Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro sesto/35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII

35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII

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35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII
Libro sesto - 34. Coltura del terzo periodo o secolo di Dante, da Carlo d’Angiò al ritorno dei papi

[p. 291 modifica]35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII [1377-1492]. — I leggitori avranno giá osservato che noi non seguiamo la divisione per secoli esatti, solita farsi nelle nostre storie puramente letterarie od artistiche. In queste può giovare tal divisione piú chiara e piú mnemonica. Ma essendo scopo nostro accennar le relazioni, le dipendenze d’ogni nostra coltura dalle condizioni e dai fatti politici nazionali, ci parve piú utile [p. 292 modifica]seguir le epoche, le divisioni giá dateci da questi fatti. Che anzi, se non sia illusione, ci pare che ne risultino divisioni, periodi piú naturali nella storia stessa delle colture considerate in sé. Cosí nel periodo testé percorso, si trovano raccolte né piú né meno le vite dei tre padri di nostra lingua, e né piú né meno Giotto e gli artisti della scuola fiorentina primitiva. E cosí poi ora per il periodo che segue risulterá chiaro nella storia della coltura quell’allentamento di progresso, che incominciò, non giá, come si suol dire, col secolo decimoquinto, ma fin dalle morti contemporanee di Petrarca e Boccaccio intorno al 1375, che durò poi non per quel secolo intiero, ma solamente fin presso al suo mezzo; dopo il quale s’accelerò di nuovo il progresso rapidamente, splendidamente per li quattro impulsi che concorsero a quell’epoca, le due paci religiosa e politica, l’arrivo de’ greci, e la grande invenzione della stampa. In somma, il periodo da noi qui considerato si suddivide in due andamenti; uno lento, l’altro rapidissimo; uno mediocre, l’altro grande; ed in coltura come in politica la cosí detta mediocritá del secolo decimoquinto si riduce alla prima metá od al primo terzo di esso. — Nella letteratura e in quelle scienze storiche, filologiche, filosofiche e teologiche, che ne sono quasi il substrato a cui ella non fa se non aggiunger la forma, e che mal si separano quindi da essa, i nomi meno oscuri che noi troviamo dapprima, sono quelli di Iacopo di Dante Allighieri [-1390?]; di Franco Sacchetti [-1400] e ser Giovanni Fiorentino novellatori; di Baldo giureconsulto [-1400]; di Filippo Villani [-1404] e Leonardo Bruni aretino [-1444] scrittori di storie; di san Vincenzo Ferreri [-1419] e san Bernardino da Siena [-1444] scrittori ecclesiastici; di Agnolo Pandolfini, scrittore del bel Trattato della famiglia [-1446]; e di Burchiello, uno di quegli scrittori triviali che mal si continuano a porre tra’ gioielli di nostra lingua [-1448]. All’incontro, seguono inoltrandosi nella seconda metá del secolo, e via via piú splendidi, i nomi di Lorenzo Valla latinista ed ellenista [-1457], di Poggio Bracciolini storico e uno de’ piú operosi fra’ molti cercatori e pubblicatori di codici antichi [-1459], di san’Antonino [p. 293 modifica]arcivescovo di Firenze [-1459], del cardinal Cusano [1464], di Enea Silvio Piccolomini che fu papa Pio II, dottissimo e variatissimo scrittore [-1464], di Leon Battista Alberti, artista e primo nostro scrittor d’arti [-1471], di Francesco Filelfo, storico e poligrafo [-1481], di Luigi Pulci, l’autor del Morgante [-1486], di Lorenzo de’ Medici [-1492], e degli amici di lui Pico della Mirandola ed Angelo Poliziano morti poco dopo lui [1494]. — Cosí pure, ma con piú splendore nelle tre arti, le quali mal si distinguerebbero ne’ seguenti; Mantegna [nato 1430] Luca della Robbia [1438], Masaccio [-1443], Filippo Brunelleschi, l’innalzator della cupola di Santa Maria del fiore di Firenze [-1444], Michelozzo Michelozzi [-1450 circa], Lorenzo Ghiberti, scultor di quelle porte del battistero di Firenze che furono da Michelangelo dette «porte del paradiso» [-1455?], Donatello [-1466], Francesco di Giorgio sanese [-1505 o 15], il beato Angelico [-1455], fra Filippo Lippi [-1469], il Ghirlandaio [-1493], quasi tutti toscani. Perciocché a tutta Toscana s’estesero allora le arti; in Toscana fecersi tutti i