I Marmi/Parte prima/Ragionamento sesto/Il Fiegiovanni e il Norchiati

Il Fiegiovanni e il Norchiati

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Il Fiegiovanni e il Norchiati
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Il Fiegiovanni e il Norchiati.

Fiegiovanni. Ben sapete che l’è cosí come io ve la dico.

Norchiati. Scrivete voi poi tutte le cose che hanno fatto i duchi?

Fiegiovanni. Ogni minima particolaritá, ciò che hanno fatto; di tutti coloro, brevemente, che sono stati della casa de’ Medici; e ho fatto principio dall’antico Cosimo e vo’ finire a questo Cosimo, come dire da un mondo all’altro.

Norchiati. Per me non credetti che voi facessi mai si fatta impresa. Come avete voi narrata la cosa, quando il duca Alessandro trovò del grano che gli usurai l’avevano serrato?

Fiegiovanni. Ho scritto che un anno, minacciando carestia grande e quell’altro da venire maggiore, che sua eccellenza, come ottimo signore, deliberò di provedere alla povertá; onde, fatto chiamare tutti coloro ch’egli sapeva che avevono del grano, gli pregò a uno a uno particolarmente che fosser contenti di mettere a ogni mercato, su la Piazza del grano, tanti sacchi di frumento, al pregio che valeva. Allora uno cominciò a rispondere: — Vostra eccellenza è male informata che io abbi grano; io vi giuro, per il desiderio che io ho che sia abondanza, che egli me ne manca dieci moggia per la mia famiglia e aiutare i miei lavoratori. — Pazienza! — diceva il duca, e in tanto faceva segnare a uno che era da parte: «Al tale messer tale manca tante moggia di frumento».

Norchiati. Bisogna che voi ci mettiate il nome, a che tempo, eccetera.

Fiegiovanni. Tutto ci metterò. Cosí mandò per molti gentiluomini; e ciascuno trovava scusa che non n’aveva. Quando sua eccellenza ebbe fatta questa diligenza, non volle stare a mandare per le case a cercare e misurare, ché troppo avrebbe avuto che fare oltre alla novitá del caso; ma fece di Sicilia [p. 77 modifica] venir navi cariche, a sua instanza, di frumento, e, quando furono a Pisa, lo fece subitamente condurre a Fiorenza, e secondo che ’l grano valeva, verbigrazia, un ducato lo staio, egli lo messe a cinquanta soldi: onde gli usurai rinegavano la pazienza, non potendo far vendere il loro. Quando ebbe tenuto molti giorni il grano a buon mercato e pieni i poveri, egli mandò un suo notaio a fare intendere a quei gentiluomini che avevan detto che mancava loro tanto frumento, che dovessero andare a levarlo dalla canova di sua eccellenza, perciò che egli, come buon signore, sapendo di lor bocca che mancava tanto grano alla famiglia loro, per non gli far patire, gli aveva proveduti, e che gli dovessin dare il costo; assai era l’averlo fatto condurre insino a Fiorenza per mantener loro e il suo popolo. Onde bisognò che lo pigliassino e pagassino e lo mettessino in granaio; il qual frumento sopravanzo con l’altro che di piú avevano n’andò una gran parte giú per il fiume d’Arno, ribollito con il tempo e guasto.

Norchiati. Piú alto stile vorrei, piú limato, e che avesse un certo suono, all’orecchia, grande, che tenesse dello istoriografo, non della feminetta che conta le sue favole e novelle.

Fiegiovanni. Ben sapete che nello scritto io vo piú leccato e la stringo meglio la cosa.

Norchiati. Venite a quella della fanciulla che i suoi cortigiani sviarono.

