lunge dal vulgo. Tu colà ben forte
Muovi le piante, e con ben alti voli
20Colà ti chiama il gran valor degli avi;
Ma non per tanto esser ti dee men caro
L’almo campione, onde onorata è Roma.
     Poichè Porsenna, che de’ fier Tirreni
Reggea l’impero, disperò coll’armi
25I Romani sforzar prole di Marte,
Volse la mente con orribil fame
A trïonfar di quella gente invitta:
Contra ogni porta mise guardia, e chiuse
I varchi, ed ingombrò l’ampia campagna
30Di folte schiere, e divietò che ajuto
Non si appressasse all’affamate mura:
E già più volte su nel ciel trascorso
Avea la bella luna il picciol anno;
Onde tra sette Colli ivano meste
35Le turbe afflitte dal digiuno, e gli occhi
Mostravan egri; e dimagrati i volti,
E di via peggio era spavento: adunque
Come talor, che sotto Aquario sferza
Febo le rote luminose, ed ecco
40Pioggia versarsi, e rimugghiar le nubi
Con spessi tuoni fiammeggiando, allora
Forte s’attrista il montanaro, e cresce
Il duol, temendo, che saetta acuta
Uccida fra gli armenti alcun de’ tori
45Cornapuntati; a tal sembianza Roma
Sofferia danno, e per più reo periglio
Viveva in pena; ma de’ rischi al fine
Ritrovò scampo la cittade eccelsa.
Fra l’alma nobiltà, che il nobil Tebro
50Forte apprezzava, risplendeva in cima
Muzio per avi, e per parenti altiero,
Vago per età fresca, e fiero in arme,
Vibrando asta ferrata, e via più noto
Per meraviglia, che nascendo ei diede
55Alle del gran Quirino inclite turbe.
Quando s’espose, e dal materno chiostro
Sen venne sotto il sol, parve alla madre
Non già mirare un desïato bimbo,
Anzi mirare i paventati velli
60Di fier leone, e le donzelle intorno
Già non udiro ivi guaire Infante,
Ma tra le fasce sollevar ruggiti
Altieramente. Alto disperse il grido,
Nè tacque Fama l’ammirabil caso;
65Onde in qualunque parte egli appariva,
Ei venía segno a’ popolari sguardi,
Esso additando, ed ei nel petto interno
Tenea forte svagliati i suoi pensieri
Per opra far di singolar memoria,
70Ed al fin trasse i suoi desiri a riva.
Passeggiando le strade ampie di Roma,
Per quella etade un peregrin Tebano,
Caro di Febo oltre misura, voce
Avea cotal, che sul morire un cigno
75Con esso in paragon sembrava fioco:
Ma d’altra parte sue pupille afflitte
Notte premea di cecità natía,
Nè seco mai s’accompagnò ricchezza;
Ma per man liberal faceasi schermo
80Da’ rei digiuni, e provvedea cantando
Cerere e Bacco, onde nudrìa la vita.
Ora un giorno costui lungo esso il Tebro
Percotea di più corde arpa sonante,
Ed ascoltando d’ogn’intorno il vulgo
85Coll’orecchia bevea l’alte parole
Meravigliando: l’ammirabil cieco
Facea racconto dell’eccelse imprese,
Onde han corona i venerati eroi.
Foreste d’Erimanto, antri di. Lerna,
90E del corno d’acciar svelto Acheloo,
Argo, che in fabbricarsi, i monti argivi
Spogliò di selve, e che del Fasi i campi
Dieder non spiche, ma falangi armate:
Faceva udir, che il successor d’Egeo
95Già dall’Erebo trasse il caro amico,

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Onta di Dite; e raccontò, che Codro
Dandosi in dono alla diletta Atene
Sacrossi a morte: felicissimi anni!
Sol, che l’ampiezza degli eterei campi
100In su rote di fiamma ognor trascorri,
Ove scorgi oggidì sì fatti esempi?
Ove gli scorgi? d’Acheronte in riva
Fanno forse gioir quell’orrid’ombre,
Che sulla terra se ne cerca indarno?
105Così dicea fervidamente, e gli atti
Erano d’uom, che da sè solo ascende
La cima dell’Olimpo infra’ Celesti.
Come in silenzio pose ambo le labbra,
Il popol si disperse, e sparse in alto,
110Meravigliando, un bisbigliar, qual suole,
Se fresco fischia infra le frondi il vento.
Muzio, volgendo in cor le note udite,
Rimase acceso, ed eccitò nel petto
Immantenente i generosi spirti,
115Ne può tenersi a fren l’alma agitata:
Morir senza lasciar di sè memoria,
E la vita finir senza esser nato?
Già nol farò: così dicende, ei ferma
Nella sua nobil mente alto pensiero.
120Che fece, o Diva, che circondi in Pinde
Le tempie di biondissima ricciaja?
