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I Bernardi Personaggi

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Allo illustrissimo ed eccellentissimo signore il signore Cosimo de’ Medici duca di Firenze il devotissimo servidore Francesco D’Ambra.

Avenga che tutti i buoni servidori, illustrissimo ed eccellentissimo signore duca, debbino e sieno tenuti, per ogni modo a loro possibile, ingegnarsi di far sempre cosa che sia grata ai loro padroni e signori, quelli a ciò fare sono massimamente obligati che da loro qualche rilevato beneficio hanno ricevuto: e, mancando eglino di questo, sono senza dubio degni di grandissima riprensione; per ciò che, come tutti e’ peccati sieno detestabili e brutti, quello della ingratitudine sopra tutti gli altri fu sempre da tutti gli uomini dannato e tenuto bruttissimo. Per la qual cosa, essendo io stato dalla Eccellenza Vostra illustrissima beneficato, e ancora molto piú che io, per le mia debili opere, meritassi, non ho giá mai potuto trovare quiete d’animo infino a tanto che io, se non in tutto, almanco in qualche parte, del ricevuto beneficio non me le mostravo grato; ma, non essendo in me altre facultadi di ciò fare che li mie’ studi e quel poco d’ingegno che dalla natura mi è stato conceduto, mi sono sforzato, per quelli mezzi, in quel modo che io ho potuto e saputo migliore, satisfare in parte a cosí fatto debito. Laonde, avendo, alli giorni passati, composto nella nostra lingua una comedia, deliberai, lasciati da parte tutti i rispetti, in qualunque modo ella si fusse, per la cagione giá detta, a Vostra Eccellenza illustrissima farne un presente: pregando umilmente Quella che si degni, se non come cosa degna di pervenire a tanta altezza, come cosa almeno d’un devotissimo ed affezionatissimo servidore di lei, con lieta e benigna fronte riceverla; imitando, in questo, Dio ottimo e grandissimo, al quale, non riguardando egli alli stessi doni ma al buon animo e volontá di chi gli offerisce, talora molto piú grate [p. 298 modifica]sogliono essere le semplici e piccole offerte de’ rozzi e poveri uomini che le artifiziose e grandi de’ saggi e copiosissimi di richezze. E, se bene ella non ha cosí a punto tutte quelle parti che a un poema tale (che, per vero dire, è dificilissimo) si ricerca, sará ella non di meno di sorte che colle altre de’ moderni compositori, col favore però di Vostra Eccellenza illustrissima, non si vergognerá comparire nella scena. E se, in quanto alla invenzione (per ciò che ella non è tratta di Terenzio né di Plauto né di alcuno altro cosi latino come greco poeta ma, nel vero, è tutta mia), si trovasse in quella, da alcuno di questi non men mordaci che sagaci e diligenti osservatori delle altrui fatiche e piú pronti a mordere che imitare, qualche difetto, prego Quella m’abbia per iscusato: per ciò che io ingenuamente confesso, quanto alle belle ed ingegnosissime invenzioni delli antiqui, da me non si potere aggiugner a si alto segno; ma, volendo io a Vostra Eccellenza illustrissima donare del mio proprio, e non di quel d’altri, piú presto ho voluto, cosi faccendo, correre rischio di essere biasimato che, traducendo o in altro modo servendomi dell’altrui invenzioni, avere a esser lodato. E, quantunque dalla maggior parte de’ moderni compositori di comedie nella nostra lingua si usi la prosa, come piú conveniente a’ familiari ragionamenti che in quelle si ricercano che il verso, io non di meno ho giudicato non esser fuor di proposito usare il verso. E dò si è fatto da me per ciò che ragionevole cosa pare, essendo la comedia un poema, e tutti quanti li poemi ricercando, a l’iudicio universale de’ dotti, il verso, quella dover esser di tal maniera; oltre che, tutti gli antiqui poeti comici, cosí greci come latini e parte ancora de’ migliori toscani, questo tale stilo abbiano sempre tenuto. Ma bene mi sono sforzato, per non incorrer, volendo fuggire uno inconveniente, in un altro maggiore, usare di tal sorte versi ed in tal modo tessuti che, ogni volta che coi lor debiti punti saranno letti, giudicati saranno da chi gli ascolterá esser prosa: per ciò che la maggior parte di quelli sono di quella maniera che si addomandano sdruccioli; che, pronunciandosi con quel collegamento che io mi sono ingegnato annestarli, perdono tutto quel sonoro che ha il verso e cosí appariscono essere un ragionamento sciolto, tale quale, nel vero, si ricerca nelle comedie. Ed ho detto «la maggior parte», perché non son tutti di quella sorte, ma ce ne sono alquanti ordinari; il che, in si gran numero di versi, non penso m’abbi a esser imputato a errore: si per non mi essere io obligato piú che io mi voglia a [p. 299 modifica]questi piú che a quelli, si ancora perché Terenzio e gli altri poeti latini e greci che hanno scritto comedie similemente non usarono una sola sorte di versi, ma ora questi ora quelli, secondo che è tornato loro comodo. Ma, per non esser molesto a Vostra Eccellenza illustrissima con questo mio proemio e per non disturbar gli alti concetti di Quella con queste mia cose frivole e di nessun valore, qui, umilmente baciandole le illustrissime mane e, quanto posso il piú, a Quella raccomandandomi, fo fine, pregando l’altissimo Dio che gli doni perpetua felicitá.