Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/99

Anno 99

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Anno di Cristo XCIX. Indizione XII.
Evaristo papa 4.
Trajano imperadore 2.


Consoli


Aulo Cornelio Palma e Cajo Sosio Senecione.


Erano questi consoli due de’ migliori nobili che si avesse allora il senato romano, e particolarmente godevano della stima ed amicizia di Trajano. Aveano costumato alcuni de’ precedenti Augusti di prender essi il consolato nelle prime calende di gennaio, susseguenti alla loro assunzione, cessando perciò i consoli designati1. Trajano, tra perchè non si pasceva di fumo, e perchè gli affari non gli permettevano di trovarsi all’apertura dell’anno nuovo in Roma, ricusò[p. 382] nell’anno precedente l’onore del consolato offertogli dal senato, secondo lo stile, e volle che entrassero i due consoli sopraddetti. Verisimilmente venuta che fu la primavera, fu il tempo in cui egli dalla Germania s’inviò a Roma. Ben diverso fu il suo passaggio da quel di Domiziano. Quello era un saccheggio delle città, dovunque passava egli colle sue truppe. Trajano, benchè scortato da più legioni, con tal disciplina, con sì bel regolamento faceva marciare e riposar la sua gente, che diventò lieve ai popoli quel militare aggravio. Abbiamo ancora da Plinio l’entrata di Trajano in Roma. Fu ben lieto quel giorno al veder venire un buon principe, non già orgoglioso sopra un carro trionfale, o portato dagli uomini, come costumò alcuno de’ suoi antecessori, ma a piedi e in abito modesto; che non accoglieva con fronte alta e superba, chi gli si presentava, per rallegrarsi con lui e per ossequiarlo; ma bensì gli abbracciava e baciava tutti, come suoi cari concittadini e fratelli. Andò al Campidoglio, e poscia al palazzo. Seco era Pompea Plotina sua moglie, donna d’alto affare, ed emula delle virtù del marito2. Allorchè ella fu sulle scalinate del palazzo imperiale, rivolta al popolo disse: Quale io entro or qua, tale desidero anche d’uscirne, cioè ben voluta e senza rimprovero di alcuna iniquità. In fatti con tal modestia e saviezza visse ella sempre dipoi, che si meritò gli encomi di tutti, e massimamente perchè cooperava anch’essa a promuovere il ben pubblico e la gloria del marito3. Raccontasi, che informata delle avanie e vessazioni che si praticavano per le provincie del romano imperio dagli esattori de’ tributi e delle gabelle, sanguisughe ordinarie de’ popoli, ne fece una calda doglianza al marito, come egli fosse sì trascurato in affare di tanta premura, permettendo iniquità che facevano troppo torto alla di lui [p. 383 modifica]riputazione. Seriamente vi si applicò da lì innanzi Trajano, e rimediò ai disordini, riconoscendo essere il fisco simile alla milza, la quale crescendo fa dimagrar tutte le altre membra. A Plotina fu probabilmente conferito, dopo il suo arrivo a Roma il titolo di Augusta, siccome a Trajano quello di Padre della Patria, che si trova enunziato nelle monete di quest’anno, come pur anche quello di Pontefice Massimo. Avea Trajano una sorella, appellata Marciana, con cui mirabilmente andò sempre d’accordo la saggia imperatrice Plotina. La città di Marcianopoli, capitale della Mesia, per attestato di Ammiano4 e di Giordano5, prese il nome da lei. Ebbe anche Marciana il titolo d’Augusta, che si trova in varie iscrizioni e monete. Da lei nacque una Matidia, madre di Giulia Sabina, che fu moglie di Adriano Augusto, e per quanto si crede, di un’altra Matidia.

Le prime applicazioni di Trajano, dacchè fu egli giunto a Roma, furono a cattivarsi l’amore del pubblico colla liberalità6. Aveva egli già pagato alle milizie la metà del regalo che loro solea darsi dai novelli imperadori. Ai poveri cittadini romani diede egli l’intero congiario, volendo che ne partecipassero anche gli assenti e i fanciulli: spesa grande, ma senza arricchire gli uni colle sostanze indebitamente rapite ad altri, come in addietro si facea da’ principi simili alle tigri, le quali nudriscono i lor figliuoli colla strage d’altri animali. Da gran tempo si costumava in Roma, che la repubblica distribuiva gratis di tanto in tanto una prodigiosa quantità di grano e di altri viveri al basso popolo dei cittadini liberi, perchè anch’esso riteneva qualche parte nel dominio e governo. Ma i fanciulli che aveano meno di undici anni, non godevano di tal distribuzione. Trajano volle ancor questi partecipi[p. 384] della pubblica liberalità. E perciocchè, siccome dicemmo, Nerva avea ordinato, che anche per le città dell’Italia a spese dei pubblici erari si alimentassero i figliuoli orfani della povera gente libera: diede alle città danari e rendite, affinchè fosse conservato ed accresciuto questo buon uso. Rallegrò parimente il popolo romano con alcuni giuochi e spettacoli pubblici, conoscendo troppo il genio di quella gente a sì fatti divertimenti. Per altro non se ne dilettava egli; anzi cacciò di nuovo da Roma i pantomimi, come indegni della gravità romana. Cura particolare ebbe dell’annona, con levar via tutti gli abusi e monopolii, con formare e privilegiare il collegio de’ fornai: di modo che non solo in Roma, ma per tutta l’Italia si vide fiorire l’abbondanza del grano, talmente che l’Egitto, solito ad essere il granaio dell’Italia, trovandosi carestioso in quest’anno, per avere il Nilo inondato poco paese, potè ricevere soccorso di biade dall’Italia stessa. Ma ciò che maggiormente si meritò plauso da ognuno, fu l’aver anch’egli più rigorosamente di quel che avessero fatto Tito e Nerva, ordinato processi e gastighi contra dei calunniosi accusatori, che sotto Domiziano erano stati la rovina di tanti innocenti. Nella stessa guisa ancora abolì l’azione di lesa maestà, ch’era in addietro l’orrore del popolo romano. Ogni menoma parola contra del governo si riputava un enorme delitto. Ma egregiamente intendeva Trajano, essere proprio de’ buoni principi l’operar bene, senza poi curarsi delle vane dicerie dei sudditi: laddove i tiranni, male operando, esigerebbono ancora, che i sudditi fossero senza occhi e senza lingua; nè badano che coi gastighi maggiormente accendono la voglia di sparlare di loro e l’odio universale contra di sè stessi. Assistè Trajano nell’anno presente, come persona privata ai comizi, nei quali si dovea far l’elezion de’ consoli per l’anno seguente. Fu egli designato783 console ordinario, ma si durò fatica a fargli [p. 385 modifica]accettare questa dignità; ed accettata che l’ebbe, con istupore d’ognuno si vide il buon imperadore andarsi ad inginocchiare davanti al console, per prestare il giuramento come solevano i particolari: e il console, senza turbarsi, lasciò farlo. Altri consoli da sostituire agli ordinari, furono anche allora designati, siccome dirò nell’anno seguente.

  1. Plinius in Panegyr.
  2. Dio., lib. 68.
  3. Aurel. Vict., in Epit.
  4. Ammianus, lib. 27.
  5. Jordan, de Reb. Geticis.
  6. In Panegyr.