Ben Hur/Libro Quinto/Capitolo VI

Capitolo VI

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CAPITOLO VI.


La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur. Era una confessione che l’autore di essa era stato complice nella soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto parte dei beni confiscati [p. 293 modifica]e che godeva ancora in quel momento; che egli temeva la improvvisa comparsa di quegli ch’egli chiamava il principale malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.

Specialmente quest’ultima considerazione, l’avviso di un pericolo vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli. Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui l’odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole, riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio. Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava per presceglierlo al compimento di una grande missione.

Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si meravigliava donde l’arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto; non da Malluch certamente; non da Simonide, l’interesse del quale stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L’idea era ridicola. Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo dichiarato. — «Un po’ di pazienza, un po’ di attesa» — forse la gita dello sceicco in città aveva relazione con l’affare; possibilmente la lettera favorirebbe una completa rivelazione.

E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua inazione.

[p. 294 modifica]Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli alberi dell’Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri, ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.

Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque, appena increspate dal vento, che venivano con mormorio sommesso a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l’immagine dell’Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all’armonìa del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione; e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca. Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì, quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più splendido dell’antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio e vendetta. In questa condizione d’animo egli ritornò al dovar.

Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio. Ben Hur fece condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura ch’egli pose nell’osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante; ma lo svantaggio del peso [p. 295 modifica]maggiore sarebbe più che compensato dalla resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e del Re degli uomini designati per la guerra e i suoi pericoli erano ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d’Olimpia.

Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi col suo nemico al cospetto di tutto l’Oriente era una voluttà di cui egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati i suoi compagni nella gloriosa impresa.

— «Ch’egli stia all’erta! Ch’egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran? Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà egli temerci? Buoni, buoni!» —

Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall’uno all’altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.

Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda, aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato. Anzi, fosse la soddisfazione dell’ottimo lavoro prestato dai cavalli, o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice. Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale protezione.

Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti alla tenda.

Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi. Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via della città.

Prima d’arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di una barca, e penetrarono nella città dal lato [p. 296 modifica]occidentale. Il cammino era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che fosse una precauzione necessaria.

Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.

— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —

Ben Hur riconobbe la località.

— «Dov’è lo sceicco?» —

— «Vieni con me. Te lo mostrerò.» —

Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome di Dio, entrate.» —