Fiegiovanni. Cotesta narrazione vorrebbe avere qualche garbetto dentro, ma io non ci son troppo mosca. Io l’ho narrata in simil modo: «Due giovani di corte cercarono di sollevare una bella donzella dalla madre; e quello che n’era inamorato gli promesse, dopo che non aveva potuto corromperla per altri infiniti mezzi, di pigliarla per donna. La fanciulla era figliuola d’una poveretta, ma era ben gentile e bella. Allora la si fuggí dalla madre e n’andò con esso loro. Quando i galanti cortigiani si furono cavati i ghiribizzi amorosi del capo, gli fecero una vestetta e, con grande dispiacere della figlia e gran promesse, la rimenarono una notte a casa, promettendo di tôrla tosto, fare e dire; e, lasciatola con alquanto di moneta, la [p. 78 modifica] piantarono. La madre, che temeva l’onore, cominciò a imperversare con la figliuola e volerla uccidere; ella, contato tutto il caso, scusandosi e mostrando come era stata ingannata, faceva un rotto pianto. La fama andò per la vicinanza, come è il solito dei cicalecci delle femine; onde la fu consigliata ad andarsene a dolere ad Alessandro, veramente duca dignissimo d’ogni gran governo. Egli, udito il caso, l’impose silenzio e gli disse: — State di buona voglia, e lasciate fare a me. Voi opererete che la vostra figliuola facci loro grata cera e mostri buon viso, perché dell’altre volte torneranno; e, quando la vorranno menar via, fate che la facci a lor modo; ma siate cauta in sapere in che luogo la menano e la stanza e tutto: questo ch’io vi dico non mancate d’osservare, perché, ogni volta che voi farete a senno mio, voi vedrete quello che sa fare un principe amorevole, che porta affezione a’ sudditi suoi. E se con silenzio vi governerete in questa cosa, perché è bella, io vi prometto che la figliuola vostra sará stata avventurata; ma se andate cicalando, come è il solito quasi di tutte voi altre donne, io vi giuro che, oltre alla vergogna vostra, per non dire ancor la mia, sará il danno e vitupero della vostra figliuola e della casa e perderá sopra ’l tutto una buona dote. Andate con silenzio, adunque, e tornate da me ogni volta che ci sia la sopradetta occasione. — Ella ubidí al duca. E loro, dopo pochi giorni, essendo la fanciulla al sole a farsi bella sopra un suo poggetto che sporgeva sopra d’un orto, entrati lá dentro, con nuove promesse la tornarono alla festa; e cosí la trafugarono una notte: dove l’accorta madre vidde la casa e seppe la camera, e cosí in quella sera medesima fece intendere il caso a sua eccellenza. Egli súbito, ancóra che fosse notte, si mise in via con alquanti capitani e la donna e se n’andarono a quella casa. Egli, rimandata via la madre, si fece aprire e volle veder la casa tutta. Quando fu alla camera, pareva che i cortigiani, temendo, dicessero: — Qua, signore, è una brutta stanza; non accade che vostra eccellenza vadi piú oltre. — Questa voglio io vedere — rispose il principe; e, facendo aprire, vide che a tavola con molta consolazione si stavano i suoi cortigiani con la bella fanciulla [p. 79 modifica] in mezzo. — Oh — disse il duca — buon prò, signori! — I quali, arrossiti e vergognosi, si levarono con molta prestezza in piedi, e la timorosa fanciulla, spaurita dalla vista del principe, si diede a piangere. — Non piangete — disse egli — ché le buone fanciulle si stanno a casa loro e non vanno con i cortigiani: che bell’onore voi fate alla vostra casata! — E quivi, dopo alcune gran minaccie e riprensioni, adoprò le buone parole, che la voleva maritare e dargli parecchi centinaia di ducati di dote; e gli disse, mostrandogli uno de’ suoi bravi e gentilissimi capitani: — Questo vi piace egli per isposo e per marito? — Ella, dopo molte volte, affollata del rispondere, disse: — Io non voglio altro marito che quello che m’ha promesso di tôrmi per donna. — Come? — disse il duca — adunque séte maritata? — Questo, signore, è quello a chi ho promesso. — E tu — voltandosi con uno sguardo da principe risoluto, da temere e riverire — perché, promettendogli, l’hai data in preda a questo altro? — L’amicizia, signore, n’è stata cagione e il non credere di venire all’essecuzione. — Adunque — disse il duca — tu non avevi dinanzi agli occhi Alessandro de’ Medici? Che di’, bella fanciulla? vuoi tu questo o quest’altro per marito? — Altri non voglio io — replicò la figliuola — che quello che promesso m’ha, quando piaccia alla signoria vostra. — Piacemi — disse il duca — per esser cosa giusta. E per segno che le cose giuste mi piacciono — cavatosi un ricco anello di valuta di dito, lo porge a colui che promesso aveva di prenderla per donna e disse — sposala — e tu — voltatosi all’altro cortigiano — gli darai cinquecento scudi di dote, e io altretanti ve n’agiugnerò. — E, fatto sposarla, la lasciò con il suo marito alla buona notte e seco ne menò l’altro cortigiano a palazzo».

