Giovanni Prati

Olindo Malagodi 1878 Indice:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu sonetti Ideale Intestazione 23 luglio 2020 25% Da definire

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Al falegname I miei versi
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta XIV. Da 'Iside'
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I

IDEALE

Ingenii custos, si vis tu nata deorum,
si vis, non moriar
.

I

1
Io con te parlo, tu il sai, nell’ora
che il fatuo foco dentro la valle
la tenue cima de’ giunchi sfiora
e al pellegrino contrasta il calle:
al pellegrino, che, bianco in volto,
dentro quel foco mira un sepolto.
2
Io parlo teco, fanciulla, quando
l’alba è vermiglia sulla montagna,
e alla ginestra rileva il blando
capo e di fresche perle la bagna,
mentre negli orti la capinera
canta l’idillio di primavera.

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3
Io con te parlo quando la greve
aura le foglie semina al piano,
o a larghe falde casca la neve
sovra il tugurio del mandriano:
non spunta giorno, sereno o bieco,
in ch’io, fanciulla, non parli teco.
4
Parlo negli atrii, lungo la via,
parlo fra i campi, sotto le stelle:
geme col vento la voce mia,
scoppia sonora colle procelle;
nel santuario, prosteso all’ara,
sempre a te parlo, fanciulla cara.
5
Dal grembo d’Eva tu non sei nata,
né il crin ti veste rosa mortale;
tu non hai bruna verga di fata;
dea dell’Olimpo, non t’armi d’ale:
dolce, segreto, libero, intero
s’apre il tuo mondo nel mio pensiero
6
Tu meco piangi, meco sorridi
di queste nostre favole oscure;
le tue speranze tu mi confidi,
io ti confido le mie paure;
l’ora del tempo del par ci preme,
cara fanciulla, sognando insieme.
7
Nel fresco raggio del tuo sembiante
innamorarmi non mi vergogno;
coi crin giá bianchi, tacito amante,
io notte e giorno seguo il mio sogno;
sinché la Parca, forse domani,
non ne recida gli stami arcani.

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8
Questa parola d’un vel d’affanno
deh, non t’oscuri l’amabil viso!
In tristi giorni viver è danno,
pur consolati dal tuo sorriso;
eppoi la gloria d’un grande amore
meglio si sente quando si muore.
9
So ben che sopra defunta spoglia
brevi dell’uomo durano i lai,
come su pioppo di morta foglia
canto d’augello non dura assai;
ché chi dell’oggi segue le larve
raro sospira su ciò che sparve.
10
Ma i’ credo e spero che, chiuse Tossa
in pochi palmi d’aiuola verde,
tu qualche giglio sulla mia fossa
darai piangendo; se non si perde
nell’infinito mar dell’oblio
la navicella del canto mio.
11
Però, in quel giorno, come tu stessa,
prenderò il volo per altri mondi:
tu me n’hai fatto la gran promessa,
e tu, fanciulla, me ne rispondi,
alto levando la nivea mano
verso un pianeta lontan lontano.
12
Dunque, o fanciulla, voghiam sull’acque,
voghiam cercando quel dolce porto:
s’io t’ho seguita, come a te piacque,
e tu mi guida, felice o morto,
verso la piaga dove tu dèi
stringerti meco d’altri imenei.

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13
Bella nocchiera, su questa barca
la tua canzone cantami intanto:
oh come, oh come lievi si varca
dietro la nota del dolce canto!
oh come, oh come tutta s’infiora
di rose eterne la nostra prora!
14
China il soave capo tuo biondo,
angiolo stanco, sovra il mio seno:
mentre alle mura di Faramondo
Arminio i carri lancia dal Reno,
dormi, o fanciulla. Meglio è sognare
sulla stellata conca del mare.