Gran festa ne fa il ciel, piange la terra

Franco Sacchetti

1374 Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Gran festa ne fa il ciel, piange la terra Intestazione 22 ottobre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Franco Sacchetti


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CANZONE MORALE

per la morte di messer francesco petrarca

(1374)


     Gran festa ne fa il ciel, piange la terra,
Duolsene il purgatòr, stride lo ’nferno,
Poi che ’l Petrarca è morto fiorentino;
Colui che sempre avea co’ vizi guerra
5Cercando i modi santi e ’l regno eterno,
Tanto avea gli occhi verso ’l ciel divino.
Nelle tre teologiche fu fino,
Vincendo ognora con le cardinali;
Maestro delle sètte liberali;
10Con dolce stile e con vaga eloquenza;
Fonte di senno e fiume di scïenza;
Compositore d’ogni prosa e metro;
E, se lo vero impetro,
Isponitor de’ linguaggi diversi,
15Rinovator de’ passati costumi,
Munitor de’ perversi;
Dimostrator di leggi e di dottori,
Delle antiche virtù e degli autori.

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     Dunque è ragione se ’l ciel ne fa festa,
20Chè nullo in poesia tale ebbe mai:
Però Giovanni e Paolo l’accompagna
Tra nove cori e l’angelica gesta
Di grado in grado e ne’ celesti rai.
E Pietro il guida, e d’aprir non ristagna,
25In fin ch’egli è tra quella turba magna
Che gli apostoli vede e i vangelisti.
Ivi l’abbraccian quattro dottoristi;
E con loro è Crisostomo e Bernardo,
Isidoro ed Anselmo e Pier Lombardo,
30Severino, Basilio e il Nazianzeno,
Ugo ed il Damasceno,
Dïonisio ed assai di questo stile.
Con lui saliron alla divina aura,
Ove alla madre umile
35Vergine feron di costui offerta.
Che ’nanzi a Dio gli diè la gloria certa.
     Piange la terra, e non è maraviglia;
Perchè a ciascun che con virtù vivea
Mancato è il lume che gli dava luce.
40Piange Parnaso e tutta sua famiglia,
Clïo e l’altre Muse, ove solca
Veder ciascun tra lor questo duce.
O Elicona, chi omai conduce
Alcun ch’avesse voglia del tuo fonte,
45Poi che spilunca già è fatto il monte?
E quel che più in me la vita grava
È, lasso!, che la tavola si lava,
E nessun segue, e ciaschedun si tace.
Chi leverà chi giace?
50Chi guiderà le menti a lor sentiero,
E chi darà aiuto all’altrui alma?
Chi fia d’ingegno altiero?
Perduto essendo il buon nocchiero accorto
Ch’ad ogni vento avea sicuro porto.
55     Se ’l purgatòr si dole ed hanne pena,
Giusta cagione è, perchè niun si muove
Nè può veder quant’egli è degno il cielo;
E l’aspettar gli grava; onde si sfrena

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Ciascun nel pianto dicendo — Omè, dove
60Per nostra colpa abbiamo agli occhi il velo? —
Bramando ognuno d’uscir del suo telo
E salir nell’empireo fra le stelle
Per veder questo fra l’anime belle.
E forse v’è alcun che ’n versi scrisse
65Che piange, che non fe mentre che visse
Tanto che andasse subito al suo loco
Senza provare il foco.
Così riprendon lor nell’altrui loda,
Vaghi degli ultimi anni per mutarsi
70Da quella a miglior proda:
E molti priegan che chi vive prieghi
Sì che ’l Signore a lor desìo si pieghi.
     Al pianto de’ dannati l’aspre strida
Aggiunte sono, al men da quella parte
75Dov’è chi diede lume et a sè il tolse.
Con alte voci Virgilio ti grida
— O fratel mïo, da te mi diparte
Sol ch’io non fui po’ che Dio nascer volse. —
Omero Ovidio Orazio si raccolse,
80Lucano ed altri, a far grave lamento.
Dicendo — Messi siamo a tal tormento,
Che non sentimmo la diritta fede:
Per questo mai nessun veder ti crede. —
Così piangeva altrove maggior turba:
85Aristotil si turba,
Socrate Plato e Tullio ad una voce
— Niente sappiam, credemmo saper tutto.
E quel che più ci nuoce
È non poter veder questo tesauro
90Che vide tanto sotto il verde lauro. —
     Averrois a tal rumor si mosse
Dicendo — Lasso!, che mi valse il tempo
Nel qual disposi il gran comento mio,
Che non credea che altro già mai fosse
95Che vedessi quant’io tardi e per tempo?
Or veggio ch’io non scorsi l’A dal Fio.
Veduto ha questi più che non vid’io,
Ond’io son cieco e di vederlo ho voglia. —

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Democrito si pinse a tanta doglia
100Gridando — Ed io son qui maledetto,
Che per caso fortuito il mondo retto
Esser sostenni e non per ragïone.
O falsa opinione
Che fatto perder m’hai la patria lieta!
105Ed ora pellegrin. per sentir peggio,
Son dal caro poeta. —
E gli Epicuri e chi con loro attese
Si percotean nelle mortali offese.
     Nino con molti assirïani regi
110Dicevan — Chi sarà autor di noi? —
Piangean li Persi e così li Tebani,
Agamennon, Achille e gli altri egregi
Del greco stuolo; ed a lor seguìa poi
Enea Ettore e Paris co’ Troiani.
115Po’ venia maggior fiotta di Romani,
Bruto, Fabrizio, Scipione e Cato,
Metello, Fabio, Camillo e Torquato,
E Cesare e Pompeo, con tanti attorno
Ch’io non potrei descriverli in un giorno.
120In. altra parte co’ suoi Aniballe,
Annone ed Asdruballe;
Alessandro e Filippo avean tal suono,
Attalo ed Antioco, ed ancor Pirro:
Tutti pareano un tuono
125Gridando — Al mondo omai perduto abbiamo
Chi dimostrava ciò che noi lasciamo. —
     Io non potrei mai dir quanto si canta
Dov’egli è ito, e quanta doglia prende
Chi l’ha perduto e chi gli sta da lunga.
130Un loco è solo in terra che si vanta
Della sua morte; e ragion che ne rende
È che ’l sepolcro suo là si congiunga.
O villetta d’Arquà, qual fia ch’aggiunga
Di fama a te, avendo tal reliqua?
135O Antenòr, già mai non fia obliqua
La gloria del Signor dove fondasti
La terra: Italia e il corpo lì lasciasti,
Che l’amò vivo ed or morto l’esalta.

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La sua virtù è alta:
140Che volle a sè tal uom per gran virtute;
Li re antichi e buon Roman seguendo,
Che per la lor salute
Cercavan sempre valorosi e degni
Facendoli consorti dentro a’ regni.
145     Canzon, io ho paura e nulla temo.
Paura ho che mai nessuna rima
Segua com’uom che vegna sì eccellente:
Non temo di costui, ch’al ciel supremo
Ricevè il don che niun maggior si stima:
150Nè di mia vita curo omai nïente,
Che disïava il viver pel vivente;
Che morte nel dì terzo
Del sollïon, settantaquattro e mille
Trecento, spense qui le sue faville.


(Dal vol. II delle Rime del Petrarca (Padova, pei tipi della Minerva, 1827); dove è impressa corretta sur un codice trivulziano.)