I Marmi/Parte prima/Ragionamento settimo/Lo Stracco e lo Spedato, academici Peregrini

Lo Stracco e lo Spedato, academici Peregrini

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Lo Stracco e lo Spedato, academici Peregrini
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Lo Stracco e lo Spedato, academici Peregrini.

Stracco. Bellissimi ragionamenti sono stati quegli che hanno fatto nella sala del papa gli academici Fiorentini; le risoluzioni mi son piaciute: ma spero di cavar piú utile de’ ragionamenti che promesso hanno di fare ai Marmi con i nostri Peregrini. Ho poi inteso de’ varii cicalecci de’ Marmi, e mi piaccion le bizzarrie che vi si son dette, i versi d’ogni fatta e certi altri umori da cervegli straordinarii. Se io avessi da scrivere i concetti posti in campo che ho uditi, non ne verrei mai alla fine.

Spedato. Che disputa fu quella di parte e non parte, che coloro dicevan dianzi?

Stracco. Si messe in disputa come si dovevano chiamare quegli uomini che si tengano da un amico e pigliano la parte per esso; colui viene ad avere un nimico e loro similmente si trattengano con quell’altro, che è nimico dell’amico, e l’hanno per amico. Chi diceva che l’era doppiezza, chi bontá, chi astuzia, chi arte e chi un andarsene a caso e alcuni volevano che fosse tradimento e tristizia. Ma che? la disputa s’era attaccata fra plebei; ma poi che vi compari un messer Antonio Landi, gentiluomo reale e di buona intelligenza, uomo molto gentile e molto cortese veramente, e’ si quietarono, perché egli fece loro una distinzione, dicendo quasi a un simil modo (io non badai troppo alle parole, perché attendeva a lègger quella tavola in testa della sala): che si trova di tre sorte uomini: la prima attende a viver del suo; un’altra a guadagnarne; e la terza a consumar quel d’altri. Ciascuna di queste spezie ha due scarpe, cuffie o bande. Coloro che vivano d’intrate attendano oggi a mantenersi chi è lor sopra capo e l’onorano e, brevemente, fanno per lui ogni cosa; se domani viene un altro che signoreggi, e’ fanno il simile, perché vogliano godere il loro, e hanno [p. 143 modifica] ragione: questo si dimanda portare le scarpe da ogni piedi parimente. Gli altri, che si guadagnano il viver con le lor fatiche, portano due cuffie: quella del giorno, è tenersi amico ogni persona; e quella della notte, è, se un dice ben d’uno, ascoltarlo, se quell’altro dice mal d’un altro, non l’udire e andar dietro al suo lavoro senza curarsi punto punto di ciò che si dice: ecco che si può chiamare, questa seconda muta, un servirsi delle cuffie a quel che le son buone. L’ultima razza, sono i divoratori dell’altrui sustanze, come dire, riportatori di ciancie, novellieri, ruffiani, frappatori, tagliacantoni, bravacci, satelliti, bilingui, buffoni e altra canaglia, che, vincendo uno, si rallegrano, dicendo mal di chi va a di sotto; se quei di sotto vincano, e loro dicon mal di quegli che dicevan bene e bene di chi dicevan male: questo è un aver due bande e mettersi or l’una e or l’altra. Alla fine mi parve che egli dicesse che l’uomo era un cattivo animale (questo non l’affermerei, ma mi parve d’udir dir cosí) e che tanto quanto uno diventa grande e che egli spende e spande, ciascuno gli è amico e d’ogni fatta, ma quando si volta il rovescio, che non ha chi lo guardi e ciascuno si scorda i benifici ricevuti, sia di che fatta si voglia uomo, salvo «iure calculi», disse Scotto. E dette un esempio a quei plebei capace alla loro intelligenza e che calzava appunto. Disse egli: — Voi vedete una bella donna oggi e di quella v’inamorate, e in quello stato fate per essa ogni fatica, ogni spendio e patite ogni disagio: se la muore in quel termine, voi vi volete disperare; se la vive e che la diventi brutta e vecchia, voi gli volgete le spalle, perché non ne traete piú il vostro utile piacevole: e questo non vien da altro che dalla natura nostra, che è varia, diversa, mutabile e corrotta; quello che oggi ti piace, domani ti noia; in un punto spendereste in una frascheria tutto il vostro, che, passato l’ora, non guarderesti quella cosa né la torresti, se la ti fosse donata. —

Spedato. Che s’ha egli anco da fare d’una vecchia?

Stracco. Aiutarla e donargli qualche cosa, perché è uffizio d’uomo cristiano, e non usare il termine fra le creature che noi usiamo con le bestie: un cavallo, quando non è piú buono [p. 144 modifica] a cavalcare, se gli fa tirar la carretta; un levrieri, come è vecchio, mandalo alla ventura; ma cosí non si debbe far d’un uomo né d’una donna. Io ho veduto degli uomini che in gioventú sono stati mirabili serventi e amorevoli a ogni persona, servendo un signore o una casata, alla fine venire in vecchiaia ed esser da tutti abandonati e morire di stento: non son giá opere queste da uomini buoni.

Spedato. Il mondo fu sempre cosí, e sarebbe un voler dare un pugno in cielo a far fare altrimenti. Io credo che l’utile facci pigliar parte: tu mi paghi, tu mi doni, tu mi fai servizio; io aspetto ben da te, io ho speranza che tu mi facci ricco: questo è il modo a farsi parziale; e come tu non vedi la cosa che facci per te, volta, e vattene lá a tuo posta. — Oh, io t’ho fatto del bene! — Che rilieva? Tu non me ne puoi far piú.

