I Nibelunghi (1889)/Avventura Trentesima

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Anonimo - I Nibelunghi (XIII secolo)
Traduzione dal tedesco di Italo Pizzi (1889)
Avventura Trentesima
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Avventura Trentesima

In che modo fecero la guardia


     Ebbe fin la giornata e già vicina
Era la notte e già prendea la cura
Gli stanchi eroi di lor vïaggio, dove
Fosse lor d’uopo aver riposo e andarne
5A’ letti loro. E di ciò fe’ parole
Hàgene, ed altri ciò gli disse tosto.
     Disse Gunthero all’ospite signore:
Viver facciavi Iddio beato e lieto!
Ire a dormir vogliamo noi, e vènia
10Concederci v’è d’uopo. A ciò che voi
Comanderete, all’alba di domani
Noi qui verremo. — Con gran gioia assai
Da quegli ospiti suoi si separava.

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     Ma fûr veduti gli ospiti a l’intorno
15Da tutte parti spingersi, e Volkero
Arditamente così disse agli Unni:
     Deh! come osate voi dinanzi a’ piedi
Ir de’ gagliardi? Da cotesto voi
Se non cessate, altri faravvi doglia,
20Ed io sì grave assesterovvi un colpo
Di questi giga, che se alcun di voi
Ha l’amanza, davver! ch’ella di tanto
Pianger dovrà! Perchè lungi non ite
Dai cavalieri? E ciò sembraci buono,
25E tutti son chiamati cavalieri,
Ma di coraggio egual tutti non sono.
     Di giga il suonator così parlava
In suo disdegno, e guardavasi dietro
Hàgene intanto e sì dicea: Del giusto
30Davvi consiglio il menestrello accorto.
A’ vostri alberghi ora v’è d’uopo andare,
Di Kriemhilde guerrieri. E niun di voi,
Credo, farà ciò che desìa. Se cosa
Volete alcuna incominciar, venite
35A noi dimani al primo albore e questa

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Notte lasciate che, stranieri, noi
Ci riposiamo. E ciò si fa, mi penso,
Da tutti eroi che hanno cotal desìo.
     Così menarsi gli ospiti a una grande
40E vasta sala, quale per gli eroi
Apprestata ei vedeano in tutte parti
Con letti ricchi assai e lunghi e vasti. —
E meditava intanto il maggior male
Donna Kriemhilde a lor. — Vedeansi quivi
45Molte coltrici adorne, artificiose,
D’Arraz città,1 di rilucenti stoffe,
Coperte molte in arabica seta,
Le più belle davver, su cui ricami
Giaceano e borchie, che regal splendore
50Davano attorno. Molte si vedeano
Coperte d’ermellin, di zibellino
Nero, e là sotto elli potean lor agi
Tutti far della notte infino all’ora
Del dì lucente. Mai non giacque sire
55Con tanta pompa coi consorti suoi.

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     Oh! nostro alloggio de la notte! disse
Giselhèr giovinetto, oh! amici miei
Nosco venuti qui! Sì dolce invito
Anche se fece a noi la mia sorella,
65Temo che tutti noi, di lei per colpa,
Morti giacere dovrem qui. — Cotesta
Vostra cura lasciate, Hàgene eroe
Dissegli. Questa notte io con lo scudo
Farò la guardia, e sì mi penso ancora
70Che bene assai vi guarderò, a noi
Fin che ritorni il dì. Però restate
Voi senz’affanno. E salvisi dipoi
Al dì novello chi potrà. — Del capo
Elli inchinârsi a lui, grazie gli resero
75Ancora e a’ letti avvicinârsi, e lungo
Non fu l’indugio inver, chè tosto i prodi
Si fûr posti a giacer. Cominciò tosto
Hàgene, ardito eroe, l’armi a vestire.
     Volkero prode, suonator di giga,
80Così allora parlò: Se a voi non spiace,
Hàgen, cotesto, questa notte anch’io
Farò con voi la guardia dello scudo

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In fino all’alba. — Con affetto assai
Rendea grazie a Volkero il valoroso:
     85Volkèr diletto assai, Dio vi compensi
Dal cielo. In tutta la mia cura, niuno,
Tolto voi solo, disïar potrei,
Quand’io mi fossi alla distretta. Un giorno
Io di cotesto vi darò compenso.
90Ove la morte ciò non tolga. — Allora
Ambo cingean lor armi rilucenti,
Ciascuno in man recavasi la targa,
E da la casa uscìan per starsi innanzi,
Là, dalla porta. Ei, di tal guisa, cura
95Degli ospiti prendean; si fea cotesto
Da lor con fede. Ma Volkero ardito
La buona targa sua di quella sala
Appoggiò di sua mano alla parete,
E a dietro ritornò la giga a prendere.
100A quegli amici suoi così servìa
Come ad eroe conviensi. Ad una pietra
Egli si assise là, di quella casa
Presso la porta. Suonator di giga
Di lui più destro non fu mai. Sì dolce

