Bruto Primo (Alfieri, 1946)/Atto primo

Atto primo

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Personaggi Atto secondo

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Bruto, Collatino.

Collatino Dove, deh! dove, a forza trarmi, o Bruto,

teco vuoi tu? Rendimi, or via, mel rendi
quel mio pugnal, che dell’amato sangue
gronda pur anco... Entro al mio petto...
Bruto  Ah! pria
questo ferro, omai sacro, ad altri in petto
immergerassi, io ’l giuro. — Agli occhi intanto
di Roma intera, in questo foro, è d’uopo
che intero scoppi e il tuo dolore immenso,
ed il furor mio giusto.
Collatino  Ah! no: sottrarmi
ad ogni vista io voglio. Al fero atroce
mio caso, è vano ogni sollievo: il ferro,
quel ferro sol fia del mio pianger fine.
Bruto Ampia vendetta, o Collatin, ti fora
sollievo pure: e tu l’avrai; tel giuro. —
O casto sangue d’innocente e forte
Romana donna, alto principio a Roma
oggi sarai.
Collatino  Deh! tanto io pur potessi

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sperare ancora! universal vendetta

pria di morir...
Bruto  Sperare? omai certezza
abbine. Il giorno, il sospirato istante
ecco al fin giunge: aver può corpo e vita
oggi al fin l’alto mio disegno antico.
Tu, d’infelice offeso sposo, or farti
puoi cittadin vendicator: tu stesso
benedirai questo innocente sangue:
e, se allor dare il tuo vorrai, fia almeno
non sparso indarno per la patria vera...
Patria, sí; cui creare oggi vuol teco,
o morir teco in tanta impresa Bruto.
Collatino Oh! qual pronunzi sacrosanto nome?
Sol per la patria vera, alla svenata
moglie mia sopravvivere potrei.
Bruto Deh! vivi dunque; e in ciò con me ti adopra.
Un Dio m’ispira; ardir mi presta un Dio,
che in cor mi grida: «A Collatino, e a Bruto,
spetta il dar vita e libertade a Roma».
Collatino Degna di Bruto, alta è tua speme: io vile
sarei, se la tradissi. O appien sottratta
la patria nostra dai Tarquinj iniqui,
abbia or da noi vita novella; o noi
(ma vendicati pria) cadiam con essa.
Bruto Liberi, o no, noi vendicati e grandi
cadremo omai. Tu ben udito forse
il giuramento orribil mio non hai;
quel ch’io fea nell’estrar dal palpitante
cor di Lucrezia il ferro, che ancor stringo.
Pel gran dolor tu sordo, mal l’udisti
in tua magion; quí rinnovarlo udrai
piú forte ancor, per bocca mia, di tutta
Roma al cospetto, e su l’estinto corpo
della infelice moglie tua. — Giá il foro,
col sol nascente, riempiendo vassi

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di cittadini attoniti; giá corso

è per via di Valerio ai molti il grido
della orrenda catastrofe: ben altro
sará nei cor l’effetto, in veder morta
di propria man la giovin bella e casta.
Nel lor furor, quanto nel mio mi affido. —
Ma tu piú ch’uomo oggi esser dei: la vista
ritrar potrai dallo spettacol crudo;
ciò si concede al dolor tuo: ma pure
quí rimanerti dei: la immensa e muta
doglia tua, piú che il mio infiammato dire,
atta a destar compassionevol rabbia
fia nella plebe oppressa...
Collatino  Oh Bruto! il Dio
che parla in te, giá il mio dolore in alta
feroce ira cangiò. Gli estremi detti
di Lucrezia magnanima mi vanno
ripercotendo in piú terribil suono
l’orecchio e il core. Esser poss’io men forte
al vendicarla, che all’uccidersi ella?
Nel sangue solo dei Tarquinj infami
lavar poss’io la macchia anco del nome,
cui comune ho con essi.
Bruto  Ah! nasco io pure
dell’impuro tirannico lor sangue:
ma, il vedrá Roma, ch’io di lei son figlio,
non della suora de’ Tarquinj: e quanto
di non romano sangue entro mie vene
trascorre ancor, tutto cangiarlo io giuro,
per la patria versandolo. — Ma, cresce
giá del popolo folla: eccone stuolo
venir ver noi: di favellare è il tempo.

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SCENA SECONDA

Bruto, Collatino, Popolo.

Bruto Romani, a me: Romani, assai gran cose

narrar vi deggio; a me venite.
Popolo  O Bruto,
e fia pur ver, quel che si udí?...
Bruto  Mirate:
questo è il pugnal, caldo, fumante ancora
dell’innocente sangue di pudica
Romana donna, di sua man svenata.
Ecco il marito suo; piange egli, e tace,
e freme. Ei vive ancor, ma di vendetta
vive soltanto, infin che a brani ei vegga
lacerato da voi quel Sesto infame,
víolator, sacrilego, tiranno.
E vivo io pur; ma fino al dí soltanto,
che dei Tarquinj tutti appien disgombra
Roma libera io vegga.
Popolo  Oh non piú intesa
dolorosa catastrofe!...
Bruto  Voi tutti,
carchi di pianto e di stupor le ciglia,
su l’infelice sposo immoti io veggo!
Romani, sí miratelo; scolpita
mirate in lui, padri, e fratelli, e sposi,
la infamia vostra. A tal ridotto, ei darsi
morte or non debbe; e invendicato pure
viver non può... Ma intempestivo, e vano,
lo stupor cessi, e il pianto. — In me, Romani,
volgete in me pien di ferocia il guardo:
dagli occhi miei di libertade ardenti
favilla alcuna, che di lei v’infiammi,
forse (o ch’io spero) scintillar farovvi.
Giunio Bruto son io; quei, che gran tempo
stolto credeste, perch’io tal m’infinsi:

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e tal m’infinsi, infra i tiranni ognora

servo vivendo, per sottrarre a un tratto
la patria, e me, dai lor feroci artigli.
Il giorno al fin, l’ora assegnata all’alto
disegno mio dai Numi, eccola, è giunta.
Giá di servi (che il foste) uomini farvi,
sta in voi, da questo punto. Io, per me, chieggo
sol di morir per voi; pur ch’io primiero
libero muoja, e cittadino in Roma.
Popolo Oh! che udiam noi? Qual maestá, qual forza
hanno i suoi detti!... Oh ciel! ma inermi siamo;
come affrontare i rei tiranni armati?...
Bruto Inermi voi? che dite? E che? voi dunque
sí mal voi stessi conoscete? In petto
stava a voi giá l’odio verace e giusto
contro agli empj Tarquinj: or or l’acerbo
ultimo orribil doloroso esemplo
della lor cruda illimitata possa,
tratto verravvi innanzi agli occhi. Al vostro
alto furor fia sprone, e scorta, e capo
oggi il furor di Collatino, e il mio.
Liberi farvi è il pensier vostro; e inermi
voi vi tenete? e riputate armati
i tiranni? qual forza hanno, qual’armi?
Romana forza, armi romane. Or, quale,
qual fia il Roman, che pria morir non voglia,
pria che in Roma o nel campo arme vestirsi
per gli oppressor di Roma? — Al campo è giunto,
tutto asperso del sangue della figlia,
Lucrezio omai, per mio consiglio; in questo
punto istesso giá visto e udito l’hanno
gli assediator d’Ardéa nemica: e al certo,
in vederlo, in udirlo, o l’armi han volte
ne’ rei tiranni, o abbandonate almeno
lor empie insegne, a noi difender ratti
volano giá. Voi, cittadini, ad altri
ceder forse l’onor dell’armi prime

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contra i tiranni, assentirestel voi?

Popolo Oh, di qual giusto alto furor tu infiammi
i nostri petti! — E che temiam, se tutti
vogliam lo stesso?
Collatino  Il nobil vostro sdegno,
l’impazíente fremer vostro, a vita
me richiamano appieno. Io, nulla dirvi
posso,... che il pianto... la voce... mi toglie...
Ma, per me parli il mio romano brando;
lo snudo io primo; e la guaína a terra
io ne scaglio per sempre. Ai re nel petto
giuro immergerti, o brando, o a me nel petto.
Primi a seguirmi, o voi, mariti e padri...
Ma, qual spettacol veggio!...1
Popolo  Oh vista atroce!
Della svenata donna, ecco nel foro...
Bruto Sí, Romani; affissate, (ove pur forza
sia tanta in voi) nella svenata donna
gli occhi affissate. Il muto egregio corpo,
la generosa orribil piaga, il puro
sacro suo sangue, ah! tutto grida a noi:
«Oggi, o tornarvi in libertade, o morti
cader dovrete. Altro non resta».
Popolo  Ah! tutti
liberi, sí, sarem noi tutti, o morti.
Bruto Bruto udite voi dunque. — In su l’esangue
alta innocente donna, il ferro stesso,
cui trasse ei giá dal morente suo fianco,
innalza or Bruto; e a Roma tutta ei giura
ciò ch’ei giurò giá pria sul moribondo
suo corpo stesso. — Infin che spada io cingo,
finché respiro io l’aure, in Roma il piede
mai non porrá Tarquinio nullo; io ’l giuro:
né di re mai l’abbominevol nome

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null’uom piú avrá, né la possanza. — I Numi

lo inceneriscan quí, s’alto e verace
non è di Bruto il cuore. — Io giuro inoltre,
di far liberi, uguali, e cittadini,
quanti son or gli abitatori in Roma;
io cittadino, e nulla piú: le leggi
sole avran regno, e obbedirolle io primo.
Popolo Le leggi, sí; le sole leggi; ad una
voce noi tutti anco il giuriamo. E peggio
ne avvenga a noi, che a Collatin, se siamo
spergiuri mai.
Bruto  Veri romani accenti
questi son, questi. Al sol concorde e intero
vostro voler, tirannide e tiranni,
tutto cessò. Nulla, per ora, è d’uopo,
che chiuder lor della cittá le porte;
poiché fortuna a noi propizia esclusi
gli ebbe da Roma pria.
Popolo  Ma intanto, voi
consoli e padri ne sarete a un tempo.
Il senno voi, noi presteremvi il braccio,
il ferro, il core...
Bruto  Al vostro augusto e sacro
cospetto, noi d’ogni alta causa sempre
deliberar vogliamo: esser non puovvi
nulla di ascoso a un popol re. Ma, è giusto,
che d’ogni cosa a parte entrin pur anco
e il senato, e i patrizj. Al nuovo grido
non son quí accorsi tutti: assai (pur troppo!)
il ferreo scettro ha infuso in lor terrore:
or di bell’opre alla sublime gara
gli appellerete voi. Quí dunque, in breve,
plebe e patrizj aduneremci: e data
fia stabil base a libertá per noi.
Popolo Il primo dí che vivrem noi, fia questo.

  1. Nel fondo della scena si vede il corpo di Lucrezia portato e seguito da una gran moltitudine.