Egli addobbossi qual Toscan guerriero,
E quando i gioghi all’accoppiato armento
Toglie tra’ solchi l’arator già stanco,
125Dalla rocca Tarpea fece partita;
E finchè d’ombra fu coperto il Polo
Fra’ campi s’adagiò; ma quando apparve
La rugiadosa, e d’odorose rose
Seminatrice per lo cielo Aurora,
130Ver le tirrene tende ei volse i passi,
E di Porsenna al padiglion s’accosta.
Egli a’ suoi falsi numi ardeva incensi;
Eragli a lato Autumedonte, uom chiaro
Per val di Macra, e poco dianzi venne
135Da Luni, in che regnava. Il fiammeggiare
Dentro i manti dell’oro, e la sembianza,
E le maniere, onde appariva altiero,
Del gran Romano al cor fecero inganno:
Ebbelo per Porsenna, onde rivolge
140Dimesso il guardo, e mansueto attende
Un invito di tempo a dar gli assalti.
Come addivien, che sotto il Sol cocente
Aspe sul mezzo dì ponsi in agguato
Dentro folti spineti, e se trapassa
145Pastor sonando le forate canne,
Ei tosto gli si lancia, e gli si scaglia,
E dagli morso di venen, talmente
Autumedonte dal Roman percosso
Morto cadeo: bene arrotato ferro
150Gli ficca in petto, e de’ polmon fa scempio,
Nè s’arrestò, che non trovasse il core.
Qual se talor di maggio, onor dell’anno,
Dalle porte del ciel piomba fragore,
Folgoreggiando, ed ampia quercia atterra,
155Le forosette, che in menar carole
Ivi godean, chiudono forte gli occhi,
E con ambo le mani ambo le orecchie
Di repentina meraviglia ingombre,
Tai furo a rimirar gli alti campioni.
160Ma tosto poi co’ brandi, e con quadrella,
Con minaccia di gridi, e con oltraggi
Aspri gli sono addosso, e fan che fermo
Del re sublime alla presenza ei stasse.
Porsenna il guardo in lui fissando, e gli occhi,
165Torbido d’ira, e con acerbi accenti,
Così gli parla: Or chi sei tu, che tanto
Malvagio osasti? e chi ti spinse ad opra,
Perchè debba lasciar l’indegna vita?
Sì disse, e per quel dir Muzio comprese,
170Essere il re, che favellava, ond’egli
Seco sdegnato sollevò tal grido:
Mano, ch’errasti, tu ne paga il fio:
Così dicendo, egli cocea la destra
Per entro i fuochi dell’altare: allora
175Per così strani modi il re commosso
Feceli forza a dar di sè contezza;
Ed ei la diè ferocemente: O sommo
Re de’ Toscani, alto Porsenna, io nacqui
Fra’ sette Colli, e non oscuro, a nome
180Muzio chiamato, e fra’ tuoi stuoli io venni
Con ben fermato cor di porti a morte,
Ma delle brame mie non son giocondo,
Perchè mi venne men tua conoscenza;
Tuttavolta odi me: Cento guerrieri
185Hanno promesso al Ciel con giuramento
Di darti assalto, e di versar tuo sangue,
E di Roma allegrar; non fia ciascuno
Come stato son io mal fortunato.
O regnator de’ Toschi, alma romana
190Altro non sa temer, che servitute.
Così dicendo, e con altier sembiante
Negli occhi del tiranno ei ferma il guardo,
Come leon per le foreste armene,
Che dalle turbe cacciatrici è cinto.
195Alle voci magnanime Porsenna
Stette mirando taciturno alquanto,
Qual uom, che move in sen gravi pensieri,
E quasi seco mormorando disse:
Certo non dee perir somma virtude.
200Indi rischiara il ciglio, e fa gioconde
Verso Muzio volar sì fatte note:
Del sangue di Quirin sorgono spirti
Da tener cari: Io rimirai sul ponte
Rompere il corso a numerose schiere
205Orazio solo, e rimirai fanciulla
Disprezzar le superbe onde del Tebro,
E gir notando alle paterne case:
Ma quale scarso non darassi pregio
Del forte Curzio alla mortal carriera,
210Quando l’ampia caverna a chiuder corse?
Di te mi taccio: O sette Colli eccelsi,
O fortunati, che sì nobil germi
In voi nutrite; or tu ritorna a’ tuoi,
Ed esponi al saper del gran Senato,
215Che a discinger la spada io son ben pronto
Con ogni atto di fede, e giurar pace
Se lo prendono in grado. Ei più non disse.
Vassene Muzio a Roma, e fa palese
La non sperata da’ Roman novella,
220Che giunse cara. Indi cessaro i suoni
Delle sanguigne trombe, e furo in pregio
Appo ciascuno i mansueti aratri,
Spiche apportando alla gravosa falce.