Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri/Libro I/V

Cap. V

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CAPITOLO QUINTO.

Relazione de’ Padri Fra Giacomo Albani, e Fra Giuseppe Maria di Gerusalemme, Riformati Francescani, e Missionarj, di ciò che videro nel loro viaggio.


E
Ssendo le notizie de’ Regni, e Paesi d’Africa ben rare in Europa; ho stimato far cosa grata al lettore, dargliene

alcune, che non sono già mie, ma di Fra Giacomo Albani, e Fra Giuseppe Maria di Gerusalemme, naturale di Palestina, ed allevato in Roma, Missionarj destinati dalla Missione del Cairo,nel superiore Egitto, a’quali potrassi prestare intera fede; perche o hanno vedute tai cose, con gli occhi proprij, o han potuto saperle dagli Arabi, nella di cui lingua sono versatissimi.

Partirono adūque questi Religiosi dal Cairo, in cōpagnia del Presidēte dell’Ospizio, a’ 4. di Maggio 1691. verso Bulac, Città discosta 2. sole m. dal Cairo, verso Ponente, e che dicono essere stata fabbricata da vn tal Polo, ivi tenuto per Dio. [p. 73 modifica]Ella avrà di lunghezza circa due miglia, ed uno di larghezza, e farà più dì 50.m. anime. E’ situata allato del fiume Nilo, e perche non v’era rarità alcuna, i Padri, dopo avervi fatto brieve dimora, s’imbarcarono, per proseguire il loro viaggio. Sul far della sera giunsero in un luogo detto Cercalfih, o Crisopoli; ma per essere il vento favorevole, non vollero fermarvisi; onde al far del giorno de’ 5. si videro vicino Buscì, Città antichissima, per l’addietro detta Olfos in lingua Copta, cioè Eminenza. La sera vennero ad Hermopoli, (che suona in greca favella, Città di Mercurio) la più grande, che fusse altre volte su le frontiere della Tebaide inferiore, e vi si veggono anche al giorno d’oggi varie rovine di antichi edificj; di presēte la dicono gli Arabi Beniscuf. Crede Abulfede, che quivi sia stato un famoso Tempio dì Mercurio, con una statua di Venere dal medesimo abbracciata, e che vi sia durato in piedi sotto il governo de’ Greci, ma poi fosse stato distrutto da’ Maomettani venuti in Egitto.

Camminando più avanti giunsero al Villaggio, detto Habsel-narab. Ivi [p. 74 modifica]vicino è la Città di Behnese, fabbricata da un’antico Abagò, o Filosofo, detto Behnes. Fuori di questa si vede un pozzo fatto da un tal Rogeos, molto valente nell’arte di Magia, per conoscere i gradi della crescenza del Nilo; oggidì si chiama Bir-Elgiernus, cioè pozzo di Rogeos. Credono i naturali, che la notte de’ 15. di Giugno, ivi caschi una rugiada detta Boctaà, o goccia, per intercessione di San Michele Arcangelo, mandato in quella istessa notte da Dio, per muovere, e benedire il fiume: e tanto più si confermano in questa vana credenza, quanto che vedono da allora in poi crescere il Nilo; quindi è, che per tutto il Reame i Cristiani Copti, con gran solennità, celebrano la festa di S. Michele, secondo il loro rito. La ceremonia si è, che la sera de’ 14. vi si porta il loro Vescovo, col Cadì del paese, e serrano, e suggellano il pozzo: la mattina poi de’ 15. celebrata dal Vescoscovo la Messa, vanno ad aprirlo di nuovo, per misurare l’acqua, e della maggiore, o minor crescenza fanno argomento di quella, che dovrà fare il Nilo, e per conseguente dalla penuria, o fertilità dell’anno. [p. 75 modifica]Questo Mago, di cui si è ragionato, avendo, per la cognizion della Natura, maravigliose cose operato, fu dall’ignorante moltitudine collocato nel numero de’ Dei; erigendogli di più una statua sopra del pozzo, che fu per lungo spazio di tempo adorata da’ naturali.

