I Marmi/Parte terza/Dichiarazione delle nuove invenzioni/Academici Peregrini e Fiorentini e l'Aurora di Michel Agnolo Buonaruoti

Academici Peregrini e Fiorentini e l'Aurora di Michel Agnolo Buonaruoti

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Academici Peregrini e Fiorentini e l'Aurora di Michel Agnolo Buonaruoti
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Academici Peregrini e Fiorentini
e l’Aurora di Michel Agnolo Buonaruoti.

Peregrino. Lo aver veduto tante belle cose di questa cittá ha da farmi piú e piú giorni maravigliare. Come è egli possibile che un uomo facesse cosí bene in gioventú e ora si mirabilmente in vecchiezza? Io credo che quella statua di quella Nostra Donna sia la piú bella scoltura del mondo.

Fiorentino. Non era egli un peccato che quel gigante gli fussi stato rotto un braccio?

Peregrino. Veramente grandissimo. Ma donde s’entra egli in questa sagrestia sí mirabile?

Fiorentino. Di qua, per chiesa; andate lá ed entrate dentro, con patto che voi non facciate come un altro.

Peregrino. Oimè!

Fiorentino. Non vi spaventate cosí tosto; fatevi prima da un capo e cominciate a rimirar questi capitanoni, questi figuroni, queste arche e queste femine, e poi stupite. Quando l’avrete considerate, allora potrete dire stupefatto: «Oimè!». Ma, ditemi, che avete voi, che state sí fisso a rimirar questa Aurora? Voi non battete occhio; vi sareste mai convertito in marmo?

L’Aurora parla.

E’ non sono molti anni, nobilissimi signori, che, venendo a vedermi un altro ingegnoso spirito in compagnia di Michel Agnolo, che, avendo egli guardato e riguardato ogni cosa, affissò poi la vista nella mia sorella Notte che voi vedete, e tanto diede forza a’ suoi spiriti di fermezza che si fece immobile. Onde, accorgendosi Michel Agnolo di questo, non lo svegliò dal fisso rimirare, perché non aveva autoritá sopra la figura che Dio aveva fatto, ma sopra la sua; e, acostatosi a lei, la [p. 21 modifica] svegliò, e la fece alzar la testa. Onde colui che s’era trasmutato in quella fermezza, sentendo e vedendo muover quella, si mosse anch’egli; e cosí per la virtú del divino uomo ritornò in se medesimo: e la Notte ripose giú la testa e, nel muover che la fece, la guastò la prima attitudine del sinistro braccio che Michel Agnolo gli aveva sculpito; cosí fu forzato a rifarne un altro, come voi vedete, in un’altra attitudine che stessi piú vaga, piú comoda e meglio che da sé aconciata non s’era. Il simile ho avuto paura che intervenga a questo gentiluomo che sí fermo mi rimira; onde sono stata forzata, non ci essendo chi m’ha fatta, a muovermi alquanto, acciò che egli torni in se medesimo dall’estasi della mia contemplazione.

Fiorentino. Chi crederá mai, signor Peregrino, che questa Aurora v’abbi dato spirito? Saravvi egli prestato fede, quando affermerete che la v’abbi favellato? Voi eri pur diventato immobile come lei; e si potrá pur veder sempre che la s’è ritornata freddo marmo con la parola mezza in bocca; l’ha pure il moto; chi negherá, vedendola, che la non si muova ancóra?

Peregrino. Io son tanto rimasto maravigliato della forza che ha avuto questo marmo in me che a pena posso esprimer la parola. Se la figura divina, fatta per mano d’un Angelo, non parlava, io era sempre pietra. Oh che stupende cose son queste! Io la tocco sasso, e mi muove la carne e mi diletta piú che se viva carne io toccasse; anzi io son marmo ed ella è carne.

Fiorentino. Ecco qui il luogo dove questa figura della Notte aveva il suo primo braccio accomodato; e perché la non si posò in quella medesima attitudine, ecco l’altro che egli sculpí di poi. Parvi egli un maestro, questo, a rimutare tutto un braccio dalla spalla a una figura finita e stabilita sí mirabilmente come questa?

Peregrino. In questo cassone macchiato chi ci diace?

Fiorentino. Le ceneri del gran duca Alessandro ci furon poste.

Peregrino. Dignissima urna a tanto principe. Questo figurone armato qua su di sopra? [p. 22 modifica]

Fiorentino. Questo e l’altro di lá sono stati sculpiti uno per il magnifico Giuliano e l’altro per il duca Lorenzo.

Peregrino. Che stupende bozze di terra son queste qui basse?

Fiorentino. Avevano a esser due figuroni di marmo che Michel Agnolo voleva fare.