Stracco. Cotesto è un esser Tamburino, dir ben d’un che non merita perché ti dia del suo, e dir male d’un uomo da bene perché non ti dá del suo. Bisogna minutamente considerare se l’uomo è degno della tua cortesia o se da lui viene a esser cortese teco. Se la tua servitú, la virtú o qualche buona opera fatta inverso l’amico ti fa degno di benefizio, è forza che tu confessi se tu l’hai fatto per amore o per utile: se per utile, dovevi conoscer prima con cui tu avevi da fare; se per amore, hai torto a dolerti. Non ti basta che colui si tinga il viso con il vitupèro dell’ingratitudine? Il quale è un vizio de’ piú terribili che sieno al mondo e un peccato crudelissimo, che io quasi mi vergogno a dirlo. Se, dall’altro canto, un cortese gentiluomo o discortese signore, ti fa bene per sua gentilezza o per suo umore, capriccio o volontá, quando egli si muta di fantasia, non accade volergli male.

Spedato. Questo mi sodisfá; per che non voglio risponder altro per ora. Ma ditemi: che lettere son coteste che v’hanno date?

Stracco. Lettere di diverse lingue: una ce n’è scritta in lingua italiana, una in lingua vulgare, una in toscano e l’altra è in lingua fiorentina.

Spedato. Oh la fia ben bella, da poi che una lingua si va minuzzando in tanti pezzi! Intendonsi elleno? [p. 145 modifica]

Stracco. Tu lo vedrai ora.

Spedato. Or, cosí, leggetemene una.

Stracco. «Caro fra’, magari foste voi venuto al nostro filò, perché vi sareste trattegnuo col galante Zannibattista, persona in fede mirabile e sletterata, dove ne avreste riportato piasi grandement. Ma voi séte a udire quello sbotasciá d’Ambros, che ciascuno che molto l’ascolta gli fa nel suo magone un mal servis. Ir conte, secondo che io aldo, si stava in cariega e sonniferava, come quel signore che mal volentieri ode questi figli; e sacchiati che fa bene, ascoltando tali, a dormirsi. Io per me stetti tutta sera a passeggiare in piassa, madesi, come ebbi pamberato, perché me’ li non faceva per me sentare; e piú tosto caccerei la pitta dalla bica che la non la scarvasse e mirare».

Spedato. Non me ne lègger piú; oimè! che tu mi fareste venire la morte! o che goffa cosa! Come la mettono eglino in toscano?

Stracco. «Fratel carissimo, Dio volesse che tu fossi stato alla nostra veglia; perciò che avresti avuto un diletto non piccolo nell’ascoltare i ragionamenti di Giovan Battista, in veritá persona tanto mirabile quanto letterata. Penso ben che vi siate abbattuto nel contrario, a dar orecchie ad Ambrogio da Milano che fa sí brutto udire ed è non meno lungo che fastidioso in quel suo novellare; e a me, quando gli do udienza, fa egli dolere il corpo; non so quel che si facci agli altri. Il conte, che lo conosce, si mette a sedere e s’adormenta e ha per manco male il dormire che stare intento a ciò che dice Ambrogio si fattamente. Io lo fuggi’ l’altro ieri, e piú tosto, come ebbi fatto una buona colezione, mi stetti a passeggiare in piazza che starmi lá con seco a ragionare sedendo. Egli non è cosa che io non facessi piú volentier che tenergli compagnia, s’io dovessi andare a cacciar la chioccia dal pagliaio e stare a guardare un branco d’oche o di castroni».

Spedato. Non dir piú inanzi, ché di quell’altra tu non sei arrivato costi. La non piace al mio gusto questa ancóra: quella in volgare, potresti tu leggerne uno straccio? [p. 146 modifica]

Stracco. Volentieri, ma ascolta ogni cosa.

Spedato. Cotesto sará come Dio vorrá: leggi pure.

Stracco. «Avendo inteso, onorato amico, da certo uno che poco dianzi che ’l prencipe vostro fossi inamorato nel volgare idioma, che egli attendeva all’ostentazione particolarmente dell’artifizio della loquela latina, questa petizione che ora io ti voglio dimandare, ancor che la sia cosa menomissima, n’ho grandemente necessitá; perché altresi mi conviene fare un presente al prencipe d’un vocabolario da farlo meravigliare. Io sono stato ritrovante ottimo di molti bei detti ed esquisite parole, come sono: ‘Imbrandire una asta, prencipe erudito, è cosa di fortalezza d’animo; il correrla poi con celeritá, è ornamento di fortitudine'; Voi m’interpellerete se mai sono stato veggente queste cose; io, per non mi arrogare a gloria questo caso, ne son per dire un simiglievolissimo, per tenére io piú del solerte che...».

Spedato. Deh, straccia cotesti scartabegli e attendi ad altro, di grazia; non mi lègger quella fiorentina, ché per la fede mia costoro fanno a chi peggio dice.

Stracco. I libri in volgare tradotti, se tu gli leggi, e’ son pieni di questi andari; color che scrivano in toscano (o se lo dánno a credere d’aver scritto toscano, perché l’hanno posto sul titol dell’opera) fanno ancor loro una infilzata di belle parole; e il vero favellare buono è sapere per arte quello che sanno per natura i toscani, mi credo io; che una parola, quando la finisce, la s’appicchi con l’altra con facilitá, con armonia e non con asprezza, suono roco e strepitoso.

Spedato. Pochi sono che conoschino cotesta differenza.

Stracco. Or non piú: se non la vogliono conoscere, sia con Dio: io ho sonno; e sará bene, poi che stasera non si va ai Marmi, perché è piovuto e tuttavia spruzzola, che noi ce n’andiamo a casa. Un’altra volta sará quel che disse il piovano Arlotto a colui che gli dimandava se l’altro giorno sarebbe caldo, in quel dí che nevicava sí forte.

Spedato. Andiamo adunque a riposarci.