Passato Habsel-arab, s’incontrarono i Padri in asprissimi monti alle rive del Nilo. Alle radici di un di questi monti detto Giabal-ellheir, cioè monte dell’uccello, si vedono le rovine della Città di Siribis, che vogliono fosse stata fabbricata dal Mago Siribbione, e che sopra una delle di lei porte fu già l’Idolo di tal nome. Vogliono di più, che nella sommità del monte, avesse il Mago, con sue arti, eretto un’Uccello, che in tempo di fertilità voltava la testa verso il fiume, e di carestia verso il deserto; e che quando sovrastava qualche invasione dì nemici, si voltava verso quella parte, donde dovean venire, dibattendo l’ali, con urli terribili, per avvertirne i Cittadini. In questo luogo si vede oggidì un Convento di Monaci Copti. Dieci miglia lontano è una Città detta Mlnieleben-echasrin, e più oltre molte rovine di Città grandissime, in cui s’annidano [p. 76 modifica]gli Arabi, per esser luoghi, ad altri che loro, inacceslìbili.

II giorno de’ 6. di Maggio giunsero in Sachiel-musa, cioè pozzo di Mosè, presso a cui, verso la parte Orientale della Tebaide, si trova Antinopoli Città antichissima, e di molto pregio; come può scorgersi dalle sue rovine, e smisurate colonne, una delle quali è poco minore di quella di Pompeo. In questa Città Diocletiano fece martirizzare 160000. Cristiani, e vi fù confinato Nestorio, per ordine del Concilio Efesino primo.

Più avanti videro la Città di Mellani, e quindi passarono sotto un mōte asprissimo, eziandio allato del fiume, dove sono in gran rischlo le barche, per essere il letto di pietra viva, e basso; e d’allora in poi cominciarono a vedere Coccodrilli.

Giunsero la sera alle radici del monte Abasede1, o apud fidem detto da’ Romani, famoso un tempo, per essere abitato da molti eccellenti Maghi, e maestri di nigromanzia, che poi cominciarono a mancare sotto la monarchia de’ Greci, i quali vi collocarono i loro Idoli, e particolarmente uno detto Osios. Venuto [p. 77 modifica]poscia l’Egitto in poter de’ Romani, per le maraviglie, e portenti, che in questo monte si vedeano, lo chiamarono apud fidem, tenendolo in somma venerazione. Vogliono alcuni, che quindi il Re Faraone chiamasse i Maghi, per fare i segni avanti a Mosè. Accresciuta finalmente la Fede Cristiana, si cominciò ad abitare da’ Santi Padri, e Romiti, in varie grotte cavate nella pietra, che destano insieme orrore, e divozione nel petto di chi le mira. Quivi l’altezza del Sole è di gr. 57. e 2. m.

Cinque miglia più oltre, verso Ponente è una Città detta Marrofaluh, e sopra il monte, che la domina (chiamato verde) fu il Convento d’Elma harrach; dove si ha tradizione, che stasse qualche tempo la Madre Santissima il suo figliuolo, e S.Giuseppe.

Passarono poi nella Città di Asiul, anticamcnte detta Bubastus, posta sotto un monte altissimo, abitato per lo passato da’ Santi Romiti, de’ quali restano ancora le grotte. Erano vicino alla medesima due altre Città, una detta Doronche dal nome d’una Dea, l’altra Sciolb, dove si vedono molte antichità. Quivi l’ardore del Sole è cosi eccessivo, [p. 78 modifica]che con difficultà può soffrirsi da’ Franchi; e’l viaggio si è periglioso a cagion de’ ladri, che ogni notte vengono a nuoto, per mettere a sacco le barche.

Passando avanti videro Abritisch, o Città di Venere, dove sono molti antichi edificj rovinati. Il Vescovo di questo luogo si sottoscrisse al Concilio Calcedonense.

