I rossi e i neri/Secondo volume/VII

Secondo volume - VI Secondo volume - VIII
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VII.

Nel quale si racconta chi fossero i Templarii

I Templarii! chi erano i Templarii?

Oh bella! risponderà l’erudito lettore. Erano i cavalieri di quell’ordine tra religioso e militare, che, fondato nel 1118 da nove cavalieri francesi, ebbe il nome dalla dimora che gli assegnò Baldovino II in Gerusalemme, in un palazzo attiguo al luogo dell’antico tempio di Salomone. I cavalieri del Tempio erano ordinati dapprima a soccorrere, curare e proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa; poscia l’ufficio loro si stese, anzi addirittura si volse, a difendere coll’armi la fede di Cristo e il Santo Sepolcro contro gli assalti degli infedeli. Più tardi, ricaduta Gerusalemme in balìa dei Saraceni, i Templarii si ridussero nell’isola di Cipro, donde proseguirono la guerra giurata, combattendo sul mare, o tentando audacissime imprese sui lidi nemici. Sterminatamente ricchi e possenti, avevano, intorno al 1250, alta e bassa signoria su novemila baliaggi, commende, priorati; la più parte de’ quali in Francia, dove la baldanza loro, le mire ambiziose, e i tenebrosi instituti dell’ordine tornarono molesti a Filippo il Bello, per modo che egli pensò di sterminarli, e ne venne a capo, col ferro, col fuoco, e colle scomuniche di Clemente V, suo degno compare.

Il lettore erudito ha ragione; parla come un libro stampato, nè si potrebbe, per questo rispetto, insegnargli nulla di nuovo. Ma noi scriviamo cronache contemporanee, non storie antiche, e qui non si tratta dei Templarii, spenti nel 1314, sul rogo del loro gran maestro Giacomo Bernardo di Molay, bensì d’un altro ordine, assai più moderno, cioè a dire dei Templarii che fiorivano in Genova, nell’anno 1857, e non furono spenti da altri roghi, se non da quelli del [p. 64 modifica] matrimonio, da altre tanaglie, se non da quelle della necessità, da altre ruote, se non da quella della mutevole fortuna, da altri in pace, se non da quelli della spietata vecchiaia.

Ordine, sodalizio, compagnia, e simiglianti, non sono vocaboli adatti a significarvi che cosa fossero i nostri Templarii di Genova. Essi erano, o, per dire più veramente, formavano un quid, che sfugge a tutti gli uncini, a tutte le strette della definizione. Anzitutto, perchè si chiamavano Templarii? Forse perchè erano cavalieri nati d’ogni più arrisicata intrapresa, e nelle loro adunanze non ammettevano donne. Entravano scudieri, e poscia diventavano cavalieri. Tutto ciò si faceva naturalmente, senza bisogno di statuti, e diremmo quasi senza lume di consuetudini. Come erano nati? e fors’anco esistevano come corpo?

Costoro, in principio, non erano i Templarii fuorchè dalle undici di sera alle cinque del mattino; gente racimolata da parecchie classi sociali, diverse di costume e d’intenti; signorotti scioperati, studenti svogliati, artisti chiacchierini, dilettanti di critica, fannulloni per elezione, ai quali scorrevano disutili le ore del giorno, di guisa che potevano impunemente dormirle, spendendo quelle della notte in lieti ragionamenti, in pazze scappate. Si radunarono una volta intorno ad una tavola d’osteria; mangiarono poco, bevvero molto, chiacchierarono moltissimo, e si separarono a notte alta, colle frasi del duetto di Pollione e di Adalgisa. Qui domani, all’ora istessa, — Verrai tu? Ne fo promessa. Un’altra sera, mentr’erano seduti, capitò qualcheduno che aveva dimenticata la chiave dell’uscio di casa, e veduta la luce del gasse illuminare i vetri di una finestra sotto i portici del teatro Carlo Felice (colà per l’appunto era il Tempio dei primi cavalieri) aveva deliberato di entrarvi, e sbocconcellare una fetta di arrosto e far ora sul bicchiere. Occorse poi che qualche sfegatato ammiratore della prima donna, o delle due ballerine comprimarie del teatro vicino, riscaldatosi nella controversia, si fermasse un’ora di più nella trattoria, dov’era venuto col proposito di rimanere appena dieci minuti, e nei nuovi arrivati riconoscendo amici suoi di vecchia data, trovasse l’addentellato per altre due ore di conversazione. Tutti costoro, raunati dal caso, rimasero uniti dalla chiacchiera; e videro che ciò era buono.

