Istoria delle guerre gottiche/Libro secondo/Capo XVI

../Capo XV

../Capo XVII IncludiIntestazione 2 aprile 2013 25% Da definire

Libro secondo - Capo XV Libro secondo - Capo XVII


[p. 205 modifica]

C A P O XVI.

Belisario e Narsete congiungono lor forze presso Firmio1 città. In un consiglio di guerra il secondo persuade che soccorrasi Arimino. — Lettera dell’assediato Giovanni a Belisario. Partenza dell’esercito.

I. Belisario e Narsete congiunte lor forze presso Firmio, città vicina alla spiaggia del seno Ionico e distante non più che una giornata da Aussimo, ragunanvi a consiglio tutti i duci dell’esercito per deliberare da qual parte convenisse incontrare il nemico. Imperciocchè facendosi a combattere gli assediatori di Arimino paventavano guai dagli omeri per opera della guarnigione di Aussimo, da cui essi e tutti i Romani abitatori di que’ luoghi riporterebbero, a non dubitarne, gravissimi danni. Temevano di più non la carestia di vittuaglia fosse apportatrice di maggior calamità agli assediati. Similmente molto inveivano contro Giovanni accusandolo di essersi lasciato vincere da cieco ardire e da strabocchevole cupidigia di danaro in tanta sciagura, e di non aver consentito al proseguimento della guerra coll’ordine e pe’ luoghi stabiliti dal supremo duce. Ma [p. 206 modifica]Narsete, amicissimo di lui sopra ogni altro, dubitando con suo dispiacere che Belisario stimolato dalle aringhe di que’ duci non procacciasse tosto la salvezza di Arimino, pigliò la parola dicendo: « Non v’intertenete, o duci, delle bisogne solite a discutersi in un consiglio; né i vostri parlari vertono sopra oggetti meritamente supposti ardui da alcuno, occupandovi in cambio tutti di quanto anche i meno esperti degli affari guerreschi saprebbon di per sé adottare come l’ottimo de’ provvedimenti. Se ogni dove si presentasse l’egual pericolo ed ogni dove parimente minacciasse l’eguale danno alle fallite nostre lusinghe vorrebbesi a fè mia usare molta diligenza nella deliberazione, e giudicare delle circostanze in cui siamo dopo ben attento esame. Ora se ne garba il differire ad altro tempo la conquista d’Aussimo non ci esporremo a grave perdita; o che male ne avverrà mai? In vece lasciando noi correre alla peggio le cose di Arimino forse che non saremo in colpa (né vi offendete della parola) di aver fatto venir meno le forze ed il coraggio de’Romani ? Se poi Giovanni mancò non prestando il rispetto dovuto, o ottimo Belisario, a’tuoi comandamenti, ora di certo ne paga il fio, pendendo i suoi destini unicamente dal tuo arbitrio : di guisa che privo d’ ogni speranza sta in tuo potere il salvarlo, o il darlo in preda ai nemici; guardati nientemeno di non punire in noi ed in Augusto le imprudenti mene di lui. Poichè i Gotti ove giungano ad espugnare Arimino, ridurranno al servaggio un valorosissimo duce romano, tutte le truppe ivi rinchiuse, ed una città ligia [p. 207 modifica]dell’imperatore. Nè il male avrà qui limite, ma vedremo eziandio sconvolti intieramente i destini della guerra. Conciossiachè devi riflettere essere ancora i Gotti di gran lunga a noi superiori nel numero quantunque avvintissimi, la sinistra fortuna privandoli giustamente di tutto l’ardire in causa delle già riportate sconfitte. Laonde col vedersi di presente in qualche avvantaggio riconforterebbero tosto gli animi loro ed, anzichè coll’eguale, con assai maggiore ostinazione proseguirebbero la guerra, mostrandoci del continuo l’esperienza che gli usciti di grandi angustie rendonsi superiori in fortezza d’animo a coloro, i quali non soggiacquero per ancora a sinistre vicende ». Così Narsete.

II. Non guari dopo tale dei militi in ascoso de’ barbari passò nel campo romano presentando al duce una lettera scrittagli in questo tenore da Giovanni : « Sappi che noi patiamo da gran tempo di vittuaglia, e che più non abbiamo come inspirare fermezza nel popolo, o combattere i nemici, il perchè tra sette giorni ci vedremo costretti a nostro malincorpo all’arrendimento. Indarno spereremmo di poter durare più a lungo i presenti bisogni, e questi mi lusingo peroreranno a favor nostro se rei di alcuna cosa non conciliabile affatto col decoro » ; tale cantavano le parole di Giovanni. Belisario stavasi tra due, nè di lieve momento era la sua perplessità paventando a un tempo da quinci la mala sorte degli assediati, da quindi il vedere a ferro ed a fuoco ogni cosa per lo scorrazzare impunemente ed ovunque de’ barbari a stanza in [p. 208 modifica]Aussimo; ovvero non le sue truppe, sorprese da insidie agli omeri, coll’approssimarsi al nemico andassero ad incontrare, giusta ogni verisimiglianza, molti e gravissimi danni. Alla per fine dopo lungo pensare appigliossi al seguente partito. Lasciò colà Orazio e mille guerrieri coll’ordine di porsi a campo presso del mare e lontano dugento stadj da Aussimo città, di rimanervi e combattere sol quando il nemico osasse attaccarli nelle loro trincee. In virtù della quale disposizione ei prendeva grande fiducia che i barbari sapendo il Romano accampato a pochissima distanza terrebbonsi entro Aussimo, né andrebbero a molestare da tergo l’esercito. Fece di più imbarcare le migliori truppe sotto i duci Erodiano, Uliare e Narsete fratello di Arazio, e diede la direzione del navilio ad Ildigero, imponendogli di ritto navigare ad Arimino coll’antiveggenza di non accostarsi a quella spiaggia se l’esercito pedestre, le cui marce eransi combinate presso al lido, ne fosse ancora distante. In pari tempo altra turma capitanata da Martino seguiva marina marina il prefato navilio, e dovea per comandamento di Belisario giunta in vicinanza de’ Gotti accendere fuochi assai maggiori di quanto comportasse il suo numero e la costumanza dell’esercito, per mostrarsi apparentemente ben più forte di quello in realtà era. Il duce supremo poi con Narsete e col resto delle milizie pigliata l’altra strada e più remota dalla spiaggia attraversò Urbisalia 2, la quale [p. 209 modifica]in più lontana epoca venne da Alarico rovinata in guisa da non rimanerle segno dell’antico decoro, astrazion fatta d’una porticella e di pochi rimasugli del suo pavimento.

Note

  1. (1) Fermo, città nella Marca d’Ancona,
  2. (1) Tol., in latino Urbs Salvia, città altre volte, ora piccolo borgo nella Marca di Ancona, presso il fiume Chiento, avente lo stesso nome.