Giunsero alli 11. in Giabel-essa-hare, cioè monte di nigromanti, detta anticamente Isis, dalla Dea di tal nome, alla quale solevano ogn’anno i Popoli della Tebaide media offrir verdi fronde di più sorti, facendo varj giuochi all’uso Egizio. Vedesi di presente la statua di quella Dea di smisurata grandezza, mezza sepolta dal terreno, su l’entrar d’una grotta. Credono gli Egizj, che sotto vi sia un gran tesoro, che i nigromanti han tentato di scavar più volte, ma in darno.

Nella sommità di questo monte è una grotta, nella quale dicono, si mantenga una vipera viva, lunga un braccio, che a’ Turchi (che vanno a visitare quel luogo, stimato da loro santissimo) s’aggira intorno al collo senza nocumēto: e narrano persone per altro [p. 79 modifica]veridiche sia stata tagliata più volte in quattro, e cinque pezzi, e sempre si sia riunita per opera diabolica; credalo chi vuole. Sotto questo monte stettero i detti Padri, esposti a caldo intolerabile, sino al vespro, fermandosi la sera alle falde del medesimo, con pericolo di ladri.

Il seguente giorno de’ 12. per mancāza di vēto, tirarono la barca a pie d’un’altro monte asprissimo, su le pendici del quale è la Città di Labta. Dieci miglia lontano ve n’è un’altra distrutta, detta Benavid, che in lingua Copta, vuol dire, Casa di stelle, perche gli abitanti adoravano le stelle. Passando poi avanti giunsero all’antica Città di Fau, in lingua Copta detta Saupi, e nella Greca Crocodilopolis, cioè Città di Coccodrilli: scorgesi l’antica sua magnificenza nelle grandissime sue rovine.

Dopo molti patimenti, e travagli, arrivarono i Padri in Achmim, da’ Greci detta Oxyringus, Città della Tebaide media, che fu per l’addietro Sedia Vescovale, come dagli atti dei Concilio Costantinopolitano può vedersi, al quale Dorolhao suo Vescovo si sottoscrisse. Questa fu la seconda Città, che fabbricò in Egitto il filosofo Ermete [p. 80 modifica]nel deserto Orientale. Andarono poi in un’altra detta Asiolh, parimente Sedia antichissima; essendo i suoi Vescovi Colosirio, ed Andrea intervenuti nel Cōcilio Calcedonense. Quivi si trovò il Sole alto grad. 26. e 4. m. Lontano da questa Città io. m. entrarono i Padri in una lunga valle, dove sono grotte; siccome su le montagne piccioli Conventi, in cui abitarono già Santi Religiosi da muovere a divozione anche i cuori più insensatl. Vi si fermarono due giorni, ed una notte, per visitargli, ed ammirare i dormentorj, e le anguste celle intagliate in dure rocche. Camminarono poscia per entro la valle nove miglia, e videro scaturire dalla viva pietra un fonte, detto di Mosè Abissino, santo Romito de’ secoli passati. S’innoltrarono quindi a piedi 18. altre miglia, e trovarono uno stagno, che chiamano Birchel-Elban, circondato di vaghi alberi; dove parimente erano varie grotte, romitorj, e solitarj abituri, de i quali alcuni sono un quarto di miglio dentro il sasso: la grotta più grande avea un’ampia porta, adorna di Croci, e d’altri divoti lavori. Questi santi luoghi però muovono a’ Fedeli [p. 81 modifica]maggiormēte le lagrime, veggendogli servir di ricovero ad infami, e sozzi uomini, applicati all’arte di nigromanzia.

Ritornati al basso i Padri, proseguirono il loro viaggio, e dopo aver camminato qualche spazio verso Ponente, arrivarono nella Città di Mascie, detta per l’addietro Nalopoli; dove si vedono molti antichi Conventi dirupati, ed altri edificj. Passando avanti vennero nella Città di Grege, prima di giungere alla quale, videro l’aria coperta di locuste, grandi come a beccafichi, che vengono dalla Nubia, e cagionano gran danno alle campagne.

