I Marmi/Parte prima/Ragionamento settimo/Alberto Lollio, Bartolomeo Gottifredi e Silvio scultore

Alberto Lollio, Bartolomeo Gottifredi e Silvio scultore

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Alberto Lollio, Bartolomeo Gottifredi e Silvio scultore
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Alberto Lollio, Bartolomeo Gottifredi
e Silvio scultore.

Lollio. Messer Bartolomeo, onde deriva che voi non date al mondo de’ vostri dolci e saporiti frutti prodotti dall’intelletto vostro fertilissimo e mirabile? Non vedete voi come il mondo s’è dato oggi tutto alla lingua volgare? come se ne diletta ciascun principe, signore, gentiluomo, e, per dir cosí, ogni plebeo alla fine vuol lèggere?

Gottifredi. Voi m’avete dato appunto dove mi duole: che cagione vi ritiene a non seguitar di scrivere con sí onorato stile e sí dotte cose, come avete cominciato di fare?

Lollio. Il continuo travaglio delle faccende del mondo, alcune infirmitá che m’hanno offeso grandemente; e poi, le mie cose, pare a me, non son buone né son date in luce per insegnare, ma le fo per non parere ozioso, e non le reputo nulla, come colui che mi conosco né mi voglio attribuire di sapere.

Gottifredi. La modestia vostra non direbbe altrimenti; ma voi avete dato al mondo tal saggio della dottrina vostra che egli non accade lodarla, perciò che tutti i peregrini spiriti l’ammirano, conoscendo che séte in tutte le cose gentiluomo mirabile e virtuoso onorato.

Lollio. Fia bene metter da canto l’affezione che mi portate e dir che un par vostro, d’animo gentile e cortese, non parlerebbe verso i suoi amici altrimenti. Ma ditemi, vi prego, ciò che vi ritiene che non date alcuna cosa piú alla stampa.

Gottifredi. «Il meglio è che io mi taccia — disse il poeta — amando e muoia».

Lollio. Voi sapete che colui che è di opere egregie supremo è degno di lode; ma colui che scrive bene le sue lode è degno d’una ottima fama anch’egli. Voi séte uomo per uscire [p. 148 modifica] a onore d’ogni difficile, faticosa e virtuosa impresa; potresti con lo stil vostro scrivere istorie, perché ha del grave e del dilettevole; potresti con i bei concetti vostri, esprimendogli in carte, giovare e rallegrare: questo dico perché ho delle prose vostre nel mio scrittoio e delle rime, e in ciascuno stile, in ogni materia di dire, a me e a molti che le cose vostre hanno lette e rilette, sodisfate voi interamente.

Gottifredi. Ringrazio molto la vostra cortesia e di coloro che mi lodano; e vi prometto narrarvi la cagione, se prima m’accennate quel che impedisce voi.

Silvio. Io, che non ischerzo con la penna, ma talvolta m’azuffo con i vostri libri, dirò la ragione che impedirebbe me, s’io fossi cronichista, poeta, novellatore, scrittore, copista, traduttore o come voi volete ch’io mi chiamassi.

Lollio. Questo discorso non mi sará discaro.

Silvio. Io che pratico per le case di diversi personaggi e sono ito per il mondo a processione, e son qua in Firenze stato molto tempo, che a dire il vero ci ho imparato assai; e se voi state in questa cittá qualche mese, voi vedrete che qua c’è cervegli astratti, bizzarri, sofistichi, acuti e gagliardissimi per rifrustare una scienza. Solamente questi Marmi farebbono svegliare ogni adormentato intelletto: chi viene una state a starsi qua la sera al fresco, può dire quando si parte: io ho imparato piú ai Marmi di Firenze che s’io fossi stato quattro o sei anni a studio. Egli è ben vero che talvolta i nostri Marmi fanno come tutte l’altre cose che la natura ha ordinate in peso e misura: spesso spesso non ci si dice nulla; alcune volte non c’è ridotti se non d’artigiani; accade ancóra disordini inremediabili, onde si fa piú sere vacazione come negli studi; e talora è l’anno del bisesto, tal che vanno a monte tutti i cicalecci.

Gottifredi. Pur che non sia questo anno che noi siamo venuti qua, basta.

Silvio. E’ non fu mai sí gran moria che non restasse qualche uno: bene udirete di bello, se dimorate ancóra quindici o venti giorni. L’academia disputa e ci sono alcuni Peregrini di [p. 149 modifica] Vinegia che vengano dall’academia e apiccano spesso spesso ragionamento con i nostri. Ma lasciamo andare questo per ora: udite la cagione che mi riterrebbe a non dar fuori nulla.

Gottifredi. Questa è la giuggiola! Toccatemi cotesto tasto e mi farete ridere, s’imboccate appunto.

Silvio. Io voglio lasciar da parte il travaglio dei meccanici scrittori che traducono per cavare della lor pedanteria qualche soldo e son forzati a far le traduzioni a lor dispetto, per forza, se non vogliano morire in una prigione o mendicare il pane con «poeta, quae pars est?» (dico, se ne sanno tanto però della grammatica che baste), e a tradurre ancóra per parer d’esser vivi, non sapendo di lor fantasia comporre alcuna cosa.

