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De gli horologi solari/Al Sig. Pietro Linder

Al Sig. Pietro Linder

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All’Ill.mo Sig. Bernardo Buonvisi Proemio
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AL SIG.

PIETRO LINDER

CARISS.mo AMICO SUO

MUZIO ODDI. S.


S E V.S. si haverà preso giuoco del cadavero, che l’inviai due settimane sono, cioè à dire d’un corpo senz’anima, si come fù il disegno dell’Impresa, per il frontispitio di questo mio secondo libro d’Horologi, senza il Motto, per non havere all’hora per le mani cosa che mi sodisfacesse à pieno; molto maggiormente lo doverà fare hora in vedere, che seguitando la stolta opinione di Pitagora io sia gito ricercando un’anima frà li componimenti d’un Poeta, il quale non rade volte confessa di vivere senz’essa: per farli fare passaggio à dare lo spirito, & animare quel corpo che n’era senza. In quella, che io feci nel primo libro, per il Sole intesi il Duca d’Urbino, e [p. -- modifica]nell'Horologio Orizontale la persona mia, resa inutile col venirmi impediti i raggi della gratia di quel Sig. da certi malvaggi di mala tacca, figurati nelle nuvole per molti rispetti, particolarmente per la somiglianza della nascita loro, quelle dal fango della Terra, e questi dalla feccia della Plebe. In quest’altra (con rinovando l’istesso proposito) nelle nuvole dileguate, hò voluto esprimere, che se bene alla fine tutta quella Marmaglia si sperse, e fù tolta dal Mondo, essere nondimeno ciò avvenuto tardi per me, già fatto vecchio, rappresentato nell’Horologio Verticale volto à Ponente, e quando il Sole, cioè S.A. era vicino all’Occaso, col Motto, Intempestivo e tardi, tolto dal Petrarca nel Sonetto, Che fai, che pensi? parendomi che non solo esplichi al vivo il mio sentimento; ma risponda ancora molto bene al Motto della prima, Quall’hor rimosse: Se così parerà ancora à lei la prego volerla fare intagliare ò in Rame, ò in Legno, come le parerà meglio, & haverà artefici più idonei; e per gratia mi compatisca, se meno del convenevole uso la sua cortesia, e se alla tãte brighe che hà [p. -- modifica]havutosin’hora per questo benedetto libro, li ne aggiungo dell’altre, il quale se riuscisse mai d’utile, ò di comodo alcuno, se ne doverà havere maggior obligo à lei, che con la sua diligenza, e sollecitudine l’hà ricuperao da Milano, dove è stato per lo spatio di più di due anni si può dire perduto; e con la sua patienza, e destrezza hà superate le tante traversie, che si sono fraposte in questa impressione, che à me, che solamente hollo prodotto, e consignato alle lettere. Viva felice, nè resti d’amarmi come hà fatto in quì, e mi comandi più spesso di quello che sin quì hà fatto.
Da Urbino li 10 di Novembre 1637.