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219 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXI. 220

Nè già era permesso1, allorchè cantava questo insigne maestro, ad alcuno l’uscir di teatro, per qualsivoglia bisogno che occorresse. Quella era la voce d’Apollo; niun v’era che potesse uguagliarsi a lui nella melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si tenesse una gara di poesia e d’eloquenza, e vi entrò anch’egli coll’invito de’ giovani nobili. Non è difficile l’immaginarsi a chi toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i pantomimi, perchè divertissero il popolo nei teatri, ma non già ne’ giuochi sacri. Apparve in quest’anno una cometa. Il volgo, imbevuto dell’opinione, che questo predica la morte de’ principi, cominciò a fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe. Concorrevano molti in Rubellio Plauto, discendente per via di donne dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria dei maggiori d’esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a Rubellio Plauto, che miglior aria sarebbe per lui l’Asia, dov’egli possedeva dei beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia, ma per poco tempo, perchè da lì a due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne in questi tempi a morte Quadrato, governatore della Siria, e quel governo fu dato a Corbulone, da cui dicemmo ch’era stata acquistata l’Armenia. Trovavasi da gran tempo in Roma Tigrane, nipote d’Archelao, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l’Armenia con titolo di re; e andato colà, fu assistito da Corbulone con un corpo di soldatesche tali, che, al dispetto di molti, più inclinati al[p. 220] dominio de’ Parti, n’ebbe il pacifico possesso, benchè poi non vi potesse lungo tempo sussistere2. Pozzuolo in questo anno acquistò il diritto di colonia, e il cognome di Nerone; intorno a che disputano gli eruditi, perchè da Livio e da Vellejo abbiamo, che tanti anni prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova colonia in quella città. In questi tempi Laodicea, illustre città della Frigia restò rovinata da un tremuoto; ma quel popolo la rimise in piedi colle proprie ricchezze senza aiuto de’ Romani.



Anno di Cristo LXI. Indizione IV.
Pietro Apostolo papa 33.
Nerone Claudio imperad. 8.


Consoli


Cajo Cesonio Peto e Cajo Petronio Turpiliano

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Non è certo il prenome di Cajo pel secondo di questi consoli, nè sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità. Motivo3 ai pubblici ragionamenti diedero in quest’anno due iniquità, commesse in Roma, l’una da un nobile, l’altra da un servo. Mancò di vita Domizio Balbo, ricco, e della prima nobiltà, senza figliuoli. Valerio Fabiano, senatore, con un falso testamento, a cui tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse all’eredità. Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da un suo servo, o vogliam dire schiavo, Pedanio Secondo, prefetto di Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento, tra maschi e femmine, grandi e piccoli, essendo soliti i ricchi Romani a tenerne una prodigiosa quantità al loro servigio. Benchè fossero quasi tutti innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigore

  1. Sueton., in Nerone, cap. 23.
  2. Tacitus, lib. 14, cap. 27.
  3. Tacitus, ibid.