La promessa di Adalgisa fu ripetuta, e dopo la promessa il giuramento. In progresso di tempo, non fu più bisogno di tanto; la consuetudine s’era formata, e i nostri primi Templarii, che non si chiamavano ancora con quel nome, furono [p. 65 modifica] il centro, il nocciolo, intorno a cui vennero raggruppandosi tutti i capi scarichi ed ameni della città. Molti, che pure, a cagione dei loro negozi, non avrebbero potuto far quella vita notturna, ci andarono perchè la tentazione era più forte della loro virtù. I giornalisti, gente avvezza a lavorar di sera, diedero un largo contingente d’uomini alla lega; gli artisti di teatro, legione avventizia, furono gli ausiliarii che venivano quivi, di stagione in stagione, a darsi la muta. E sempre nuovi erano i commensali, e non c’era bisogno dei capi per convocarli in assemblea. Non c’erano statuti, abbiamo già detto, ed aggiungeremo che non c’erano vincoli. Oggi mancava uno; domani l’altro; i primi tre che si radunavano, facevano manipolo; non passava un’ora, ed erano covone; liberi tutti di andarsene, di sparpagliarsi da capo, ma rattenuti dal sapore di una cena dond’era sbandito il cerimoniale, allettati dalle dolcezze di una fruttuosa comunione di pensieri, che sgocciolavano allegramente dai calici, o vaporavano mollemente, raccomandati a buffi di fumo.

In mezzo a questa mutevole e gaia brigata, v’ebbero, come s’intenderà di leggieri, i più volenterosi, i più assidui. E furono costoro i veri, gli autentici Templarii, in numero di dieci, come i comandamenti di Dio. Ma uno solo fu il comandamento della loro fede: far di notte giorno; comandamento facile a tenersi in mente, senza mestieri di tavole, poichè ne bastava una sola, imbandita; più facile a seguirsi, senza bisogno che vigilasse un Mosè, poichè erano dieci, tutti legislatori e profeti ad un modo, e se per avventura non sapevano donde far scaturire l’acqua, con un colpo di verga, sapevano bensì da che botti si spillasse il buon vino.

Tra i nostri lettori (chi sa?) c’è forse taluno che avrà partecipato alla lega. A questo invalido senza pensione noi ci volgiamo, pregandolo a dire se non è verità pretta tutto quello che andiamo narrando. Mai sodalizio, confraternita, consorteria, furono più pronti ad accogliere, più larghi a licenziare. Per entrarvi, occorrevano quattro cose; gioventù e danari da spendere; onestà da tenere in serbo, e ingegno da mettere in comune. Per uscirne, bastava cominciare una sera a mettersi in letto di buon’ora, e alzarsi la mattina per tempo. Così facendo, si era certi di non veder più Templarii, e volendo si poteva anco dimenticare che fossero mai esistiti.

Il Templario, per solito, si alzava da letto alle quattro del pomeriggio, e gli amici e i conoscenti lo vedevano verso [p. 66 modifica] le cinque, allorquando, vestito di tutto punto, egli andava a goder la frescura mattutina sulla piazza della Posta. Sorseggiato il suo caffè nero (leggete vermutte) dal Moder, faceva colazione all’ora in cui gli altri volevano pranzare; leggeva i giornali del mattino (altri direbbe della sera), e poscia per ingannare il tempo, andava a sedersi nel suo scanno a teatro, dove ascoltava la musica, o la recita di qualche nuovo dramma, secondo i casi, facendo tutte quell’altre cose che fa, in somigliante postura, ogni semplice mortale. Quasi sarebbe inutile il dire che non era sempre a teatro, e che sapeva alternare questo passatempo colle visite, e coll’attendere a’ suoi negozi particolari, molti o pochi, sempre secondo i casi, rilevanti o di niun conto che fossero.

Così giungeva la mezzanotte, ora in cui si metteva a desco e pranzava coi soliti amici e con tutti quegli altri avventizii che vi abbiamo già detto. Questo pranzo, che i semplici mortali chiamerebbero cena, riusciva un vero simposio, in cui regnava la più sciolta allegrezza, la più cara festività di modi, la più bizzarra varietà di discorsi; cose tutte che tiravano in lungo il convito, e facevano schierare in bell’ordine una legione di bottiglie vuote nel mezzo della tavola.

