Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XL

XL. Che l’uomo non ha da sè alcun bene, e di niente si può gloriare.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (XIV secolo)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XL. Che l’uomo non ha da sè alcun bene, e di niente si può gloriare.
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CAPO XL.


Che l’uomo non ha da sè alcun bene, e di niente

si può gloriare.


1. Signore, che cosa è l’uomo, che tu ti ricordi di lui, o il figliuolo dell’uomo, perchè tu il visiti? qual merito ebb’egli mai, perchè la tua grazia tu gli donassi? Signore, di che posso io dolermi, se m’abbandoni? o di qual cosa a te richiamarmi, se tu non adempi le mie domande? Or questo è veramente, ch’io posso pensare, e dire: Signore, io son niente, niente posso, niente da me ho di bene; anzi in tutte le cose son difettoso, e al niente pendo mai sempre. [p. 213 modifica]e se io non sia ajutato da te, e del cuor riformato, io ne divengo del tutto tiepido, e dissoluto.

Ma tu, o Signore, sei sempre desso, e duri in eterno buono, immutabilmente giusto e santo; bene, giustamente, e santamente facendo ogni cosa, e tutte ordinandole con sapienza. laddove io, che al difetto son anzi inchinevole, che al profitto, non duro lungamente in un medesimo stato; anzi ben sette tempi si cambiano sopra di me. Nondimeno allora di subito io mi sento mutare in meglio, quando a te piaccia di porgermi al soccorso la mano: poichè tu solo senza umano provvedimento puomi ajutare, e in tanto assodarmi, che il mio volto da se stesso più non si muti: anzi in te solo stia vólto, e si riposi il mio cuore.

3. Il perchè, se io sapessi ben rifiutare ogni umano conforto, tra per acquistarmi la divozione, e per lo bisogno che mi stringe a cercare di te (perocchè non ci ha al mondo chi mi consoli); ben potrei ragionevolmente sperare della tua grazia ed esultar per lo dono della tua nuova consolazione. [p. 214 modifica]

4. Grazie a te, dal quale tutto mi viene, checchè di bene m’avvenga. Ora io son vanità, e niente dinanzi a te, incostante ed infermo. Dond’è adunque che io possa gloriarmi, o che appetisco io d’essere riputato? forse del niente? ma e questo è pur grandissima vanità. Oh gloria, vana veracemente, ria peste, e massima vanità! che l’uomo dalla vera gloria ritrae, e della celeste grazia ci spoglia! poichè mentre l’uomo compiacesi in se medesimo, egli dispiace a te; e mentre agogna le lodi degli uomini, è privato delle vere virtù.

5. Or vera gloria e santa esultazione è il gloriarsi in te, non in sè; rallegrarsi nel nome tuo, non nella propria virtù, nè in creatura del mondo mai dilettarsi, se non per te. Al nome tuo sieno laudi, non al mio: le opere tue, non le mie sieno magnificate; il santo tuo nome esso sia benedetto, e niente a me s’attribuisca di lode dagli uomini. Tu sei la mia gloria, tu la esultazion del mio cuore: in te glorierommi ed esulterò tutto giorno; per quello poi che è in me, niente, fuor solamente nelle mie infermità. [p. 215 modifica]

6. Cerchino pure i Giudei la gloria l’uno dall’altro; io cercherolla solo da Dio. In verità ogni gloria umana, ogni onor temporale, ogni mondana altezza verso la eterna tua gloria è pazzia e vanità. O Verità mia, e mia Misericordia, Iddio mio, Trinità beata, a te solo sia laude, onore, virtù e gloria in eterno.