loro maggiori progressi; in Toscana son le origini dell’arti come delle lettere, come poi delle scienze italiane, origini esse di tutte le moderne cristiane; la Toscana sarebbe il primo paese d’Italia e del mondo, quando non fosse l’ultimo in quello spirito militare, senza cui nulla dura, nulla giova, nulla vale, nulla si stima. Perdonino al piemontese. — Intanto, spargevasi, fioriva piú che altrove in Italia l’invenzione nuova della stampa. Della grandezza della quale, sentita da tutti, sarebbe declamazione oramai qualunque cosa si dicesse. Ma gioverá osservare quanto rapidamente gl’italiani d’allora abbiano saputo appropriarsi l’invenzione straniera. Fu naturale; straricchi di proprie, non potevano invidiare, sapevano apprezzare le altrui; operosissimi, non esitavano, non indugiavano, non vergognavano, non temevano nel prendere le operositá straniere, come vedrem farsi ne’ secoli peggiorati. Le prime stampe furono di carte da giuoco e santi, talor con iscrizioni e lettere, scavate in tavola, e fin dal secolo decimoquarto. Ma le stampe di libri con caratteri metallici e mobili non si fecero se non nel 1455 a Magonza, per [p. 294 modifica]invenzione di Guttemberg, aiutato in danari da Fust, e nell’opifizio da Schoeffer, tre tedeschi. E i tedeschi la portarono in Italia dieci soli anni appresso; Sweinheim e Pannartz in Subiaco nel 1465, e in Roma nel 1467; Giovanni da Spira in Venezia nel 1469; ed altri altrove. Ma seguono prontissimamente gl’italiani: Emiliano degli Ursini in Foligno, e Bartolomeo de Rubeis in Pinerolo, ambi nel 1470; e subito altri in Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Pavia, Treviso nel 1471 e 1472; e d’anno in anno, in tutta la penisola, moltissimi altri, fra cui principale Aldo Pio Manuzio in Venezia fin dal 1480. — Del resto, se i leggitori non sieno stanchi di questi nomi e queste date, le quali possono pur essere feconde di paragoni e pensieri a ciascuno, noi ne aggiungeremo qui un’altra serie, la quale sará forse la piú feconda di tutte; la quale dimostrerá almeno quella similitudine che dicemmo tra gli ultimi anni della repubblica romana, e questi ultimi dell’etá dei comuni. In questi dunque, terminanti alla morte di Lorenzo, nacquero, e, piú o meno, si allevarono, a questi dunque debbono attribuirsi i maggiori uomini dell’etá seguente: Bramante [n. 1444 circa], Pietro Perugino [n. 1446], Aldo Manuzio [n. 1447], Leonardo da Vinci [n. 1452], Sannazzaro [n. 1458], Baldassar Castiglione [n. 1468], Machiavelli [n. 1469], fra Bartolommeo [n. 1469], l’Ariosto [n. 1473], Giorgione [n. 1477], Tiziano [n. 1477], Berni [-1536], Guicciardini [n. 1482], Raffaello [n. 1483]. I quali tutti furono protetti, secondati qua e lá in tutta Italia da’ papi, dagli Sforza ed altri signori italiani, ma principalmente da [[Autore:Lorenzo de’ Medici|Lorenzo de’ Medici]][[Categoria:Testi in cui è citato Lorenzo de’ Medici]], superiore in ciò o piú felice che il grand’avo, superior forse a quanti furono mai protettori o promotori di lettere ed arti. Perciocché egli non era simile a quegli Scaligeri antichi, od a que’ principi italiani de’ secoli posteriori, che davan alloggio in palazzo, e tavola ed abiti, a letterati ed artisti; dava loro, come amator vero ed intendente egli stesso, consigli, aiuti e soprattutto occasioni, lasciando lavorare gli scrittori e facendo lavorare gli artisti; che è il modo certamente migliore, ben che sia preso a rovescio da tanti, che fanno scrivere, e lascian gli artisti cercarsi i [p. 295 modifica]lavori. Certo che adorno di tali splendidezze e tali nomi il fine del secolo decimoquinto apparisce superiore in progresso di coltura a qualunque generazione antica e moderna. — Eppure superiore a tutti questi è un nome, un uomo solitariamente cresciuto, anzi giá invecchiato in quest’etá, Cristoforo Colombo. I viaggi e le scoperte erano state dell’opere piú abbandonate dagli italiani dopo il secolo di Dante e Marco Polo. I papi erano stati distratti dallo scisma, i veneziani dalle conquiste continentali in Italia, i genovesi da lor discordie e loro in sofferenze e della libertá propria e dell’unione con Milano. I portoghesi ci avean tolto, non che il primato, ogni opera di scoperte. Aveano inventato l’astrolabio, strumento informe