Grege è lontano 10. miglia dalla riva del Nilo, onde bisognò fare il cammino per terra sopra Cameli. Furono i Padri quivi ricevuti da un Cristiano, in casa del quale vennero molti altri Cristiani del paese, con molto desiderio d’istruirsi; e movevano perciò varj dubbj sopra il Rito Cattolico, Chiesa Romana, e Sommo Pōtefice. Recarono eglino, con molto piacere, persuasi dalle prudēti risposte di quei Religiosi, pratici della lor lingua; dicendo, che mai nō avevano sentito cosi sana dottrina: e perche non avean mai veduto simigliante abito, non [p. 82 modifica]potevano mai saziarsi di rimirargli. Stando Fra Giuseppe dentro la casa d’un Cristiano, e Fra Giacomo di fuori, vennero i Birri per condurre carcerato Fra Giacomo, a cagion del tributo: Fra Giuseppe gli sgridò, ma non per questo fece nulla; giunto però quegli a mezza strada, fu liberato da alcuni Cristiani del paese.

Seguitarono a dimorare in Grege sino a’ 20 di Maggio; poi volendo partire a’ 21. l’istesso Cristiano gli provvide del bisognevole per lo cammino, e gli accompagnò sino alla barca; ma trovatala partita, diede loro due asini, e da due suoi servidori gli fece condurre a Pardis, sei miglia lontano. A Pardis entrarono in barca, e partiti con prospero vento, giunsero alla Terra di Elbcliani, dove si termo il Rais per accomodare la barca. Indi navigando, e giunti all’Isola del fiume, videro un Coccodrillo lungo da 6. in 7. braccia. La sera pervennero sotto un’asprissimo monte, detto Eltareg, dove convenne rimanersi la notte, per mancanza di vento.

La mattina de’ 22. si avanzarono sino all’altra Isoletta, dove trovarono due altri Coccodrilli terribilissimi; e proseguendo il viaggio sotto mōti asprissimi, [p. 83 modifica]affatto disabitati, ne incontravano continuamente. Sul far della notte capitarono in un luogo, dove Capo degli Arabi si era uno chiamato Giuseppe.

Essendo mancata affatto la provvisione, si fermarono a’ 23. nella Terra di Disne, e mādarono un Turco a far comprare un medino di pane; ciò che non trovandosi, si partirono digiuni. Essendo venuti per istrada alcuni Arabi a rubargli, con grida gli posero in fuga.

Giunsero quindi nella Città antica di Dandara (la terza fabbricata da Ermete Filosofo) nella quale si vedea un Tempio magnifico, con molte statue, e superbe fabbriche rovinate. Passata quella vennero in Caane, o Bericon, situata nella Tebaide media, tre miglia lontano dalla quale, aveano gli Egizj il porto per lo Mar Rosso, detto Porto dì Mare, (oggidì chiamato Choscir) dove in tempo di Faraone, si trafficava per l’Indie, e parte dell’Arabia. Restarono ivi con molto timore quella notte, perche vennero tre ladri a nuoto, e 15. per terra, ad attaccare una barca contigua alla loro; però gli tennero discosti parimente con le grida. [p. 84 modifica]Il giorno de’ 24. andò il Rais a riscuotere il nolo, e stando i Religiosi ancora in barca, venne il Giudice del paese, con un birro, a prendere informazione, che gente era, e che andava facendo. Vedendo egli un’altro modo di vestire, sospettò, che fussero Religiosi, e perciò nō volea quetarsi; dicendo, che erano Franchi, venuti per far la spia, giacché il loro Sultano facea sì grande uccisione di Turchi. Si scusarono i Padri al meglio che poterono, ma il Giudice replicando sempre, che sotto quell’abito eran venuti per ingannare; fece ordine al padron della barca, che non partisse senza sua licenza. Un Cristiano del paese (sendo gli altri abitanti Maomettani) s’interpose col Giudice, dicendo, che i Frati erano venuti con lui, per visitare le Chiese, e Conventi de’ Cristiani, e che compiuta la visita, egli stesso gli arebbe accompagnati in dietro; ma non perciò quegli s’acquetò; anzi per tutti i modi voleva mādare persone appresso i Frati per ispiare i loro andamenti. Questi non vedendo altra strada per uscire da tale impaccio, mostrarono una lettera di raccomandazione, che aveano per lo Scrivano del Capo degli Arabi, [p. 85 modifica]con la lettura della quale, e sei medini si placò il Giudice, non potendo cavar di vantaggio da’ poveri Religiosi.