Lollio. Il tradurre è cosa buona e utile.

Silvio. Vedete se l’è buona, che fanno l’epistole dedicatorie per utile; e io, dato che i cieli m’avessin fatto gran maestro, non avrei dato un pane a un traduttore per tradurre, e a uno che avessi composto opere derivate dalla dottrina sua e dallo ingegno, sí, e bene e buona somma gli avrei donato. Ma questo rappezzar libri e dire: — Io gli ho messa una toppa — o — sbellettato un certo che, accozzato vocaboli, fatto un catalogo di diverse bagaglie rubate da questo autore, e tolto in presto da quell’altro scartabello — alla fé, alla fé che non avrebbono avuto da me un soldo traditore.

Gottifredi. E, per dio Bacco, che ci sono assai della vostra fantasia oggi, ma meglio di fatti, che non danno nulla a’ traduttori e, peggio, né anche donano ai proprii autori dell’opere; perché alle traduzioni v’è pure una certa scusa di dire: costui non ci ha di suo nulla, il libro è composizione d’altri; costui non ha fatto altro che trascriverlo; costui è goffo, costui è pedante; va alle forche — e simile cose — va, mendica il pane a insegnare grammatica — eccetera. Or seguitate.

Silvio. Credo che non sien piccoli i travagli che sopportano i componitori, primamente, né pochi, anzi senza numero; e ne dirò alcuni. Il primo è lambiccarsi la memoria a trovar l’invenzione, stillarsi il cervello a studiar la materia e affaticarsi a scriverla: questa mi pare una fatica intollerabile: chi manca [p. 150 modifica] poi d’invenzione, di dottrina e di stile debbe gettar goccioloni dalla testa tanti fatti. Il secondo ramo di tal pazzia, volsi dir fatica, è il risolversi che l’opera sia buona o cattiva; se l’è buona, l’invidia è in piedi. Oh gli stanno freschi gli autori! E’ mi par di vedere che in tanto che uno autore scrive, l’invidioso e il biasimatore si sta in ozio; lo scrittor siede e patisce, e il cicalone spasseggia e ha buon tempo in quel mezzo; il virtuoso la notte veglia e studia, e il gaglioffo che tassa dorme come un asino e russa; il poveretto sta digiuno per finire di trascrivere un suo libro tosto, e il manigoldo, che sta sull’appuntar sempre, devora come un lupo e tracanna come una pevera; il litterato, mentre che egli volge le carte de’ buoni autori per imparare, e i ghiottoni spensierati si rivoltano nei vizii disonesti. Che vi pare di questa tacca? dice ella mille dal canto grosso? Il terzo dispiacere che mi parrebbe ricevere, s’io componessi, sarebbe il veder condannare i miei scritti, biasimare e tassargli dalla gente ignorante che si pigliano una autoritá badiale sopra di chi scrive, proprio proprio come se fossero un Platone in Grecia o un Cicerone in Roma. Credo bene che un litterato abbi piacere d’esser ammonito, da uno che piú di lui sappia, ripreso e corretto; ma i furfanti che tassano, non fanno e non sanno fare, credo, che dien loro molto nel naso, tanto piú, quando tirano gli scritti a cattivo senso, simile a quello che hanno nel cuore, e l’autore non ebbe mai se non buona mente e perfetta intenzione. Alla quarta vi voglio, ché spesso spesso ho fatto a’ capegli per altri, quando mi son trovato in dozzina (oh, la mi cocerebbe questa, s’io fossi maestro di far libri!); ché una tavolata di brigate si son piene a crepacorpo che si toccherebbe il pasto col dito, sí son traboccanti, e dicono: — Dá qua mezza dozzina di quei libracci per passar via questo tempo. — Eccoti i libri; ecco che gli aprono a caso, senza dar principio, regola o ordine, ma cominciano a lèggere a fata: «Furono oppressi dagli spagnoli, perciò che il Liviano aveva mandato...».

Gottifredi. Ecco, io tasserei cotestui di quello «oppresso», s’io fossi un di coloro, benché il Boccaccio abbi detto nel [p. 151 modifica] principio della prima Giornata «opprimere»; o, per dir meglio, tasso voi che l’avete detto, ché potevi dire in altro modo.

Silvio. Questo è un ragionare!

Lollio. Che dicano costoro?

Silvio. Tassano alla bella prima: — Questo stile è pien di ciancie; costui magnifica chi gli è amico e tassa chi gli è nimico... —

Gottifredi. Fa molto bene a valersi de’ suoi ferruzzi.

Silvio. — ...Io l’ho per un frappatore; sotto una buona cosa o sotto velame d’una veritá ci mette cento bugie e mille ciancie impertinenti e fuor di proposito. — Oh, questa è la mia passione, questi sono stati i miei dispiaceri, veder dare i colpi agli uomini da bene! — Ma tutto mi passo d’un libro — dicono eglino — salvo che le tante parole superflue. —

Lollio. Bisogna vedere se le parole son del principale autore o del traduttore, perché colui che traduce spesso non sa se sia vivo.