Peregrino. Perché non si dava egli grado, ancóra che non se ne curi, e stato e ricchezze e palazzi e possessioni a un tanto uomo e che tutto il bello che egli ha fatto a Roma fosse stato fatto qua in questa cittá fior del mondo? Voi avete pure gli animi feroci in verso i vostri sapienti, inverso i vostri compatrioti mirabili! Mentre che son vivi, voi gli sprezzate, offendete e perseguitate: onde quel che fanno, lo fanno con un animo carico di mille fastidi; che se potessino godere la patria con quiete e fossero riconosciuti, meglio assai opererebbono. Il vostro Dante dove è? il vostro Petrarca? il Boccaccio come si sta? Ottimamente stanno certo, perché godano il privilegio delle virtú loro; ma non gli mancaron giá mai travagli. Leggete la vita di Filippo di ser Brunellesco scritta da messer Giorgio Vasari, e vedrete quanta fatica egli durò a mostrar la sua virtú a dispetto degli invidiosi vostri. Qual maggior pittore arete voi mai d’Andrea del Sarto? dove diaciono le sue ossa? Il vostro gran Rosso perché non lo aver mantenuto qua? Perin del Vaga? O Dio, che voi abbiate sí fatta dote dal cielo e l’uno l’altro ve la conculchiate e cerchiate di ficcarla sotto terra...! Perché non ci sono le statue di Pier Soderino, di Cosimo vecchio, di Lorenzo, del signor Giovanni1, d’Anton da San Gallo, del Ficino, del Poliziano, e tanti altri infiniti in ogni scienza e arte ornati? Quanti anni è stato il vostro Bandinello fuori? quanti Benvenuto?2 dove è Francesco Salviati? dove Giovan’Angelo?3 dove Michel Angelo? dove è il Nardi, Luigi Alamanni, dove [p. 23 modifica] lo Strozzi?4 Se Fiorenza godesse i suoi figliuoli, qual sarebbe piú felice patria? Il difetto non vien da’ governi, ma dalla malignitá di molti, che tutti s’uniscano a porre a terra un bello intelletto, e io ne so qualche cosa. Non patisce maggioranza il sangue d’Arno, mi pare a me, e s’accieca da se medesimo e non vede il suo male: però dicevano i vostri nimici «fiorentini ciechi», non dal non veder voi le colonne affumicate, ma dal non vedere i vostri mali, diceva il Guicciardini, le vostre rovine e il perseguitarvi l’uno l’altro, distruggervi e rovinarvi.

Fiorentino. Io sono stato ascoltarvi come s’io fossi stato una statua di marmo. Oh, voi sapete cosí bene i fatti nostri?

Peregrino. Ringraziato sia Dio! voi le fate tanto coperte e sí secrete le vostre faccende che ci va gran difficultá a conoscerle! Come voi avete l’arme, tutti, intendo che ogni di siate a duello, vi ferite e amazzate; e, quando si ragunano, secondo che si dice, le vostre milizie, non c’è mai altra faccenda che correre a veder combattervi insieme! Ma non piú di questo: mostratemi la sepoltura onorata che voi avete fatta al vostro Verino, sí gran filosofo. Dio sa come tratterete il Vittori! Fate che io vegga l’orazion funerale fatta per messer Francesco Campana e il suo sepulcro: egli governatore d’uno studio pisano, egli primo uomo del duca vostro, egli litterato e dignissimo prelato. Va, ritrovane altro nome che questo poco che io ne ragiono! Messer Francesco Guicciardini, dalla sua fama in fuori (oh quello era un intelletto!) che ne apparisce? Se l’arcivescovo Antonino non era frate e da’ frati onorato, anche egli andava, dall’opere in fuori, a monte. Fatemi veder l’urna di Donatello? di Luigi Pulci, del Poliamolo pittore, di Lionardo e di fra Filippo?5 In duomo son due cavalli e quattro teste, Giotto, il Ficino, eccetera eccetera. Con qual animo volete voi che la gioventú si metta a opere egregie, all’imprese immortali, ai fatti eterni? Io stupisco che alcuni eccellenti stieno e sieno stati [p. 24 modifica] tanto: il Tribolo, il Pontormo, il Bronzino, il Vittori, il Bandinello, Benvenuto, il Varchi; ma questo viene dalla nobiltá del principe, che gli ha per figliuoli. Vedete (non l’abbiate per male, io non son parziale), quando le cittá son ben governate, le terre, i castelli, le ville, e i virtuosi aiutati, i poveri sovenuti, e che la giustizia sia rettamente aministrata, o sia uno o due o tre o sette o mille che governino, non mi dá nulla di fastidio. Ma io non m’accorgo che gli è ora di uscir di qua: andiamo; e, lasciato da parte questi modi di ragionamenti, mettete mano a una novella e avianci.

