Canti (Leopardi - Ginzburg)/Il pensiero dominante

XXVI. Il pensiero dominante

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
XXVI. Il pensiero dominante
Il sabato del villaggio Amore e Morte

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XXVI

IL PENSIERO DOMINANTE

     Dolcissimo, possente
dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
dono del ciel; consorte
5ai lúgubri miei giorni,
pensier che innanzi a me sì spesso torni.

     Di tua natura arcana
chi non favella? il suo poter fra noi
chi non senti? Pur sempre
10che in dir gli effetti suoi
le umane lingue il sentir propio sprona,
par novo ad ascoltar ciò ch’ei ragiona.

     Come solinga è fatta
la mente mia d’allora
15che tu quivi prendesti a far dimora!
Ratto d’intorno intorno al par del lampo
gli altri pensieri miei
tutti si dileguâr. Siccome torre
in solitario campo,
20tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

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     Che divenute son, fuor di te solo,
tutte l’opre terrene,
tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
25gli ozi, i commerci usati,
e di vano piacer la vana spene,
allato a quella gioia,
gioia celeste che da te mi viene!

     Come da’ nudi sassi
30dello scabro Apennino
a un campo verde che lontan sorrida
volge gli occhi bramoso il pellegrino;
tal io dal secco ed aspro
mondano conversar vogliosamente,
35quasi in lieto giardino, a te ritorno,
e ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

     Quasi incredibil parmi
che la vita infelice e il mondo sciocco
giá per gran tempo assai
40senza te sopportai;
quasi intender non posso
come d’altri desiri,
fuor ch’a te somiglianti, altri sospiri.

     Giammai d’allor che in pria
45questa vita che sia per prova intesi,
timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
quella che il mondo inetto,
talor lodando, ognora abborre e trema,
50necessitade estrema;
e se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m’affiso.

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     Sempre i codardi, e l’alme
ingenerose, abbiette
55ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
subito i sensi miei;
move l’alma ogni esempio
dell’umana viltá subito a sdegno.
Di questa etá superba,
60che di vote speranze si nutrica,
vaga di ciance, e di virtú nemica;
stolta, che l’util chiede,
e inutile la vita
quindi piú sempre divenir non vede;
65maggior mi sento. A scherno
ho gli umani giudizi; e il vario volgo
a’ bei pensieri infesto,
e degno tuo disprezzator, calpesto.

     A quello onde tu movi,
70quale affetto non cede?
anzi qual altro affetto
se non quell’uno intra i mortali ha sede?
Avarizia, superbia, odio, disdegno,
studio d’onor, di regno,
75che sono altro che voglie
al paragon di lui? Solo un affetto
vive tra noi: quest’uno,
prepotente signore,
dieder l’eterne leggi all’uman core.

     80Pregio non ha, non ha ragion la vita
se non per lui, per lui ch’all’uomo è tutto;
sola discolpa al fato,
che noi mortali in terra
pose a tanto patir senz’altro frutto;
85solo per cui talvolta,
non alla gente stolta, al cor non vile
la vita della morte è piú gentile.

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     Per côr le gioie tue, dolce pensiero,
provar gli umani affanni,
90e sostener molt’anni
questa vita mortal, fu non indegno;
ed ancor tornerei,
cosí qual son de’ nostri mali esperto,
verso un tal segno a incominciare il corso:
95che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
giammai finor sí stanco
per lo mortal deserto
non venni a te, che queste nostre pene
vincer non mi paresse un tanto bene.

     100Che mondo mai, che nova
immensitá, che paradiso è quello
lá dove spesso il tuo stupendo incanto
parmi innalzar! dov’io,
sott’altra luce che l’usata errando,
105il mio terreno stato
e tutto quanto il ver pongo in obblio!
Tali son, credo, i sogni
degl’immortali. Ahi finalmente un sogno
in molta parte onde s’abbella il vero
110sei tu, dolce pensiero;
sogno e palese error. Ma di natura,
infra i leggiadri errori,
divina sei; perché sí viva e forte,
che incontro al ver tenacemente dura,
115e spesso al ver s’adegua,
né si dilegua pria, che in grembo a morte.

     E tu per certo, o mio pensier, tu solo
vitale ai giorni miei,
cagion diletta d’infiniti affanni,
120meco sarai per morte a un tempo spento:
ch’a vivi segni dentro l’alma io sento

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che in perpetuo signor dato mi sei.
Altri gentili inganni
soleami il vero aspetto
125piú sempre infievolir. Quanto piú torno
a riveder colei
della qual teco ragionando io vivo,
cresce quel gran diletto,
cresce quel gran delirio, ond’io respiro.
130Angelica beltade!
parmi ogni piú bel volto, ovunque io miro,
quasi una finta imago
il tuo volto imitar. Tu sola fonte
d’ogni altra leggiadria,
135sola vera beltá panni che sia.

     Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
140la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
145che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder piú vago?
altro piú dolce aver che il tuo pensiero?