Silvio. Passiamo inanzi. Un gran travaglio avrei di non sodisfare a chi vuol tradotto parola per parola; e s’io traducessi cosí, avrei quell’altro soprosso di toccarne, per non m’aver disteso dove bisognava e a pena quanto è lungo il lenzuolo.

Gottifredi. Circa alle traduzioni, non credo che si possi sodisfare se non a me, perché io mi contento d’ogni cosa. Seguitate a dire di chi compone, perché voi siate su la mia via.

Silvio. Sta fresco: so che la gli va a vanga! Prima e’ tocca una buona ramatata del dire: — Non è cosa, su questo giornale, che non sia stata detta e ridetta mille volte: questa è contro alla tale; questo non si può dire; questo lo disse il tale; questa cosa è rubata del tal luogo, quest’altra è rivolta per un altro verso; costui farebbe il meglio attendere ad altro, la non è suo professione. — O veramente, stupendo che sappi far tanto, dire: — Qualche uno gli compon l’opere: che sa costui di teologia? dove ha egli studiato mai filosofia, che sappi tanto? Io l’ho praticato molti anni che a pena sapeva diffinire «Cum ego Cato animadverterem». Oh Dio, guarda chi fa stampar libri! — [p. 152 modifica]


Lollto. Non avresti voi, fra tanti dispiaceri, se voi foste poeta, alcun piacere?

Silvio. Il lasciargli gracchiare, per la prima; s’io vedessi poi che ’ miei libri fussino lodati da chi è netto di parzialitá, gongolerei; se si vendessero che gli avessin spedizione a contanti, mi rallegrarci molto; e sopra tutte le cose starei di buona voglia, perché con questi mezzi farei crepare i miei nimici.

Gottifredi. Se qualche furfante o qualche dottoruzzo ignorantissimo, vedendo che le vostre cose sono approvate per dotte, per buone, per piacevoli, per utili e per dolcissime, si vantasse nell’orecchia di molti: — Io ho messo colui su la via del comporre, io gli ho fatto tutte le cose — e dicesse che voi non sapeste ciò che vi pescate senza lui, che fareste?

Silvio. Lo farei rimanere una bestia; perché, separandomi da lui, andrei e comporrei una dozzina d’opere e farei vedere al mondo che la sua eccellenza mente per la gola.

Gottifredi. Se egli vi scrivesse qualche invettiva contro per tôrvi l’onore e la fama buona?

Silvio. Non può uno infame far simil cosa, perché bisogna prima che ricuopra i suoi vitupèri e poi scuopri quei d’altri; ma negli altri son dubbii e in se stesso sarebbon risoluti, ciò è ch’e’ fossi un tristo e un ignorante.

Gottifredi. Pure, se la facesse da ghiottone e da traditore?

Silvio. Col tempo, messere, farei conoscer con l’opere la sua malignitá, e il tempo medesimo manifesterebbe ancóra le sue ghiottonerie. Io vi voglio dare, disse un nostro vecchio chiamato Salvestro del Berretta, un ricordo, che chi fa invettive contro ad altri, la maggior parte delle volte dipinge se medesimo.

Lollio. La mi va, perché d’una ch’io viddi giá stampata e scritta per mano d’un tristo, fatta contro a un giovane da bene, e l’ho ancóra, è tutta tutta convertitasi nell’inventor che la fece.

Silvio. Questo sarebbe un di quei piaceri che io avrei, che uno si fregiasse il viso da se medesimo, perché alla fine chi tien simil vie d’esser traditore agli uomini, l’attacca anco a chi [p. 153 modifica] sta di sopra; e spesso spesso (poco dianzi dice egli «sovente» nel suo scrivere) e’ sono imbavagliati di giallo e vanno a processione con le torce accese in mano, dando fuoco a’ lor libri tradotti, non meno goffi che pazzi.

Gottifredi. Cosí va ella bene. Ma favellate voi d’alcun particolare?

Silvio. Io favello d’un universale tristo, e non d’un particolare, che oltre il meritar il fuoco, il barar con le carte, far del dado, essere maligno, ignorante e traditore, non crede in Dio: guardate se questi son particolari!1.

Lollio. Egli intenderebbe un sordo. Adunque, per concluderla, se voi componeste molte cose, vi farebbon saltare il moscherino.

Silvio. Cosí sta. Ma io ho detto insino a ora dell’opere buone: se le s’abbattono a esser cattive, a che siamo? aver durato fatica, sudato, speso il tempo, gettata via la spesa e poi farsi uccellare!

Gottifredi. Questo si chiama avere il mal anno e la mala pasqua. Io adunque, per dirvi l’animo mio, per molte delle cagioni che ha detto Silvio, lascio stare di scrivere.

Lollio. E io per una sola, perché non mi sia interpetrato in cattivo senso i miei buoni pensieri. Ritiriamoci a casa e verremo a udire domani da sera se ci sará nulla di nuovo a’ Marmi; ché stasera le brigate hanno avuto paura del tempo.

  1. Il Domenichi, come nella seconda Libraria, all’articolo sotto l’anagramma Echinimedo Covidolo, e all’altro sotto Fantino da Ripa. [Ed.]