Norchiati. Io ammutolisco che questa impresa vi riesca sí fatta. Della borsa mi piace intendere; poi ce n’andremo in San Lorenzo, se piacerá alla vostra reverendissima signoria.

Fiegiovanni. Queste cose io ve le dico, perché so che voi siate perito e sapiente nello scrivere e latino e vulgare: piaceravvi poi di dare un’occhiata al mio libro e mettervi la vostra mano. [p. 80 modifica]

Norchiati. Non son per mancare sí per amor vostro sí perché il mio canonicato è della casa de’ Medici ancóra. Seguitate quest’altra.

Fiegiovanni. «Perdé in Mercato vecchio un nostro cittadino una borsa con quaranta ducati d’oro dentrovi, la quale un aventurato contadino ricolse, vedendola in terra; e come colui che era de’ semplici, súbito ne fece la mostra, dimandando a chi la fosse cascata. In questo mezzo tempo la signoria del nostro cittadino giunse all’ufizio e, non si trovando la borsa, si tenne mezzo rovinato; e tosto chiamato un banditore, la fece bandire, con promessa, a chi trovata aveva una borsa con quaranta ducati, di donargli dieci di quegli ogni volta che la rendeva. Il villano, udito la grida, andò via a presentarla. Egli, quando l’ebbe in mano, contando i danari, conoscendo che egli aveva a fare con un sonaglio e con un semplice sciocco, e, trovandogli quaranta, cominciò a dirgli villania a questo modo: — Eh, villan traditore, a pagarti da te! Tu m’hai tolto dieci ducati, perché erano cinquanta; e se non fosse, io ti farei e ti direi!... — e se lo cacciò dinanzi. Il dappoco si scusò con la veritá, che non gli aveva né contati né nulla e che la stava cosí come trovata l’aveva; e con dir «pacienza!» se n’uscí dall’ufizio. Furon presenti alcuni piú maliziosi del contadino, e, andato dietro al povero uomo, lo spinsero tanto e tanto lo molestarono che lo fecero andare dal duca Alessandro. Il qual principe, udito il caso e conoscendo il cittadino uomo da far questa e meglio cavalletta e il villano semplice, lo fece ritirare in una cameretta e tosto mandò per il cittadino. Arrivato che egli fu, gli disse il duca: — Intendo che egli v’è avvenuta una disgrazia stamani — doppo che ebbe ragionato seco di non so che lastrico — è egli vero? — Súbito rispose l’uomo: — Sí, signore. — Ed egli se la fece contare; e nel dirla vi aggiunse come il villano era stato cattivo e che s’era pagato da sé medesimo. Volle veder la borsa il duca e i dinari: e quando l’ebbe in mano, fece uscir fuori il villano e riconoscer la borsa; poi, con un minacciarlo di farlo appiccare per averla aperta e tolti i dinari, gli fece grandissima paura. Il povero uomo non disse mai altro che la veritá e il [p. 81 modifica] cittadino affermava la bugia. Sopragiunsero i testimoni che avevan udito il bando di quaranta; onde il duca disse, voltatosi al messere: — La non debbe esser la vostra, poi che l’era di cinquanta ducati: to’, villano, va, tien questi insino che tu trovi il padrone; e se tu non lo trovi, goditegli, che buon pro ti faccia —».

Norchiati. Oh che male v’ha da volere colui che perdé la borsa, per avere perduto e per rimanere su’ libri in perpetuo!

Fiegiovanni. Se io non vi mettesse il nome, importerebbe egli?

Norchiati. Anzi non varrebbe nulla la cosa, se non si sapesse chi è stato.

Fiegiovanni. Faremo come voi vorrete. Or ritiriamosi alla nostra canonica, ché mi par quasi ora per noi altri d’andarcene a dormire.