Sei miglia più lontano, entrandosi nella Tebaide superiore, si truova l’antica Città di Copti, dalla quale tutto l’Egitto, non che la nazione Copta prese la denominazione. Avea questa Metropoli il traffico nel porto suddetto, ed era situata a gr. 26. di latitudine, e 62. di longitudine: di lei cosi paria Strabone2: Post Veneris Templum est Isidis Fanum; deinceps sunt ea, quæ Typhonia vocantur, & fossa, quæ Coptum defert, comnunē Arabum, & Ægyptiorum Vrbem; deinceps est Isthmus in Rubrum Mare porrectus, juxta Berenicem Vrbem, quæ quamquam sine portu sit, tamen propter opportunitatem Isthmi, idonea diversoria habet. Dicunt Philadelphum primo hanc viam exercitu aperuisse, cùm aquis ea careret, ac diversoria constituisse, tam pedibus iter agentibus, quàm Camelis: idque effecisse, quoniam Rubrum Mare difficulter navigaretur, præsertim ex intimo recesu. Enim verò experientia utilitatem maximam demonstravit; atque nunc omnes Indicae, & Arabicæ merces, ac Æthiopice etiam, quæ Arabico sinu advehuntur, Coptum deferuntnr, istarum rerum Emporium. Non procul à Berenice, est [p. 86 modifica]Muris statio, quæ Civitas navalia habet. A Copto quoque non multùm abest Apollinis Civitas, quare duæ Vrbes Isthmum terminantes utrinque sunt; sed Coptus, & Muris statio nunc excellunt. Di questa Città di Copto venne il Vescovo al Concilio Efesino, come dagli atti del medesimo si può scorgere.

Continuando il cammino, si fermò la barca sino a mezza notte, per mancanza di vento, in un luogo orrido, e disagiato; ma ritornando favorevole; passarono avanti, capitando in fine, dopo molti travagli nella Città di Kno, o Cosborbir, che dicono essere stata d’Apollo, e delle più grandi, ed antiche, che siano situate alla riva del Nilo. Volendo passare oltre, non fu possibile, per mancanza parimente di vento: e volendo i marinari tirar la barca con corde, non potevano co’ piedi resistere al bruciore del suolo infocato; onde ritornarono la sera arrostiti quasi dal Sole, per prendere a gran forza terreno nella Città di Naccade. Entrati i Padri nella medesima, andarono in casa del Vescovo morti della fame, per esser loro da qualche tempo mancata la provvisione; e presentata la lettera dì raccomandazione, che tenevano dirizzata al medesimo; quando credevano [p. 87 modifica]ristorarsi del passato digiuno, ebbero una miserabile cena d’un pancellino, ed acqua schietta per rinfrescarsi. Qui vi furono loro mossi più dubbj sopra la nostra S. Fede, che risolsero cō ottime risposte, essendo i Vescovi di quelle parti molto ignoranti. La Città è bella, antica, e copiosa di Conventi di Cristiani Copti.