Fiorentino. Il vostro discorso m’è piaciuto, e piacemi ancóra che non m’andiate su quelle parzialitá: lodare il bene sempre e biasimare il male quando fa bisogno. Ora, per compiacervi, metterò mano a una favoletta, tanto che passiamo il tempo insino a casa.

Novella della gentildonna.

Questa volta io posso dirvi di veduta con mano, in questo caso. Egli è forse tre anni ch’io era fuori a un mio loghetto alla villa di Scandicci, dove molte delle nostre cittadine il tempo della state alle loro possessioni spesse volte si riducono. Io, che son pur giovane, andava cosí occhiando, come spensierato giorneone, e attendeva a uccellare, andare a caccia e altri passatempi, e, quando mi veniva bene, facevo lo spasimato. Volete voi altro? che io trovai in poco tempo quello che io andava cercando. Egli vi venne una cittadinotta fresca, maritata di pochi mesi, una misalta, vi so dire, che si sarebbe strutta in bocca; e non accadeva dir «carne tirante fa buon fante» altrimenti; ell’era una carne stagionata che ne sarebbe ito la maladetta spalla. Di questa, adunque, mi tirò l’apetito e, senza verzuè, o senza altra salsa di san Bernardo, n’avrei fatto una satolla. Ella aveva poi un’aierotta dolce, uno sguardo che feriva con due occhi di falcone, che volta per volta io ne toccavo un batticuore di parecchi male notti. Non voglio ora, per allungar la cosa, starvi a dire di mano bianca o leggiadro piede [p. 25 modifica] e gamba o ciglia arcate, perle, rubini, viole o gelsomini; basta che una Venere dipinta da Tiziano non gli avrebbe fatto carico alcuno. Come io fussi concio dall’amore e tartassato da Cupido, Dio ve lo dica per me: egli ci mancò poco che io non facesse le matterie. Io lasciai l’uccellaia de’ tordi e attesi a tender panioni per pigliar costei; non cacciava piú lepre con cani, ma seguiva lei con pollastriere e presenti. Madesí, per la mia fedel che la non restò mai, per cosa che io le offerisse o volesse donare, d’andare dietro al suo naturale, che era esser gentildonna da bene. Ma il mio dispetto era questo, che sempre la viddi a un modo: mai si crucciò meco, mai s’intrinsicò; ma in quel modo e quella forma che io la vidi il primo giorno, sempre stette salda e faceva, per suo grazia, tanto conto di me come s’io stato al mondo non fusse. Alla fine mi deliberai di tendergli molti lacciuoli e tessergli tanti viluppi che io ne cavassi qualche sugo; perché, in veritá, da cordiale amico, io vi giuro che la passione grande che io aveva non mi lasciava avere un’ora di riposo: io durai parecchi anni, non mesi, forse cinque anni, e la vidi sempre equale di fatti, d’atti, di cenni e di parole; come ho detto, gentildonna da bene. Deh, udite che occasione, in ispazio di tanti anni, mi venne alle mani; occasion debole certo, ma a proposito. Ella si storse una mano in cadere a terra d’una pianella: onde, non vi essendo chi gne ne mettesse in assetto, toccò per sorte a me, che un poco me ne intendo; e per la mia lavoratora le feci saper questo. Pensate che ’l dolore e la necessitá la fece esser contenta che io gli rassettasse quell’osso della mano, che era fuor del luogo suo. Quella medesima cera allegra, bella e piacevole mi fece ella che sempre era il solito suo, cioè gentildonna da bene. La mia lavoratora era pur alquanto piú adimesticata seco che inanzi; onde tal volta la se ne veniva, quando era a Firenze, con una sua fante a spasso da lei, ma di rado, e poi a casa se ne tornava. Io, che moriva di spasimo, che da «buon dí» e «buon anno» in fuori, non sapeva che la sapesse dir altro, e due parole di «gran mercé», quando gli messi la mano in essere, onde mi deliberai, con questa mia vecchia contadina, [p. 26 modifica] venire in ragionamento e scoprirgli questo mio amore: e cosí feci e la pregai che mi aiutasse o consigliasse. Ella, quando ebbe udito quanto buono io avevo in mano, ch’era un non nulla, conobbe veramente che la gentildonna non era terreno da porvi vigna; pur disse: — Chi sa che costei non volesse piú tosto arrosto che fumo, come dir fatti e non parole. — E si risolvè che io l’acchiapasse fra l’uscio e ’l muro alle strette a solo a solo. Cosí mi diede il modo, e fu questo: — Tu farai — disse ella — vista d’andartene a Firenze e cavalca via alla scoperta, e la sera per lo sportello vientene qui, e io ti nasconderò in casa, e stara’ci tanto che la ci