tuttavia, ma giá aiutante a dirigere il corso dagli astri, e cosí ad avventurarsi lungi dalle coste, a mutar il cabotaggio in gran navigazione. L’infante Enrico [1394-1460] ideò, proseguí, non compié egli la scoperta del giro d’Africa, ma l’avanzò col far riconoscere via via quella costa occidentale. Dopo lui, continuarono i portoghesi per la medesima via; nel 1471, passarono l’equatore; nel 1486, Diaz scopri, e non passò ancora il capo da lui detto delle Tempeste; passollo Vasco de Gama nel 1494, e chiamollo di Buona speranza. Ma questa grande scoperta fu preceduta da quella anche maggiore di Colombo. Nato intorno al 1435 in Genova od intorno, ché non importa guari, studiò a Pavia, navigò per la sua patria e pe’ francesi che la signoreggiavano, e per gli Angioini che essa aiutava, intorno al 1459. Capitato a Lisbona intorno al 1470, cioè in sull’ardore delle scoperte africane, sposò Filippa di Palestrello un venturiero italiano, seguace giá dell’infante scopritore; s’accese tutto di quelle idee, di quelle avventure, navigò, abitò a Porto Santo, uno de’ nuovi stabilimenti; studiò, carteggiò con Toscanelli [-1482], un dotto geografo fiorentino, e dicesi avesse cognizione d’una mappa fatta da fra Mauro veneziano. E da tutti questi studi, e dalle tradizioni raccolte d’ogni dove, e da’ viaggi di Marco Polo, e da’ lavori cosmografici di fra Mauro, e dalla considerazione della rotonditá della terra, e fin da alcuni testi biblici, acquistò la persuasione, la certezza: doversi, navigando [p. 296 modifica] ad occidente, capitar prima a un’isola Antilla rammentata da Aristotele, e poi all’Asia, al Cataio di Marco Polo. Quindi il proseguire, il darsi tutto a quel pensiero, concepito, dicesi, fin dal 1474. E da tal pensiero passando in altro, quell’anima sublimemente insaziabile sognava arricchirne, e poi levar un esercito e conquistar Terra santa alla cristianitá. Visitò un’isola di Tule, che credesi l’Islanda; propose invano la sua idea a Giovanni II re di Portogallo; partí di lá nel 1484; dicesi la proponesse nel 1485 a Genova sua cittá, a Venezia, e ne fosse rigettato. Ad ogni modo venne nel 1486 a Spagna, al monastero della Rabida presso al piccolo porto di Palos in Andalusia, dove fu accolto poco men che mendico dal buon priore; ed onde protetto poi, fu alla corte di Ferdinando ed Isabella re e regina d’Aragona e Castiglia, che stavan compiendo lor guerra nazionale di sette secoli contro ai mori. E mandato espor suoi pensieri all’universitá di Salamanca, e rigettatone; e rigettato e deriso, indugiato, richiamato, disgustato dalla corte per sei anni intieri, perdurò e riuscí finalmente a persuadere Isabella, tra l’alacritá della vittoria dopo presa Granata (2 gennaio 1492). Ai 3 d’agosto del medesimo anno, ei salpò con tre caravelle dal porto di Palos; e navigando sessantanove dí, giunse addí 12 ottobre all’isola di San Salvatore; e, toccate Cuba e San Domingo, tornò a Spagna nel 1493. E fatto viceré delle Nuove Indie (come si chiamarono allora o poco appresso), fecevi una seconda, una terza spedizione nel medesimo 1493 e nel 1498, e vi scoprí, oltre altre isole, anche la costa settentrionale del continente meridionale; tradito, deposto, incarcerato, incatenato e rimandato a Spagna da Bovadilla, un suo luogotenente rimastone infame; e fu tenuto in carcere per qualche tempo nell’ingrata sua patria seconda, e fece poi nel 1502 una quarta spedizione al medesimo continente, e tornatone, morí nel 1506. Cosí quell’italiano (il cui coraggio, la cui perduranza, prudenza, bontá e semplicitá d’animo risplendono meravigliosamente in tutte le sue azioni, tantoché non si sa, leggendone, s’ei piú s’ami o s’ammiri), cosí quell’italiano, primo di tanti poi che non poterono dar alla patria la propria operositá, [p. 297 modifica] diedela a Spagna, e con essa il nuovo mondo. Cosí quell’anno 1492, fatale all’Italia per la morte di Lorenzo de’ Medici, per la chiamata di nuovi stranieri, fu epoca a Spagna ed alla cristianitá della cacciata de’ maomettani dall’Europa occidentale, e dell’acquisto di tutto un occidentale emisferio. Finiva l’etá del primato (qualunque fosse) d’Italia; incominciava quella de’ primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi Inghilterra.



fine del primo volume.