A’ 29. presa in affitto un’altra barca da un Cristiano, partirono per Asfun. Divēne per istrada il vento cosi gagliardo, ch’ebbe tre volte a sommergergli; ma poi divenuto contrario, si fermarono. Tirando adunque la barca a forza di funi, vennero a’ 30. nella Città Luchserem. Ella fu detta per lo passato Luchso, o lume, e fabbricata nella parte Orientale in onore di un’Idolo; ma in progresso di tempo portovi un’altro Idolo, si disse Luchserem, cioè due lumi: o pure ebbe tal nome, per esser composta di due Città. Si scorgono nella medesima, oltre gli avanzi di magnifiche fabbriche, due Piramidi, che hanno ciascheduna 40. palmi di circuito, e tutti e quattro i lati scritti di geroglifici. Sono di più, avanti la porta dell’antica Città, come due Idoli di smisurata grandezza, de’ quali essendo a terra ciò, [p. 88 modifica]ch’è dalle spalle insu; pure ciò che rimane si è 21.palmi alto: le spalle sono larghe 12. palmi, l’orecchie lunghe cinque, e larghe tre, e mezzo. Queste statue sarebbono ancora intere, se i naturali non avesser voluto rompere un’urna, che aveano sul capo, sperando di trovarvi qualche tesoro: il marmo di che son fatti, è maravigliosamente lucido, e come un misto di oro, che tira al verde, tutto di un pezzo. I Cristiani condussero poscia i Padri dentro la Città, facendo loro vedere sedeci colonne, di più pezzi, ma di 47. palmi di circonferenza: e più avanti un grande edificio quadrato, composto di cento colonne grosse 37. palmi. Passarono quindi in un Tempio d’Idoli, coperto di grandissime pietre, ciascheduna delle quali era lunga 30. palmi, larga 9. ed alta sei.

Ciò veduto, furono menati nella Città di Chak, abitata oggidì d’Arabi. Nelle quattro principali strade della medesima, videro quantità d’Idoli in forma di Caproni, Cameli, Leoni, e Tori. Entrando nell’antica Città, osservarono la porta della medesima di straordinaria altezza, e larga sette picche (tutta di pietre vive grandissime, con geroglifici [p. 89 modifica]dentro, e fuori) che, essendo cadute le mura, si manteneva ancora in piedi. Passando avanti,trovarono un maraviglioso Teatro, circondato da un muro composto di grandissime pietre artificiosamente intagliate, largo 14. palmi, ed alto a proporzione. Nel mezzo è la piazza, della grādezza quasi di un miglio, intorniata da sei ordini, che formano circa 200. grosse colonne, adorne di geroglifici, ed alte ciascheduna 150. piedi; con capitello, sopra al quale ponno agiatamente sedere cinque persone. In quello Teatro abitano alcuni Cristiani, ed Arabi, e per esser forte, vi si ritirano i ladri perseguitati dal Bascà. Si vede nella medesima Città un lago dì acqua salsa, e verde, colorita non già dalla corruzione, ma, siccome dicono, per arte magica: ne si sa donde tragga origine, né dove si perda, crescendo alla mancanza del Nilo, e mancando alla di lui crcscenza. Quel, ch’è più, i panni lordi subito vi s’imbiancano: si dice, che aveva prima il letto di pietra, per un quarto di miglio, che dura il suo circuito.

Poco lungi dal Lago è un’altra Colonnata, che a tempo de’ Cristiani è [p. 90 modifica]stata Chiesa, vedendovisi anche oggidì dipinte alla Greca le figure del Salvadore, Madre Santissima, e di Angioli. Chiamano il luogo Sameavenegium, cioè, Cielo Stellato; perchè il tetto, per alcuni foraimi rappresenta artificiosamente diverse stelle, e’ segni del Zodiaco: serve di presente per Stalla a gli Arabi.

In un’altro luogo si vedono due Aguglie altissime, che hanno il piedestallo, una 76. palmi di giro, e l’altra 40. sepolti la metà nel terreno; vicino alle quali ne sono altre due dell’istessa forma, e grandezza, poste al suolo dall’ingiurie de’ tempi. Non guari lontano erano due Idoli di finissimo marmo, alti 14. palmi, sopra due colonne di porfido di smisurata grandezza, che davano l’ingresso ad una strada coperta di tavole di pietra, lunghe 36. palmi, e larghe 12. per ogni parte lavorate con geroglifici, e sostenute da un muro di grossissime pietre. Mentre ne givano a vedere un’altra Colonnata, trovarono per istrada un grandissimo Idolo di ben fino marmo; e giunti al luogo destinato, videro 150. colonne grosse 60. palmi (però di più pezzi) ed alte 100. senza comprendervi il capitello, sopra il quale [p. 91 modifica]avrebbono potuto stare cento persone: nella enrrata di questo edificio erano due Idoli, d’un marmo, che si avvicinava al porfido, e di grandezza così sterminata, che il piede solo era lungo otto palmi. Pochi passi lontano è una Torre, o Castello, dove per una porta, e scala, si monta, ad una gran piazza, con più camere intorno, ed altrettante più sopra, in tre altri appartamenti. Vicino la Torre è una strada sotterranea, che conduce al Nilo, e alla Città d’Hapalimus, dalla parte di Ponente, detta oggidì Medinalhabu. In questa Città sono eziandio molte memorie di antichi Templi, e Teatri: vi è anche un laghetto, che si empie nella crescenza dei Nilo, e scema nella mancanza, presso al quale sono due Idoli sì grandi, che si osservano da dieci miglia lontano; uno si dice da’ paesani Samula, e l’altro Damula.