venga, come ella è solita, una volta: quando la sará in casa, mettegli le mani adosso o fa come ti vien meglio a taglio. — Cosí feci. Un dí, essendo in casa e in camera rinchiuso, e la vecchia, stando alle velette, a vederla venire, me lo fa intendere, ed ella si nasconde nel canneto dietro alla casa. La gentildonna viene ed entra liberamente dentro e cerca e chiama, e nessuno gli risponde; la fante si ferma su l’uscio e lei, come piú di casa, ne vien difilata difilata insino in camera. Come ella fu dentro, io, che era dietro all’uscio, la presi per un braccio. Oh gran cosa, grande certamente! La non temè e non si scosse o spaurí in cosa nessuna; anzi con quella sua grata cera, disse: — Il ben trovato! Oh come hai tu mai — disse ella ridendo — fatto tanto bene a lasciarti godere? — E, come aveduta e sagace gentildonna e che antivedde l’ordine in un súbito, seguitò il parlare: — S’io non dava — disse ella — l’ordine alla vecchia, tu non saresti mai stato da tanto di farmi un giorno lieta: pur tanto ho desiderato questo giorno che felicemente m’è succeduto. — Io, come amante afflitto, vedendola, aveva quella forza o quell’ardire che ha un pulcino né sapeva dir altro né che fare se non guardarla. Ella allora, conoscendomi mezzo vivo, mi fece animo con dirmi: — Ritorna in te, amoroso giovane, e aiutami cavare questo cangiante di dosso ché io voglio starmi buona pezza teco sul letto a sollazzarmi; aiutami sfibbiar qua sotto il braccio. — Io, súbito lasciatala, mi diedi, da queste parole assicurato, a sfibbiarla e cosí l’aiutai cavar la cotta. Io quando la [p. 27 modifica] viddi passar tanto inanzi, l’ebbi, come dire, per mia. Ella, affaldellatola su e cavatesi le pianelle, la messe sopra d’una seggiola e acostossi in verso il letto (pensate s’io dissi questa volta «io l’ho nella scarsella»!) e a un tempo mi dice: — Nasconditi dietro al letto, tanto che io facci venir qua la fante mia a tôr queste cose e mandarla a casa. — Io l’ubidi’; ella súbito chiamatola, gli dice: . — Togli quella vesta e le mie pianelle e vattene a casa e quivi m’aspetta; e tira a te l’uscio di camera, ché io voglio un pezzo dormire; poi me ne verrò in faldiglia con la vecchia a casa. — Oh che allegrezza ebb’io quando udí’ dir cosí! Io non l’avrei data per mille ducati quella giornata; pensate che ’l mio cuore batteva come un martello: io era mezzo fuor di me. Considerate voi l’amor di cinque anni, ottener l’impossibile e vedermi la cosa in mano! Oimè che dolcezza, che felicitá e che contento! La fante, tolto il cangiante e l’altre cose, s’aviò fuori della camera e cominciò a serrar l’uscio; ma, perché l’era impaniata di quelle cose e se gli aveniva male, disse ella: — Va lá, ché io serrerò da me. — E levatasi di su la cassa del letto, s’aviò inverso l’uscio, dicendomi: — Amante dolcissimo, esci fuori. — E tutto a un tempo, in quello che io levo su, in quattro salti la raggiunse la fante e se ne uscí di casa. Ond’io restai uno stivale, una bestia insensata e uno sciocco; e con la solita allegrezza sua se ne andò. Né mai si seppe questo caso; mai piú venne dalla vecchia, mai restò di farmi la solita cera e io mai piú sopportai passione simile a quella di quel giorno. Cosí, considerando la nobiltá dell’animo suo, la virtú del suo ingegno e la generositá dell’intelletto, mi disposi a quietarmi e darmi pace.

Peregrino. Oh che gran gentildonna da bene! oh come v’uccellò ella bene! oh come facesti bene a levarvi da tappeto! e come abbián fatto bene ad arrivare a casa, ché egli è appunto l’ora del medico! So che cotesta figura non fu di marmo; se l’era di marmo, la non saltava via.

Fiorentino. Non altrimenti. Andate lá inanzi, entrate in casa. [p. 28 modifica]

Peregrino. Cosí fosse entrata nel letto la vostra amorosa e voi dietrogli, sí come farete a venire in casa dietro a me.

Fiorentino. Or cosí, che io abbi il male e le beffe! State cheto nel nome di Dio, altrimenti voi non avrete piú favole.

Peregrino. Son contento: ecco che io mi cheto, e do al ragionamento fine.


Note

  1. De’ Medici, dalle Bande nere [Ed.].
  2. Il Cellini [Ed.].
  3. Fra Giovan Angelo da Montorsoli [Ed.].
  4. Forse quel Francesco traduttore famoso di Tucidide, quello a cui piú lettere scrisse il nostro Doni? o Piero piú assai celebre necll’armi? [Ed.].
  5. Leonardo da Vinci, fra Filippo Lippi [Ed.].