Finalmente, verso le tre del mattino, cedendo alla muta eloquenza del tavoleggiante, che pisolava in un angolo, i compari levavano le tende, per andarsene a passeggio, continuando i ragionamenti incominciati a mensa, fino all’ora in cui gli asinelli dei lattai, le ceste delle cavolaie e delle fruttivendole, giungevano dal Bisagno, a mutare l’aspetto della piazza di San Domenico. Qui veniva in taglio una visita agli ortaggi, e, secondo la disposizione degli animi, si mercanteggiava mezz’ora intorno ad un canestro di frutta, o ad un mazzo di radici, tanto per dar molestia alle erbivendole e farsi dire che lor signori avevano tempo da perdere.

Ciò fatto, e comperata, per farla finita, qualche libbra di patate, o una dozzina di melarance, per accoccarsele a vicenda più in là, si davano la buona notte e andavano a letto per tempissimo, come solevano dire a chi li riprendeva di andarci troppo tardi.

Questa maniera di vivere parrà sregolata a taluni, e strana, per lo meno, all’universale; non già a noi, i quali la reputiamo soltanto regolata diversamente, non altrimenti strana che in apparenza, a cagione di un mutamento d’orario. E di quel loro orario particolare molto si compiacevano i nostri Templarii, poichè le ore che passavano fuori di casa erano quelle appunto che consentivano loro di trovarsi in [p. 67 modifica] fiorita compagnia a teatro, con gente di loro elezione a tavola, e d’essere i veri padroni della città, quando uscivano a passeggio, senza aver molestia da ruote di carri, da scuriade di cocchieri, da gomiti di screanzati, nè nausea dalla vista continua di asini calzati, o di furfanti matricolati.

Nè di ciò solo si lodavano i Templarii, ma ancora, del poco spendere. Uno tra essi, ai predicozzi del babbo, che era venuto dal borgo natale per pagargli i debiti, poteva dir di rimando:

— Di che vi lagnate, padre mio? Domandatene a quanti mi conoscono, e tutti vi diranno che vivo con una lira al giorno.

— Ah sì, con una lira? E il resto va tutto in libri, lezioni e limosine, non è vero?

— No, padre mio; non sono tanto ricco da far limosine; lezioni particolari non ne prendo, e i libri non li pago.

— Sentiamo dunque dove va il tuo denaro.

— Ecco, cinquanta centesimi tra assenzio e caffè.... Voi vedete che non è molto! poi, trenta centesimi di sigari, venti di giornali; tutto sommato, è una lira.

— E il pranzo, manigoldo? E la cena, e le male spese?

— Ah! tutto ciò, padre mio, entra nel conto della notte. Io vi dicevo quello che spendo al giorno, e certo non troverete che sia molto. —

Buona pasta di giovani, quei Templarii! Si riscaldavano per una questione di politica, d’arte o di scienza, come tanti e tant’altri per far roba e quattrini; si ficcavano animosi in ogni ginepreto, col medesimo ardore che altri metterebbe a cavarsene. Non c’era forma, non delicatezza d’intelligenza, a cui fossero o volessero rimanersi stranieri; e tutto ciò senza sussiego, senza pedanteria, senza sforzo. In una città mercatante e affaccendata come la loro, essi erano gli ospiti cortesi, i cerimonieri, i ciceroni volenterosi, di quanti giungessero, artisti, letterati, giornalisti, scienziati d’altre parti d’Italia, anzi d’Europa a dirittura, per visitare la regina del Tirreno. Parecchi di questi signori confessarono ai Templarii, dinanzi a un piatto di dàtteri di mare, che avevano molto sbadigliato il mattino, in compagnia di certi incravattati e stecchiti arcifanfani. Qualche gran diplomatico, ristucco delle visite ufficiali e dei pranzi di gala, respirò liberamente in mezzo ai notturni cavalieri, e dichiarò ad alta voce, tra due sorsate di Barbèra (oh, indimenticabile Sir James Hudson!) che gli Italiani valevano assai più dei loro rispettivi governi. [p. 68 modifica]

E insieme con questi giramondi, quante lezioni improvvisate di storia, alle tre dopo la mezzanotte, sulla piazza di Sarzano, o sotto la torre del palazzo Ducale! Quanti aneddoti archeologici, quante cronache gentilizie, sul ponte di Carignano, sugli scalini della Malapaga, e giù per lo Stradone di Sant’Agostino! quante cicalate intorno all’architettura bisantina, araba e lombarda, sulla gradinata di San Lorenzo, e in groppa ai leoni del Rubatto!