Riposati i Padri in casa d’un Cristiano, si partirono poi con grandissimo ardore di Sole, e timore di ladri; e vennero alle due della notte, nella Città di Licophi, oggi detta Armant, nobilissima per molti Templi, e grandi fabbriche, nō che per Statue, e colonne. Fu già Sedia Vescovale, e’l suo Vescovo Valusiano [p. 92 modifica]intervenne nel Concilio Efesino... di lei anche fa menzione Epifanio. Dirimpetto la medesima, in una Isoletta, che fa il Nilo, si vedono giornalmente centinaja di Coccodrilli di diverse sorti.

La mattina seguente all’uscir del Sole, passarono per la Città di Democrat, fabbricata da un Filosofo antico di tal nome; oggidì si dice Demcicrat. A’ 31. giunsero nel Casale d’Asfun, lontano 3. m. dal fiume, su d’una collina, dove le case sono malamente coperte di stuoje, per mācāza di materiali. Ivi da presso è la Città di Latona, detta oggidì Asne (sotto il Tropico di Cancro) il di cui paese è una cōtinua fornace agli Europei, non accostumati ad ardori così grandi.

Il primo di Giugno, cō lettera del Vescovo di Naccade, furono a ritrovare un Cristiano appellato Marco, acciò gli menasse a vedere il Convento, fabbricato nel Campo di quattro miglia (dove Diocleziano martirizò 460. m. Martiri) da S. Elena, sotto il titolo de’ SS. Martiri, che oggidì è abitato da alcuni Religiosi; ma furono dissuasi d’andarvi da un Capo d’Arabi, detto Marco; perchè colà era un cattivo Giudice nemico de’ Franchi, [p. 93 modifica]il quale gli averebbe fatti uccidere, o carcerare: onde non potendo conseguire il loro santo fine, risolsero ritornarsene in dietro.

Presa una barchetta mal concia, s’empiè quella ben tosto d’acqua; onde, fu di mestieri ritornare in Città. Imbarcatisi poi di nuovo, chiamati dal Rais, ch’aveva accomodata la barca, trovarono i marinari cosi estenuati da’ digiuni della lor quadragesima, o Ramadan, che non potevano remare; onde Fra Giuseppe, ed un marinaro pigliato il remo, condussero la barca sino alla mentovata, Città d’Armant, 40. m. lontana d’Asfun, lasciando di remare la notte per la stracchezza. Fra Giuseppe ripigliò la mattina il remo, con l’istesso, e travagliarono in maniera, che a gli 8.a mezzo dì, giunsero in Naccade. Ivi furono a visitare subitamente il Vescovo, ma non lo ritrovarono in casa: nel ritorno, che fece con sei Sacerdoti Copti, gli ricevè con la solita cortesia. Dopo cena costoro, con licenza del Vescovo, mossero molti dubbi su la Religione; e convinta la loro ignoranza dalla dottrina de’ Padri, non perciò s’acchetarono, ma dissero, che il dì seguente avriano portato i loro libri [p. 94 modifica]Arabici: ciò che nulla loro valse, essendo per mezzo de’ medesimi maggiormente convinti; quantunque mai non la cedessero in vane parole. Dopo di che i buoni Padri, per l’istesso fiume, se ne ritornarono al Cairo al loro Ospizio.

  1. Vottor. nel suo giardin. lib. 3.
  2. Lib. 17.