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105Gli risuonò concento da sue corde,
Che gli ospiti possenti rendean grazie
A Volkero di tanto. Oh! di tal guisa
Le sue corde suonâr, che n’echeggiava
La casa tutta, e la sua forza e il fare
110Cortigiano e gentile erano in lui
Grandi davvero. Ei cominciò di giga
Dolce e molle a sonar, sì che a’ lor letti
Molti fe’ addormentar pieni di cure.
     E come quelli s’addormiano ed ei
115Di cotesto s’accorse, ei, cavaliero,
Anche recossi fra le man la targa,
Fuor di sala balzò per starsi presso
Alla torre, e quegli ospiti difese
Di Kriemhilde dagli uomini. E accadea
120Vêr mezzanotte, nè so ancor se prima,
Che nell’ombre da lungi alcuni elmetti
Lucer vedea Volkero ardito. Male
Gli uomini di Kriemhilde volentieri
Avrìan fatto a quegli ospiti di lei.
     125Hàgene amico, il sonator di giga
Disse allora, portar ci è d’uopo insieme

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Cotesta briga. Innanzi dalla casa
Starsi vegg’io armate genti, e come
Io m’argomento, credo sì che vogliano
130Darci assalto. — Oh! tacete, Hàgen rispose,
Soffrite ancor ch’ei facciansi vicini.
Pria che qualcun ci vegga, elmi saranno
Da nostre spade e per la nostra mano
Via qui divelti, e male assai costoro
135Fien rimandati appo Kriemhilde. — Intanto,
Degli Unni prodi tal rapidamente
Vide sì che guardata era la porta.
Deh! con qual fretta egli gridò: Di quanto
Vogliamo noi, nulla può farsi. Vedo
140Starsi di giga il suonatore a guardia
Col suo pavese. E porta sovra il capo
Un elmetto che luce e che scintilla,
Forte, duro ed intero. Anche scintillano,
Come fa il fuoco, dell’arnese suo
145Gli anelli, ed Hàgen gli sta presso, e gli ospiti
Davver! che bene son guardati! — Allora
A dietro si tornâr. Verso al compagno
Con ira molta favellò Volkero,

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Come ciò vide: Or mi lasciate voi
150Fuor dalla casa uscir dietro gli accorsi
Unni guerrieri. Dimandar vogl’io
Novelle di cotesti, che devoti
Sono a donna Kriemhilde. — Hàgen rispose:
     No, no, per l’amor mio! Se dalla casa
155Uscite voi, gli ardimentosi prodi
Sì v’addurranno con lor ferri in tale
Distretta, ch’io dovrò, fosse cotesta
Pronta la morte d’ogni mio congiunto,
Recarvi aita. E come noi venuti
160Saremo ambo alla pugna, o due o quattro
D’essi alla casa, in brevissimo istante,
Si balzeranno, e tale a noi faranno
Per que’ dormienti grave danno e cura,
Che scordar non potremo in alcun tempo.
     165Ma Volkero dicea: Tanto lasciate
Che avvenga sì, perchè da noi ridire
Anche si possa ch’io li ho visti, ed elli,
Uomini di Kriemhilde, in niuna guisa
Possano a noi negar che volentieri
170Opra compiuta avrìan sleale e rea.

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     Così, a l’istante, lor gridò di contro
Volkero allora: E perchè mai, guerrieri
Ardimentosi, di tal guisa armati
Venite voi? O di Kriemhilde gli uomini,
175Andar volete voi per far rapine?
In ciò v’è d’uopo sì, per vostra aita,
Me aver col mio compagno. — E niun rispose.
     L’alma di lui ne fu crucciosa, e allora:
Vili e codardi voi, gridò l’eroe
180Valente, e disïaste addormentati
Averci morti qui? Ma raro assai
Avvien cotesto a buoni cavalieri!
     Alla regina veramente allora
Altri dicea che nulla i messi suoi
185Oprato avean. Dolor le fu cotesto
A ragione, e però tosto si volse
A diverso consiglio, e corrucciata
Era l’anima sua. Però doveano
Irne perduti molti eroi valenti.

Note

  1. Nei Paesi bassi, donde venivano gli arazzi.