Nè mancavano le pazzie, che anzi erano frequenti, e non sempre argute. Lo seppero i cartelloni tondi del teatro Carlo Felice, che spesso andarono a far bella mostra di sè, e ad annunziar la serata della Bendazzi, o della Pochini, in luogo della solita Indulgenza plenaria, ai divoti di Sant’Ambrogio. Lo seppero i carri della spazzatura, che più volte ruzzolarono, con grande frastuono, giù per la via Carlo Felice, portando in trionfo qualche Pollione, o qualche conte di Luna, costretto la sera di poi ad omettere la sua cavatina. Lo seppe troppe volte il portone della casa al numero 5 in via Carlo Felice, fatto a due battenti, i cui picchiotti, in forma di S, e girevoli, si incrocicchiavano con bel garbo l’uno sull’altro, per modo che le fantesche mattiniere non potevano più uscire di casa, se qualche pietoso viandante non si faceva a rimuover l’ostacolo.

Ne tralasciamo, per amore di brevità, molte e molte altre, che ai Templarii parevano belle invenzioni, ma non garbavano punto, come s’intenderà facilmente, ai cittadini che avevano necessità di dormire. Accenneremo soltanto, a mo’ d’esempio, certe prediche strambe, piene zeppe di frasi senza costrutto, di testi latini citati a rovescio, che or l’uno or l’altro degli allegri compagnoni andava facendo all’uditorio, dall’alto del muricciuolo di piazza Giustiniani, facendosi mandare al diavolo da tutto il vicinato. La predica finiva, per solito, in un battibecco tra l’oratore e qualche pacifico cittadino, che si affacciava stizzito alla finestra, esponendo il suo berretto da notte alle omeriche risa della brigata. E guai al pacifico cittadino, se gli avveniva di gridare che la notte è fatta per dormire; perchè l’oratore era pronto a rispondergli coi sacri testi alla mano, che chi dorme non piglia pesci, che quello era tempo di far penitenza e non di starsene in panciolle, che bisognava vegliare e pregare per non essere indotti in tentazione, e via discorrendo.

Non erano belle cose certamente, ma bisogna condonarne qualcuna a una gioventù per tanti altri rispetti nobilmente operosa. Paragoniamo, verbigrazia, i Templarii con la società [p. 69 modifica] del Parafulmine, che già i lettori conoscono. Questa era il frutto di una educazione viziata, in mezzo a tempi di servitù politica, a esempi di abbiettezza morale; tristo era l’intendimento e malvagie le opere. I Templarii ci avevano i loro difettucci, come il sole ci ha le sue macchie, come il cielo più sereno ci ha le sue nubi; queste nubi, queste macchie, questi difettucci dei Templarii, non erano altro che sovrabbondanza di vita, impeto di giovanile baldanza. Erano scapati, ma generosi, ma buoni; la consuetudine dei loro ritrovi amichevoli, dove le donne erano proibite come le pistole corte, dove non si ammetteva che alcuno si lasciasse sopraffare dal vino, dove insomma non era nulla che potesse far degenerare in una stupida orgia il geniale simposio, era un continuo ricambio di pensieri, che allargava i cuori, che aguzzava gl’ingegni. Quell’assiduo stropicciamento scambievole d’arte, di letteratura, di scienza, di politica e di cavalleria, era, sotto apparenza di sollazzo, una palestra, una scuola pei congregati, un nobile esempio per tutti. In essi e con essi, sorse una generazione che poco tempo di poi aveva da rappresentare degnamente Genova, la mercatante, la marinara, nel risorgimento politico e intellettuale della nazione. E questo avvenne facilmente, naturalmente, sebbene i Templarii non mirassero in particolar modo a professioni di fede, e non si guastassero il sangue per dimostrare che la libertà, il progresso, eran ristretti in questo o in quel partito, incarnati in questo o in quell’uomo.

Combattevano per la verità; si commovevano per ogni cosa che lor paresse generosa e in tempi non ancora maturi per opere di maggior conto, tenevano acceso il fuoco sacro, custodivano il palladio, portavano nei loro cuori le speranze del futuro. Si venivano, intanto, esercitando in parziali combattimenti, rendendosi utili in isvariate occasioni, partecipando a parecchie di quelle coperte guerricciuole in cui si manifesta la vita di una città, rompendo talvolta le uova nel paniere ai grossi mestatori, dando qualche mazzata ai bricconi, e qualche botta di terza o di quarta ai prepotenti.

E adesso che sappiamo chi fossero, vediamoli all’opera. Ma anzitutto, chiudiamo il capitolo.