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Anno 60

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Anno di Cristo LX. Indizione III.
Pietro Apostolo papa 32.
Nerone Claudio imperad. 7.


Consoli


Nerone Claudio Augusto per la quarta volta, e Cosso Cornelio Lentulo

.

Dicendo Svetonio, che Nerone tenne questo consolato per soli sei mesi nelle calende di luglio dovettero succedere a lui e al collega due altri consoli. Il nome loro ci è ignoto. Alcuni han sospettato che fossero Tito Ampio Flaviano e Marco Aponio Saturnino, perchè da TacitoTacito son [p. 217 modifica]chiamati uomini consolari, ed ebbero poscia de’ governi. Andossi poi sempre abbandonando Nerone1 ai divertimenti e piaceri, dappoichè non vivea più la madre, che il tenea pure in qualche suggezione. Sin da fanciullo si dilettava egli di andare in carretta e di condurre i cavalli. Avea anche imparato a sonar di cetra e a cantare. Diedesi ora in preda a questi sollazzi, sì sconvenevoli ad un imperadore. Seneca e Burro gli permisero il primo, per distorlo dagli altri, purchè corresse co’ cavalli nel circo vaticano chiuso per non lasciarsi vedere dal popolo. Ma non si potè contenere il vanissimo giovane; volle degli spettatori, e il lor plauso l’invogliò ad invitarvi anche del popolo, il quale godendo di veder fare i principi ciò ch’esso fa, e perciò gonfiandolo con alte lodi, maggiormente l’incitò a quel plebeo mestiere2. Tuttavia ben conoscendo, che i saggi erano d’altro sentimento, credette di schivar il disonore, con cercare de’ compagni nobili che imitasser lui ne’ pubblici divertimenti. Perciò venutogli in capo di far de’ giuochi di somma magnificenza in onor della madre, che durarono più giorni, si videro nobili dell’uno e dell’altro sesso, non solo dell’ordine equestre, ma anche del senatorio, comparir ne’ teatri, ne’ circhi e negli anfiteatri, con esercitar pubblicamente le arti riserbate in addietro alle sole persone vili e plebee, con sonar nelle orchestre, rappresentar commedie e tragedie, ballar ne’ teatri, far da gladiatori e da carrettieri: alcuni di propria elezione, ed altri per non disubbidir Nerone che gl’invitava. Mirava il popolo, ed anche i forestieri riconoscevano, che quegli attori, dimentichi della lor nascita, erano chi un Furio, chi un Fabio, chi un Valerio, un Porcio, un Appio, ed altri simili della nobiltà primaria. Al veder cotali novità e stravaganze, ne gemevano forte i saggi, sì pel disonor delle famiglie, come ancora perchè veniva[p. 218] con ciò a crescere troppo smisuratamente la corruttela de’ costumi. Rammaricavansi inoltre osservando le incredibili spese che facea Nerone, non solamente in questi sì sfoggiati divertimenti, ma anche negl’immensi regali alla plebe con gittar dei segni, ne’ quali era scritto quella sorta di dono che dovea darsi a chi avea la fortuna d’aggraffarli come cavalli, schiavi, vesti, danari. Ben prevedevano che tanto scialacquamento andrebbe a finire in nuovi aggravi ed estorsioni sopra il pubblico, siccome in fatti avvenne. Instituì eziandio Nerone altri giuochi, appellati Giovenali in onore della prima volta ch’egli si fece far la barba: rito festivo presso i Romani. Que’ preziosi peli in una scatola d’oro furono consecrati a Giove. In que’ giuochi danzarono i più nobili fra i Romani, e bella figura fra l’altre dame fece Elia Catula, giovinetta di ottanta anni, che ballò un minoetto. Chi de’ nobili non potea ballare, cantava; ed eranvi scuole apposta, dove concorrevano ad imparare uomini e donne di prima sfera, fanciulle, giovanetti, vecchi, per far poscia con leggiadria il loro mestiere ne’ pubblici teatri. Che se alcuno, non potendo di meno, per vergogna vi compariva mascheraTo. Nerone gli cavava la maschera, e si venivano a conoscere persone impiegate ne’ più riguardevoli magistrati.

Nè lo stesso Nerone volle in fine essere da meno degli altri. Uscì anche egli nella scena in abito da suonator di cetra, ed oltre al suonare, fece sentir la sua da lui creduta melodiosa voce, la qual nondimeno si trovò sì somigliante a quella de’ capponi cantanti, che niun potea ritener le risa, e molti piangeano per rabbia. Se crediamo a Dione, Burro e Seneca assistenti servivano a lui di suggeritori, e andavangli poi facendo plauso colle mani e coi panni, per invitare allo stesso l’udienza. Tacito3 anch’egli lo attesta di Burro, ma con aggiungere che internamente se ne affliggeva. [p. 219 modifica]Nè già era permesso4, allorchè cantava questo insigne maestro, ad alcuno l’uscir di teatro, per qualsivoglia bisogno che occorresse. Quella era la voce d’Apollo; niun v’era che potesse uguagliarsi a lui nella melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si tenesse una gara di poesia e d’eloquenza, e vi entrò anch’egli coll’invito de’ giovani nobili. Non è difficile l’immaginarsi a chi toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i pantomimi, perchè divertissero il popolo nei teatri, ma non già ne’ giuochi sacri. Apparve in quest’anno una cometa. Il volgo, imbevuto dell’opinione, che questo predica la morte de’ principi, cominciò a fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe. Concorrevano molti in Rubellio Plauto, discendente per via di donne dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria dei maggiori d’esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a Rubellio Plauto, che miglior aria sarebbe per lui l’Asia, dov’egli possedeva dei beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia, ma per poco tempo, perchè da lì a due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne in questi tempi a morte Quadrato, governatore della Siria, e quel governo fu dato a Corbulone, da cui dicemmo ch’era stata acquistata l’Armenia. Trovavasi da gran tempo in Roma Tigrane, nipote d’Archelao, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l’Armenia con titolo di re; e andato colà, fu assistito da Corbulone con un corpo di soldatesche tali, che, al dispetto di molti, più inclinati al[p. 220] dominio de’ Parti, n’ebbe il pacifico possesso, benchè poi non vi potesse lungo tempo sussistere5. Pozzuolo in questo anno acquistò il diritto di colonia, e il cognome di Nerone; intorno a che disputano gli eruditi, perchè da Livio e da Vellejo abbiamo, che tanti anni prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova colonia in quella città. In questi tempi Laodicea, illustre città della Frigia restò rovinata da un tremuoto; ma quel popolo la rimise in piedi colle proprie ricchezze senza aiuto de’ Romani.

  1. Tacitus, Annal. lib. 14, cap. 14.
  2. Dio., lib. 61.
  3. Tacitus, lib. 14, cap. 15.
  4. Sueton., in Nerone, cap. 23.
  5. Tacitus, lib. 14, cap. 27.